di Gianni Fumagalli
SEM
Porti un nome importante e hai saputo esaltare la vita degli amici e delle donne che ti hanno frequentato perché l’hai resa divertente, esilarante, eccessiva, mai ordinaria. Ti ho conosciuto in quel periodo della vita dove l’amicizia è un bene primario che cresce e si rafforza per inerzia naturale, mantenendosi poi indipendentemente dall’intensità e dalle frequentazioni. Il mio primo ricordo è legato al binomio Samuele-Ermanno. In quella fase dell’età dove la forza fisica è un valore epico, avere un fratello alto e forte costituiva una garanzia aggiuntiva. Infatti fu proprio in un contesto di rivalità tra bande che vidi per la prima volta Ermanno. Alcuni balordi stavano minacciando i tuoi compagni, senza farti notare sei andato a chiamarlo; dopo pochi minuti comparve un gigante dal sorriso buono al quale bastò dire : “se sucess” per disperdere i piccoli teppisti. Nel tuo immaginario Ermanno rimase sempre l’emblema della bontà offesa, dello spirito puro incapace di affermare il proprio valore, del fratello, come deve essere un fratello. Morì a trentasette anni, come a trentasette anni morì l’altro fratello Mauro, alto e bello da fare invidia.
Anche a tuo cognato toccò lo stesso destino, in un drammatico incidente sul lavoro, al punto che per te questo numero ha rappresentato un buco nero invalicabile. Ti avvicinavi alla fatidica data come un condannato a morte al patibolo. Forse è a causa di questa tensione che hai coltivato un approccio all’esistenza all’insegna di un carpe diem poco oraziano. Le cene si concludevano sempre in un orgia di brindisi con te al centro a dirigere l’orchestra. Le donne sono stati gli angeli che hanno dissipato le paure. Superato il numero critico hai continuato ad esorcizzarlo con la stessa dedizione. Hai reso sorridente la vita di chi ti ha incontrato e questo è metà del compito che ci è dato, per l’altra parte ognuno fa poi l’investimento che crede.
La tua famiglia è calata in Brianza non da leghista ma da serva della Chiesa. Il padre era sacrestano nella piccola parrocchia di Caprino Bergamasco e tu, mi hai raccontato, sei nato nella sacrestia della chiesa in una fredda giornata di dicembre. Siete arrivati nella nostra comunità nei primi anni cinquanta e vi assegnarono una casa adeguata alla vostra numerosa famiglia. Tua madre sempre sorridente, tuo padre, piegato dal lavoro, tra la chiesa e la coltivazione dei campi della curia, a cui non sapeva mai dire di no. Era sempre vittima di profittatori, preti e parroci, capaci solo di chiedere servigi. Aveva però momenti di autentica celebrità, almeno così sembrava a noi chierichetti, ed era quando dirigeva il suono delle campane a festa. Noi amavamo farci sollevare dalle corde fino al soffitto per poi scivolare velocemente verso il basso, sotto il suo sguardo preoccupato ma vigile. Ricordo quando andai a salutarlo prima di un mio viaggio in Inghilterra; era letteralmente sorpreso che un amico del figlio potesse volare. Imitava il rumore del reattore allargando le braccia in un’estasi infantile.
Arrivarono poi gli anni ruggenti del ballo, delle canzoni cantate fino a notte fonda e del teatro. Il ballo era la tua lingua madre. Ti esprimevi come un artista che rispettava e infrangeva regole a piacimento; le donne che facevi volteggiare sentivano questo “potere” e ti seguivano in estasi. La sera del sabato ti preparavi come per una prima: capelli, pantaloni, scarpe, nulla era lasciato al caso, persino la macchina doveva rispondere alle esigenze del “dopo ballo”. Entravi nella sala e subito il tuo sguardo sopra le teste fiutava l’ambiente; sceglievi le mosse e difficilmente sbagliavi.
