
Il silenzio della musica
di Lia Albricci
Le ultime note del preludio di Debussy rimasero sospese nell’aria, perfette come gocce di pioggia lucenti, acini di lacrime immobili inanellati da un filo di ricordi.
Il silenzio improvviso fu così intenso che sembrò poter contenere solo se stesso, lentamente e per uno straordinario tempo dilatato avvolse tutto quello che era intorno, immobilizzò terra e cielo, poi si infranse, repentino, per un rumore lontano.
Rimase il vuoto e riuscì a ricordare.
*
Era stato un amore breve, di poche settimane, una trama di prolungate, dense consonanze e quiete attese.
Vivere in città diverse impediva di ritrovarsi più frequentemente, ma non c’era mai stata frenesia nel loro cercarsi, il tempo si allungava davanti al futuro come un tappeto, inconsapevolmente, forse, pensavano che sarebbe durato per sempre.
Riuscivano ad incontrarsi comunque, anche per caso, ricordò, come per caso si erano incontrati la prima volta, nella antica piazza famosa. La facciata del duomo ne chiudeva l’ampiezza sopra la vallata, l’orientamento obliquo dei palazzi ai lati dava una sensazione di grandiosità maggiore allo spazio reale, sottolineava ai fianchi della chiesa il vuoto aperto nel vento, due sipari trasparenti di ombre e di luce. Venivano da tutto il mondo per vedere tanta bellezza e armonia, erano venuti anche loro due, per strade diverse, da lontano.
Una frase di ammirazione accennata, una parola detta distrattamente ad alta voce avevano suscitato una risposta inaspettata, ne era sgorgato un discorso articolato e complesso, un fluire di frasi ininterrotto con argomentazioni, domande e risposte, come fosse consuetudine il parlare tra loro, senza alcun imbarazzo, senza incertezze o esitazioni, era sempre accaduto, scherzarono in seguito, forse anche prima di incontrarsi.
Non era sembrato importante raccontarsi le reciproche vite, lo scorrere delle loro esistenze prima dell’incontro, quasi a stento si erano chiesti i nomi, solo il presente era sembrato necessario, avevano parlato per tanto tempo, poi si erano incamminati affiancati nelle strette strade ormai in ombra, discutendo ancora di arte, della piazza, del paese gioiello incastonato tra le colline. Erano rimasti insieme alcuni giorni, avvolti da un’atmosfera stupita di irrealtà, senza domande, senza spiegazioni, senza promesse, quasi senza desiderio, nonostante l’intensa, innegabile attrazione, paghi della presenza l’uno dell’altra, intenti solo alla sorpresa delle loro vite incrociate.
Li aveva uniti la forza dell’inevitabilità, non avrebbe potuto non accadere.
Camminarono, ascoltarono musica, lessero insieme, dormirono abbracciati, si accarezzarono i volti e le mani, si cercarono con levità e si amarono a lungo con passione, ma tutto questo fu solamente una parte di quell’atmosfera irreale.
La realtà vera fu che parlarono, soprattutto parlarono, quasi mai di loro stessi ma di tutto quello che avevano intorno, di ciò che era vicino, di ciò che era lontano e di ciò che era lontanissimo da loro, il mondo con le sue infinite complicazioni sembrava esistere solamente perché potessero indagarne i segreti. Parlarono come se la cosa importante, la più importante fosse comunicare con gioiosa ricchezza di parole tutto quello che di essenziale i pensieri riuscivano a immaginare e a scoprire, perché non c’era nulla che non interessasse ad entrambi, nulla che non valesse la pena di esplorare nella loro ricerca.
Si suggerivano argomenti, si anticipavano l’un l’altro domande e risposte, si assolvevano dai dubbi, si regalavano consensi, non discussero mai aspramente, ognuno dei due accoglieva con attenzione il parere dell’altro, con la considerazione piena per qualcosa di prezioso da conservare o da sperperare insieme, come se fosse già scritto che quella ricerca puntuale potesse, anzi dovesse, essere fonte di un piacere da esaudire. Parlando ricreavano le loro esistenze e quella curiosa autonomia dalla realtà, si rivelavano una rigenerazione continua della fortunata eccezionalità della presenza reciproca, un ponte di necessità di trasmissione lanciato attraverso il futuro, un canto appaiato e irripetibile composto e modulato dal suono delle loro voci.
Rimaneva spazio anche per brevi silenzi, cadevano necessari, come le pause in musica, riprendevano con normalità, dopo ore, un discorso interrotto dal sonno, poi si separavano, certi che si sarebbero rivisti.
E accadeva, accadde più volte, anche per caso, ricordò, perché non poteva non accadere e la certezza sicura dei loro incontri era tale che divenne certezza anche capire che se tutte le strade intricate del mondo erano destinate ad incontrarsi, le loro due, incontratesi, avrebbero proseguito sovrapposte, compenetrate come una strada sola.
Quella mutua conoscenza di parole si approfondiva nel tempo, cresceva volta per volta ed era il lievito del sentimento, sembrava espandersi e consolidarsi intorno a loro come un sottile schermo che li isolasse dalla realtà quotidiana. Non avevano cessato di accettare il mondo delle rispettive vite, ma le avevano guardate allora con occhi nuovi, come qualcosa di assolutamente unico e singolare, non c’era necessità di progettare il futuro, non avevano desiderio di possesso o di ulteriori legami, la consapevolezza della reciproca esistenza era il legame più intenso.
Telefonare dispiaceva a entrambi, avevano provato a scriversi, ma avevano scoperto che niente era così completo e gioioso, niente era così appagante come parlare essendo realmente vicini, in qualsiasi luogo e a qualunque ora del giorno, godendo pienamente della presenza dell’altro, con intensa serenità, senza forzarsi mai. Le voci e i fiati tiepidi che si confondevano erano il perimetro dell’universo conosciuto, la strada accennata per quello da conoscere, erano l’alfa e l’omega delle loro esistenze e del loro futuro.
*
In quel lontano giorno di vent’anni prima, in un bar, dal giornale era emersa la fotografia di un’auto accartocciata sull’autostrada, un nome, poche righe di commento sulla nebbia e l’asfalto bagnato. Sopra il baratro di silenzio ghiacciato che si era aperto nel suo petto scivolavano da una radio, incongrue, le note di un preludio di Debussy.
Era rimasto il silenzio della musica, poi, senza più le parole, soltanto il vuoto.

Reblogged this on i cittadini prima di tutto.