Provocazione in forma d’apologo 234

Pino era sempre stato il primo della classe, e quando entrò in seminario presto fu il primo anche lì.
Ma i padri che vegliavano sulla formazione culturale e spirituale dei seminaristi, se non avevano la sua intelligenza (cosa di cui Pino era certo), erano più vecchi di lui, avevano maggiore esperienza, vedevano più lontano. Così un giorno un professore davanti a tutti i suoi compagni gli disse: “Nella lezione di domani dovrai rispondere a questa domanda, Perché credo?”.

Pino reprimendo a stento un sorriso fece cenno di sì e subito andò a chiudersi nella biblioteca, dove tirò giù dagli scaffali i volumi prediletti, aprendoli alle pagine opportune. Poi si mise davanti al foglio bianco e si dispose a calarvi sopra la penna. Ma la penna non toccò mai il foglio, gli rimase a mezz’aria per tutto quel giorno e parte della notte, quando dovette rassegnarsi a non apporre su quel maledetto foglio neppure una parola. Vinto, sgattaiolò nella camera che divideva con altri e cercando di non fare rumore fece la valigia, uscì dal seminario, e s’incamminò verso la stazione. Vi giunse che albeggiava, giusto in tempo per prendere il treno che saliva verso il nord, dove la lotta di classe infuriava per fabbriche e piazze.
Trovò lavoro, entrò nel sindacato, si mise in luce in ogni assemblea e in ogni iniziativa. Anche lì presto fu il primo, ma non fu soltanto il padrone a fiutarlo, bensì i suoi compagni medesimi. Con la stessa rapidità con la quale era diventato il centro dell’attenzione si ritrovò isolato, a farneticare di Cristo e di Lenin con chiunque gli usasse la misericordia di ascoltarlo.
Quella vita non poteva durare, pertanto si risolse al passo che non avrebbe mai più pensato di muovere: quello del ritorno al paese, un ritorno da sconfitto per giunta.
Comunque, pensava, mio padre è sempre mio padre, e nell’azienda ci sarà pure posto anche per me; e se non partirò dal gradino più alto avrò ben modo di risalirne qualcuno.
Ma il padre nel frattempo era morto, senza che i suoi avessero un indirizzo al quale comunicargli la notizia; il fratello maggiore, che aveva preso le redini dell’azienda agricola di famiglia, non sarebbe stato contrario a che Pino occupasse un posto consono alla sua condizione di parente stretto e in fin dei conti di coerede; ma al termine del lutto per la morte del padre si era sposato, e la moglie si oppose: quello è uno sbruffone tutto colpi di testa, uno che non ha mai lavorato, gli disse; inizi col fare il bracciante; anzi, cominci con l’occuparsi di stalla e porcile.
Il fratello cedette alla moglie e Pino cedette ad entrambi, che altro poteva fare oramai? E sulle prime sembrava che avesse retto il colpo, passava il suo tempo fra stalla e porcile, lavorando fitto senza alzare la testa, senza più una parola. Ma fu proprio lì, in mezzo agli animali, che nel giro di non molte settimane con un colpo alla testa si uccise.

11 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 234

  1. elisabetta bordieri

    “i veri acciacchi dell’età sono i rimorsi” diceva pavese, solo che il tuo amico non ha retto nemmeno a quelli.
    buona giornata.
    un abbraccio

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  2. tramedipensieri

    “La solitudine dei numeri primi”. Subito, a caldo mi soggiunge questo titolo del libro che, niente di ciò che è qui scritto abbia niente da fare con la trama del libro.
    E’ la solitudine che io chiamo del “ricercatore” di colui che, preso dalla sete di conoscenza, si richiude volentieri, in una biblioteca per leggere e così viaggiare. Ma questo viaggiare lo distoglie dalla realtà. Dalla “crudeltà”, in un certo qualmodo, dovuti ai legami reali con le persone che va a scontrarsi con questo tipo di persone che sono come dei fogli bianchi. E chi non è abituato…soccombe.
    Siamo fatti così: la nostra meschinità isola chi sappiamo essere più “bravi” di noi. Anzichè farcelo amico ed imparare con umiltà.

    Buona giornata
    .marta

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  3. robertorossitesta

    Cara Elisabetta,
    non so se si tratti di rimorso o di rimpianto, distinzione per noi fondamentale ma che non esiste in tutte le lingue. O magari, ovviamente, di qualcosa d’altro.
    Un abbraccio a te,
    Roberto

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  4. robertorossitesta

    Gentile Marta,
    non so se ho capito bene il discorso sull’umiltà, ma qui c’è anche una certa superbia (ingenua fin che si voglia, ma sempre superbia) del “ricercatore”, il quale si credeva più dotato di carismi di quanto non fosse, attribuendo inoltre alla cosa un’importanza smodata, e che proprio in questo trovava il suo limite più grave.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  5. Ilaria

    una semplice domanda lo ha messo n fuga.
    la vita lo ha annientato.
    non poteva che essere così.
    tristissimo direi.
    un saluto grande

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  6. robertorossitesta

    Cara Ilaria,
    le cose stanno come dici tu. E lui non ha capito, mai, sino alla fine. Certo, più triste non potrebbe essere.
    Un saluto grande a te,
    Roberto

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  7. gum

    La motivazione salva la vita, non importa se per Cristo, Lenin o il business e’ per questo che le scelte debbono essere sempre quelle più difficili.
    Un grazie e un caro saluto.

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  8. robertorossitesta

    Gentile Gum,
    sì, la motivazione salva la vita, ma è richiesto anche un po’ di equilibrio fra il “dentro” individuale e il “fuori” comune. O almeno la consapevolezza che in qualche modo quest’ultimo esiste; tant’è vero che a volte presenta conti pesanti.
    Grazie e un caro saluto,
    Roberto

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