Axis mundi. Racconti della Brianza

Compagni_di_scuola__anni_50

 

di Gianni Fumagalli

L’ISPETTORE PROVINCIALE

 

La visita dell’Ispettore Provinciale alla scuola elementare del nostro paese, nella seconda metà degli anni cinquanta, suonava come l’annuncio imminente di un monarca. Era stata preparata con quella stucchevole scrupolosità che allora caratterizzava l’avvento di un’autorità. Per noi bambini era poco più di un fastidio dovuto, il pegno minimo da pagare alla gerarchia del potere, ma da sbrigarsi il più in fretta possibile e da procrastinare giusto il tempo per soddisfare una vaga curiosità. Bisognava, per prima cosa, regolare le emozioni di tutti noi, spiritelli indomabili, molto poco educati al rispetto delle regole in presenza di persone importanti: silenzio e compostezza come condizioni preliminari, alzare la mano per chiedere la parola, intervenire  moderatamente e in modo pertinente – meglio sarebbe che parlassero i più bravi e con domande concordate, non si sa mai!

Ma dell’Ispettore Provinciale sembrava si fossero perse le tracce, svanito in un dubbio amletico di indecifrabile soluzione. Chi, quando, perché? Nessuno sapeva rispondere e per noi la normalità non tardò ad impossessarsi del suo concitato e scoppiettante fluire quotidiano. Passarono molti giorni e nessuno si ricordò più del trambusto che aveva seguito, per un lungo tempo, l’annuncio della possibile visita.

Poi, in una bella mattina di primavera, improvvisamente, la tensione si materializzò con l’eccitazione della bidella che informava, irrompendo nel bel mezzo di una lezione, l’imminente visita dell’Ispettore – è già arrivato ed aspetta d’incontrare la maestra.

Quella mattina fu però ricordata per un’altra ragione. Il volto dell’Ispettore svanito nei meandri della memoria, sovrastato da una vistosa cravatta rosso sangue e da un paio di occhiali con una grossa montatura nera, tutto il resto nebbia evanescente.

Ci furono dei preliminari, seguiti dall’esortazione fondamentale sul valore della scuola e dello studio per il futuro di ognuno di noi, poi arrivò la domanda, così, a bruciapelo e inaspettata: “che cosa vi piacerebbe fare da grandi?”

Come un fulmine, dal fondo della classe, si levò ritta e ben visibile la mano di Pietro, sfuggita alla censura della maestra. La sosteneva la sua faccia tonda come il disco della luna con stampato sopra un sorriso incantato, a ricordarci che della vita si può anche non capire proprio tutto e nondimeno vivere spensieratamente appagati. “Sentiamo il giovanotto là in fondo, dica, dica”, e già tutti i nostri sguardi convergevano sul fuoco del’azione. – Il bilota – fu la risposta suonante e decisa di Pietro. Lo scroscio di risa generale ruppe la tensione cancellandogli  il sorriso dal disco della faccia e lasciando al suo posto, ad esprimere l’amaro stupore, due occhi vuoti e delusi.

Povero Pietro, forse lo sapeva o lo sospettava che la lingua italiana disseminava di tranelli ogni percorso; in fondo una P o una B la invertivano anche i Sumeri e gli Ebrei, che differenza faceva un dettaglio così minimo! E poi era il caso di ridere così sguaiati. Eppure tutti si aspettavano queste uscite per dare allegria alla monotonia di una didattica ripetitiva e senza fantasia. Si rideva alle spalle del malcapitato poi tutto finiva lì.

L’ispettore se ne andò divertito, meno la maestra che commisurava il  suo valore anche in base alle risposte più o meno intelligenti dei suoi studenti.

Non ci furono più Ispettori di quel tipo nella mia vita scolastica. Anche quando sono passato dalla parte della cattedra e, come insegnante ho vissuto la scuola nei suoi molteplici aspetti, constatai che quella pratica di “ispezionare” l’andamento didattico era stata sospesa a beneficio di un’attenzione puntata esclusivamente sul piano  economico. Circolavano voci che sarebbe arrivato il tal Ispettore e avrebbe controllato il tal bilancio, ma noi non vedevamo mai nessuno: erano diventati fantasmi. Confesso però che ancora oggi la parola “Ispettore” mi richiama alla mente solo quell’Ispettore Provinciale della mia infanzia.

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