Provocazione in forma d’apologo 236

Quando compì quarant’anni e per l’occasione invitò a cena qualche amico alzò leggermente il gomito. Non una vera sbronza, solo un’euforia moderata ma per lui comunque insolita. Quando lasciò la compagnia, non tardi ma tardi per le sue abitudini, s’incamminò verso casa da solo. Incrociava poche persone sotto i portici ben illuminati dalle luci dei lampioni e delle vetrine ancora accese, e a un certo punto fece un incontro per quell’ora abbastanza strano.

Una giovane zingara che camminava in senso contrario al suo lo puntò da distante e modificò la sua traiettoria per accostarglisi. L’uomo se ne accorse, ma l’alcol in corpo gli dava, se non benevolenza, almeno un’indifferenza benevola. La ragazza dunque gli si avvicinò e gli chiese una moneta. Lui, contrariamente al solito, non tirò dritto né si fece pregare ma tirò fuori di tasca qualche spicciolo. Lei allora gli trattenne la mano nella propria, insospettabilmente morbida, e se la portò vicino al volto, a portata di sguardo. Ma subito parve impallidire, per quanto glielo consentiva la carnagione bruna, e parlando con interruzioni come imposte dall’affanno gli disse: “Ti resteranno… dieci anni… da vivere”. Quindi lo lasciò correndo, in un istante fu lontana, senza che lui facesse un gesto per fermarla, per capire, per sapere.

L’accaduto apparentemente non gli sciupò la serata. Rincasò, dormì bene e l’indomani andò al lavoro senza nemmeno il più lieve cerchio alla testa. Ma l’incontro non era dimenticato, e di ora in ora venne ad occupare tutti i suoi pensieri. E non solo quel giorno, ma in tutti i giorni e gli anni a seguire. Non era mai stato superstizioso, non aveva mai consultato maghe e nemmeno mai letto l’oroscopo, né si mise a farlo. L’episodio rappresentava per lui un unicum, non da indagare ma da interpretare. Si attaccò immediatamente a quella strana formula, “Ti resteranno dieci anni da vivere”: perché “ti resteranno” invece dell’ovvio “ti restano”? E se la girava e rigirava in testa per ore, poi scrollava le spalle furioso, dandosi del pazzo per volere a tutti i costi trovare interpretazioni sensate e magari raffinate alla furberia o alla farneticazione di un’illetterata. Ma quel pensiero come lo scacciava così ritornava, sempre più ingombrante e ossessivo. Cominciò, lui che era sempre stato lontanissimo da queste cose, a misurare il tempo che lo separava dai cinquant’anni, a interessarsi di incidenti e malattie con tutti i loro corteggi lugubri e luttuosi.
Per farla breve, quando fu presso ai cinquanta aveva già deciso che non si sarebbe fatto sorprendere finendo a morire nel fondo di un letto, ma che avrebbe giocato d’anticipo. Così, il giorno del compleanno giubilare, niente alcol e niente festa. Lucidissimo nel suo delirio scavalcò la ringhiera del terrazzo di casa e si buttò di sotto. Gli parve persino di sentire lo schianto. Poi più niente, per un secondo o un secolo.
Quando si risvegliò, se così si può dire, non avvertì che buio e freddo, insieme alla sensazione di avere ancora un corpo ma di non poterne più comandare la benché minima parte. Poi, dei rumori di passi, due voci. Una la sentì chiaramente pronunciare le seguenti parole: “Poveraccio, quando due settimane fa è arrivato in reparto sembrava ci fosse qualche speranza di riportarlo indietro. Ma adesso è chiaro che il meglio che possa capitargli è che se ne vada del tutto”.
Fu da quelle parole che l’uomo, senza potersi nemmeno permettere un tuffo al cuore, comprese perché la zingara, invece dell’ovvio “ti restano”, aveva detto “ti resteranno dieci anni da vivere”. Adesso gliene restavano nove, nove anni più trecentocinquanta giorni. Murato lì dentro.

31 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 236

  1. robertorossitesta

    Gentile Trame di pensieri,
    lo scritto non arrossisce, a volte lo scrittore e il lettore sì, per questo si scrivono pezzi del genere.
    Grazie e un saluto ,
    Roberto

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  2. robertorossitesta

    Cara Giorgina,
    sono del tutto d’accordo. Ogni tanto un piccolo shock ci vuole.
    Grazie e un saluto,
    Roberto

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  3. gum

    Ottimo il pretesto della chiromante, per dire che la superstizione condanna a morte e la suggestione uccide!
    un saluto.

