Axis Mundi. Racconti della Brianza

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di Gianni Fumagalli

 

NEL PAESE DEI SOGNI AVVERATI

 

Il paese dei sogni avverati non è un luogo immaginario e le storie che raccontiamo non sono frutto della fantasia. Alcuni dei protagonisti non sono più tra noi, molti invece li potete ancora incontrare per le vie del nostro piccolo paese della Brianza. Gli angoli che fanno da quinte ai racconti sono ancora riconoscibili anche se, in alcuni casi, profondamente e tragicamente trasformati. Basterebbe questo a garanzia di autenticità. Ma i sogni a cui facciamo riferimento non hanno a che vedere con la proiezione dei desideri, i sogni della vita o cose del genere. Rimandiamo piuttosto, sperando di non cadere in un mieloso sentimentalismo, ad un tempo particolare dove la vita era carica di una singolare pienezza, tale da renderla pari ad un sogno. Non ci rendevamo conto, o se ciò accadeva era dentro un’istantanea rivelazione, che quel tempo possedeva già una luce propria e che ogni fede nei cambiamenti del mondo era situata in un aldiqua. Questi racconti minuti potrebbero essere letti anche come piccoli Amarcord, ma non è quello che vorremmo. Leggeteli come vi pare ma, se volete accettare un’esortazione, non dimenticate il titolo che li contiene.

Lifroc

Ci sono dei termini dialettali che non solo non sono traducibili ma compendiano una tale gamma di significati che ogni tentativo di riversarli in un’altra lingua è destinato all’insuccesso. Posso darne prova raccontando una gustosa scenetta che ne è la pratica dimostrazione. Una mattina d’estate dei primi anni settanta, uscendo dal budello di casa mia  che immette nella via principale, mi trovai alle spalle di due singolari personaggi della nostra comunità. Giuan detto Garbeta era intento a scaricare dalla sua cinquecento giardinetta alcune cassette di frutta per rifornire il suo negozio quando, improvvisamente, si immobilizzò come paralizzato stringendo nelle mani una cassetta di pesche sospesa a mezz’aria. Una giovane ragazza, bella e formosa, con una minigonna mozzafiato, stava passando proprio sotto al suo negozio con un’andatura lenta e sinuosa. Il suo sguardo, mentre si illuminava, l’accompagnò per alcuni lunghi secondi dove l’osservò accuratamente in ogni dettaglio, la spogliò e, forse idealmente, benedisse il cielo per un dono mattutino così inaspettato. Ma il suo breve sogno fu bruscamente interrotto da una voce stridula – va ca to vest me te vardà ca la bela tusa le – (guarda che ho visto come hai guardato quella bella ragazza). Ines di Roca che, non vista, aveva osservato tutta la scena, rappresentava il calco perfetto della zitella attempata dedita alla vita della chiesa con una devozione assoluta. Onnipresente ad ogni funzione religiosa, dalla postazione fissa della prima panca della navata femminile, dava il via a tutte le preghiere e intonava gli inni sacri con quella voce garrita che sovrastava in modo fastidioso il canto di tutti i fedeli. Il sorriso estatico che aveva illuminato il viso di Giuan Garbeta si fissò d’improvviso come per una istantanea, poi l’irritazione lo spense definitivamente nel momento che realizzò da quale triste figura femminile proveniva il rimprovero. Nel gesto di chinarsi a posare la cassetta sibilò all’indirizzo della zitella – te tas lifroc dun lifroc – (tu taci lifroc di un lifroc). Si perché lifroc è intraducibile, lifroc è uomo o donna che interrompe il sogno del vicino, è lo sciocco che si crede furbo, è il povero di idee che si pavoneggia, è l’artefice di un intervento inopportuno  e cento altri riferimenti che non trovano l’eguale nella lingua dotta.

