Verzeiht mir
Ich öffne eine Kammer meiner Seele für Euch,
die Ihr keinen Einlass begehrt.
Geschunden und gequält hat man Euch,
vergast, aber nicht vergessen.
Ihr lebt fort in den Erinnerungen
der Davongekommenen
die schwer tragen an der Last
des Überlebthabens
und die Zeugnis abgelegt
und Euch einen Namen, ein Gesicht gegeben haben.
Das Gebet erstickt auf meinen ungeschickten Lippen:
Verzeiht mir, dass ich nicht verhindern konnte
was Euch geschah
Verzeiht mir, dass ich nicht bei Euch war,
das Unerträgliche mit Euch zu tragen.
Verzeiht mir, dass ich noch nicht geboren war,
als man Euer Leben für unwürdig befand.
Ich öffne eine Kammer meiner Seele für Euch.
Verzeiht mir.
Perdonatemi
Apro una stanza della mia anima per voi,
che non mi chiedete di entrare.
Vi hanno maltrattato e torturato,
uccisi nelle camera a gas, ma non dimenticato.
Voi vivete nei ricordi
di coloro che ce l’hanno fatta
e che portano il peso
dell’essere sopravvissuti
e che hanno testimoniato
per dare a voi un nome e un viso.
La preghiera tace sulle mie labbra maldestre:
Perdonatemi per non aver potuto impedire ciò
che vi è successo.
Perdonatemi per non essere stata con voi
per sopportare l’insopportabile.
Perdonatemi di non esser ancora nata
quando si considerava la vostra vita non degna di essere vissuta.
Apro una stanza della mia anima per voi.
Perdonatemi.
Nachts
(für Arno Reinfrank, London, 6.12.2009)
Wir waren so arm, dass die Nacht
mein einziges Spielzeug war.
Auf dem Fensterbrett sitzend,
suchte ich den Mann im Mond,
zählte die Sterne und stellte mir vor,
die Milchstraße entlangzuschwimmen,
wobei ich mich fragte,
ob die Milch warm oder kalt sei.
Die Augen rieb ich mir,
bis ich im Dunkeln bunte Kreise sah.
Im Bett am Rande liegend,
den kleinen Schwesterleib wärmend,
lauschte ich dem Knurren meines Magens,
dem Trippeln der Ratten auf den Holzdielen
und dem Atem von Eltern und Geschwistern.
Deren Spielzeug war der Tag,
so dass ich die Nacht
mit niemandem teilen musste.
Di notte
(per Arno Reinfrank, London, 6.12. 2009)
Eravamo così poveri che la notte
era l’unico mio giocattolo.
Seduto sul davanzale della finestra,
cercavo l’uomo nella luna,
contavo le stelle e m’immaginavo,
di nuotare lungo la via lattea,
chiedendomi,
se il latte fosse caldo o freddo.
Mi fregavo gli occhi,
fin quando vedevo dei cerchi colorati nell’oscurità.
Straiato sul bordo del letto e
scaldando il piccolo corpo della sorella,
ascoltavo il brontolio del mio stomaco,
i passi dei ratti sulle travi di legno
e il respiro dei genitori e dei fratelli.
Il loro giocattolo era il giorno,
così non dovevo condividere la notte
con nessuno.
Traduzione di Stefanie Golisch
L’immagine è di Francesco Balsamo.