Verso la fine di luglio del 71 decidemmo di allinearci allo stile comune dei giovani viaggiatori, facendo una vacanza in autostop. Sandrino, un tuo caro amico, ci accompagnò molto presto all’imbocco della tangenziale, ci scattò una foto con la mia macchina fotografica e ritornò al lavoro. Noi aspettammo quattro ore vedendo partire, due suore, una coppia di danesi, due ragazze ed infine una “modella”. Nei pochi minuti che attese gli hai proposto un viaggio a tre ma non ebbe tempo, una grossa Alfa Romeo la caricò. Ricordo che il giovane autista non esitò ad imbastire una stupida scusa per giustificare l’impossibilità di portare tre persone sulla sua macchina vuota. Aspettammo ancora un’ora, poi una Mercedes rallentò, duecento metri più avanti si fermò e in retro sulla corsia d’emergenza si accostò a noi. Abbassando il finestrino sentenziò:” chel ca da tiraf seu cunscià a ca la manera lè? Per furtuna o cugnusù ul bagai del sacrista!” ( chi vi può caricare conciati così? Per fortuna ho conosciuto il figlio del sacrestano!). Era il Meregall, un artigiano nostro compaesano che andava a Firenze per lavoro. Aveva ragione e dovetti riguardarmi la foto scattata da Sandrino per ricredermi: barba e capelli lunghi, zaini e sacchi a pelo, chitarra e tamburelli. Paludati in quella foggia, per i benpensanti lavoratori che sfrecciavano quel mattino, la nostra era l’icona di una società alla deriva. All’uscita di Firenze, dove ci lasciò il Meregall, fummo catapultati in un vortice internazionale. Più di cinquanta autostoppisti da ogni parte del mondo attendevano il proprio turno per partire. Mi colpirono due danesi che esibivano un cartello con scritto: Marakesh. Disorientati tra la sbornia di gioventù esotica e il disagio di rimanere una vita su quel tratto di asfalto, aspettammo più di un giorno prima di ripartire. Il resto del viaggio non smentì la stella dell’odissea sotto la quale era iniziato. Arrivammo a destinazione in Calabria dopo tre giorni, stanchi, sporchi ed emaciati. Mia sorella, che allora gestiva un campeggio, ricorda che vide entrare due fantasmi dall’identità indecifrabile. Dopo i primi tre giorni passati in uno stato di perenne torpore senza neppure avvicinarci al mare, ci rimettemmo nuovamente sulla strada. Quello che ci aspettava era in pura armonia con ciò che avevamo già vissuto.
Era il febbraio del 72 quando andammo al Lirico di Milano per il primo concerto di Francesco Guccini. Per l’occasione invitammo le “due Lucie” ; così venivano indicate da tutto il paese le due cugine non ancora sedicenni: una coi capelli corvini come un’indiana, l’altra rossi come un’irlandese. Camminavano per le strade sempre a braccetto e avevano un incedere che sembrava dire: “guardateci perché siamo una rarità”. E in effetti avevano qualcosa di speciale. Quando andai da M., il padre della Lucia rossa, per chiedere il permesso per la figlia, guardando attraverso la vetrina del suo panificio nella direzione della tua 500 dove aspettavi al volante, mi chiese: “chel cal scavion le, al ma par Gesù Crest”. Buttai una credenziale sperando funzionasse: “a le ul bagai del sacrista”. Quella sera ci furono le due Lucie a graziarci con la loro acerba malia. Guccini cantò per due ore su un palco spoglio, accompagnato dalla sola sua chitarra acustica, canzoni che portammo per anni come bandiere. Tutti noi apprezzammo il rigore, che non ritrovammo più nei concerti successivi, la scelta artistica e la qualità dei brani. Non fu una serata ordinaria.
Quello sulle donne sarebbe un capitolo a parte che queste scarne memorie non potrebbero sognarsi di contenere nemmeno nella sua forma più sintetica, stile sentenza. Ne hai avute molte e le stregavi con un abbraccio che faceva vibrare tutta l’epidermide, da autentico Don Giovanni che non si vantava mai. Le donne avrebbero fatto follie pur di averlo!
Arrivavi a casa sempre con una donna diversa. Io avevo iniziato un periodo di studi intensi e tu mi presentavi come l’amico “colto”, dicendo che leggevo molti libri ed ero forte, rappresentavo il tuo lato scoperto: il desiderio di studi che una vita avviata al lavoro prematuramente e con ritmi da galera ti hanno precluso sul nascere. Per un periodo sei venuto ad abitare a casa mia. Il disagio di vivere in una cascina isolata da un passaggio a livello manuale e, per giunta, senza servizi in casa, cominciava a pesarti; accettasti di buon grado l’invito; per Camilla, mia sorella, sei sempre stato un fratello – figlio. Tornavi dalle tue scorribande galanti e mi intrattenevi per ore nella notte, con racconti da Mille e una notte. Poi arrivò il nuovo lavoro alla CGD; in poco tempo da fattorino ti sei conquistato un posto di tecnico del suono stimato da tutti gli artisti; la famiglia, il figlio da crescere, i problemi di salute. – Ora che il tempo – come dice Shakespeare – salta fuori dai cardini – guardiamo ciò che è stato dall’alto e con tono indulgente. Scuotendo la testa, sorridiamo agli infiniti rivoli dove abbiamo disperso l’allegra linfa della vita.
A Sem, con tutta la simpatia possibile perché non c’è amico che non ti ricordi con un sorriso.


Il mondo comincia a parlare ovunque ci sia un testimone, colui che è capace di ascoltare il suo mormorare…
Il compito più nobile della letteratura è e rimane la memoria. Fare rivivere – e quindi rendere reali – quelli che non hanno più voce…
Grazie Gianni!
Un caro saluto
Stefanie
Queste persone le incontri nei racconti e ti viene voglia di conoscerle davvero. Questo è solo quando chi scrive ama ciò di cui scrive. E’ così bello..
c.