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  4. Giorgina Busca Gernetti

    Caro Roberto,

    di shock in shock che fine si fa?
    Io avevo già avuto il 26 di marzo quello dei rapinatori in casa. il 28 agosto un altro di cui non posso scrivere in internet. Ora arriva questo…

    Un caro saluto
    Giorgina

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  5. robertorossitesta

    Gentile Gum,
    è così. Ma se uno ha bisogno di ripeterselo è perché a volte la tentazione è comunque forte.
    Grazie e un saluto,
    Roberto

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  6. robertorossitesta

    Cara Giorgina,
    quando eravamo giovani noi si facevano delle vaccinazioni che di tanto in tanto richiedevano un “richiamo”. Considera testi del genere come quei “richiami”, spiacevoli ma non come il male che intendono scongiurare.
    Un caro saluto a te,
    Roberto

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  7. robertorossitesta

    Cara Elisabetta,
    magari, il cinema paga bene, ne avrei proprio bisogno.
    Il fatto è che tu sei troppo benevola e che io non sono così bravo.
    Comunque grazie e riabbraccio,
    Roberto

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  8. robertorossitesta

    Cara Ilaria,
    “non è mai troppo”? Non lo conoscevo, mi ha soccorso internet.
    Riabbraccio,
    Roberto

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  9. robertorossitesta

    Caro Fabrizio,
    nel profondo dell’inferno non c’è fuoco ma ghiaccio, e l’agghiacciamento di alcuni lettori è quello che provo io oggi per tanti motivi privati ma soprattutto pubblici, pubblicissimi.
    Speriamo tutti insieme di riuscire ancora a trovare nell’inferno ciò che non è inferno, e di rimettere insieme un po’ di fuoco. E se qualcuno ci si brucia(cchia) pazienza.
    Un abbraccio,
    Roberto

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  10. Carla

    Questo spiega quanto siamo suggestionabili.
    (meglio non avvicinare gli sconosciuti!:-)
    carino questo tuo, fa pensare al Purgatorio, il girone intermedio…
    ciao Roberto, a presto
    C.

    Rispondi
  11. robertorossitesta

    Cara Carla,
    sì, attenzione agli sconosciuti, per non parlare dei conosciuti…
    Ciao a te,
    Roberto

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  12. robertorossitesta

    Caro Fabrizio,
    e sornionamente ne hai tralasciata uno… tanto da Italiani Dante lo conosciamo tutti, no?
    Grazie e riabbraccio,
    Roberto

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    1. robertorossitesta

      Cara Carla,
      già, il Purgatorio. Siamo abituati a pensare al soggiorno in Purgatorio in termini di secoli, di millenni. Certo che dieci anni trascorsi in quel modo valgono di sicuro qualcosina di più.
      Buona giornata a te,
      Roberto

  13. robertorossitesta

    Caro Matteo,
    vedo che egoisticamente mi sono procurato alcuni compagni d’insonnia, anche se per via dei fusi orari non siamo tutti sincronizzati.
    Un abbraccio a te,
    Roberto

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  14. robertorossitesta

    Caro Fabrizio,
    certo che lo conosciamo, ma purtroppo come uno dei busti impolverati che affollano il nostro salotto buono. Se sapessimo ispirarci nella vita di ogni giorno all’esempio dei nostri grandi (alle loro sacrosante collere ad esempio) forse non saremmo al punto in cui siamo.
    Un abbraccio,
    Roberto

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  15. Giovanni Nuscis

    Una vita lunga e una morte breve non si decidono.
    Qualcosa si può invece forse fare per scongiurare una vita breve e una morte lenta, sempre che le ossessioni non abbiano il sopravvento su di noi.
    Grazie, Roberto, lucido e duro questo tuo racconto, e, come sempre, incisivo.
    Un abbraccio. Giovanni

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  16. robertorossitesta

    Caro Fabrizio,
    “parole sante”, grazie… detto da te forse non è solo un luogo comune 😉
    Riabbraccio,
    Roberto

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  17. robertorossitesta

    Caro Giovanni,
    non sono maestro di molte cose, ma di ossessioni lo sono certamente. Ho scritto quindi a ragione più che veduta.
    Riabbraccio,
    Roberto

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