Cesarino

Le calde sere d’estate portavano dentro un seme di eccitazione, se poi a viverle era un gruppo di spensierati giovani, l’energia poteva mutarsi in onda travolgente. Ci si ritrovava sempre in un Bar del centro del paese dopo cena e l’attesa per decidere della serata era un tempo aperto a tutte le più curiose e divertenti stramberie. In quella sera afosa e appiccicosa la protagonista fu l’acqua. Partirono, e in queste situazioni è  sempre arduo ricercare la causa prima, alcuni piccoli gavettoni, bicchieri d’acqua lanciati ad indirizzi precisi che colpivano l’obiettivo con accettabile precisione. Ma, quando lo scherzo sfuggì al controllo, volarono caraffe e secchi d’acqua che inevitabilmente colpirono attempati signori che mai avrebbero pensato che quella sera sarebbero tornati a casa dalle proprie mogli dovendo giustificare il loro stato impresentabile. Uno di questi era Cesarino, la maglia inzuppata per tutta la schiena, i jeans a due colori, blu scuro e aderentissima la parte superiore, i capelli appiccicati alla fronte. Mentre mi allontanavo verso casa per cambiarmi gli abiti bagnati, colsi la sua espressione carica di stizza, la testa reclinata, lo sguardo in tralice, la bocca semiaperta e tagliente a sentenziare ingiurie ed anatemi incomprensibili all’indirizzo di imprecisati colpevoli. La serata ebbe poi la sua evoluzione, il gruppo di amici si separò, il Bar tornò alla sua naturale vitalità, gli anziani ripresero possesso dei tavolini per il gioco delle carte. Verso l’una di notte incontrai Sem di ritorno da una serata galante. Mi diede un breve passaggio fin sotto casa con la capote della cinquecento spalancata a catturare l’aria fresca che gradualmente si andava sostituendo alla canicola del giorno. La macchina era stata tirata a lucido per le uscite di fine settimana ed aveva ancora i giornali a protezione dei tappetini. Era quel momento particolare dove tutte le attività, traffico compreso, cessano completamente e, nelle pause dei dialoghi, si sentivano attutiti i rumori della notte: i grilli in lontananza, il rombo di una macchina, così lontana da sembrare un assolo di basso tuba, qualche ronzio di zanzara. La pace e la frescura ritardavano il momento del commiato favorendo discorsi sempre più rallentati, espressione più dei sogni che della realtà. Improvvisamente uno scroscio d’acqua si rovesciò nella macchina come una gigantesca cascata inondando l’incolpevole Sem e lasciandomi pressoché illeso. Dopo lo smarrimento iniziale Sem uscì imprecando contro una persona che continuava a ripetere come una litania: “lo giurada, lo giurada, lo giurada” (lo giurata…). Non credetti ai miei occhi quando realizzai che quell’individuo era Cesarino. Mi sedetti per strada appoggiando la schiena al muro di casa e tenendo la testa tra le mani liberai un riso incontenibile fin quasi alle lacrime. Quando alzai lo sguardo notai un’ombra che si allontanava barcollando con un secchio in mano mentre il rosario delle imprecazioni di Sem riempiva il silenzio ovattato della via e la cantilena di Cesarino si andava spegnendo, lo giurada, lo giurada, lo giurada. Aveva atteso quattro ore per compiere la sua “vendetta”, quattro lunghissime ore nascosto nelle vicinanze con quel secchio pieno d’acqua. Era per me un attempato padre di famiglia, oggi direi un giovane padre – alchimie del tempo, – ma come ha potuto superarsi in una simile competizione scegliendo di sfidare dei giovani la cui visione della vita rispondeva ciecamente ai canoni della libera, pura e spensierata emotività;  lui che aveva due bambini a casa? Forse la sua interpretazione dello scherzo era radicale, eclatante, mentre la nostra superficiale ed effimera, noi non avremmo resistito che pochi minuti, lui attese quattro ore.

Cesarino aveva un mondo parallelo dal quale attingeva simboli e metafore per leggere ed esprimere quello reale. A suo modo aveva realizzato anche lui un sogno quando gli fu affidata dal Comune la gestione degli impianti sportivi. Lasciò la fabbrica come operaio metalmeccanico dedicandosi ad un lavoro all’aria aperta che lo avrebbe gratificato di  più. Quando lo si interpellava per la prenotazione di un campo di bocce, di tennis o altro, potevi sentirti rispondere – vegn che duman – ma perché Cesarino? – go minga che ul tirasas – (torna domani non ho qui il tira sassi, alias gli occhiali). Aveva sempre un’aria indaffarata mostrando una finta e inadeguata irritazione per ogni evento che scompigliava la sua attività. Passava all’italiano quando doveva marcare una mancanza di attenzione che interpretava sempre come affronto personale. – ta veded che (vedi qui), – mostrandomi uno spogliatoio che diceva di aver appena pulito e presentava già tracce di fango un po’ ovunque – sono stati quelli della palla ovale. – Appassionato di calcio, considerava il rugby una degenerazione imperdonabile e i giovani che lo praticavano degli sportivi a metà.

Prima di ritirarsi in un triste e inconsolabile oblio per la tragica e prematura morte di un figlio ebbe alcuni momenti di esilarante comicità. Uno di questi fu in occasione di un gemellaggio di basket con un villaggio francese. Le squadre, con relativi staff tecnici, genitori e autorità, erano state accolte per un lungo fine settimana nel nostro paese e ospitate nelle corrispettive famiglie italiane. Si svolsero diversi incontri l’ultimo dei quali tra genitori italiani contro i francesi. Alla fine dei tre giorni tutti furono premiati, si sprecarono elogi per l’iniziativa promettendo di ripeterla a breve. Nel mezzo del campo genitori e figli si scambiavano indirizzi e numeri telefonici. Era passata la mezzanotte, il pullman aspettava da tempo col motore acceso nel piazzale del centro sportivo per riportare in Francia gli ospiti ma l’eccitazione, che tutti avvertivano come un magnetismo, dilatava in modo imprevedibile il momento della partenza. Ad un tratto Cesarino afferra il microfono e grida: “alura, Giresse e Tiganà, le ura de na a ca’ “ (allora Giresse e Tiganà è ora di andare a casa, Giresse e Tiganà sono stati due famosi calciatori della nazionale francese di calcio degli anni ottanta). Da parte italiana si liberò una scrosciante risata mentre i francesi accompagnarono con incerti sorrisi l’ilarità che non potevano cogliere. Da quel episodio lo rividi sempre più raramente.

Caorle

Sem aveva una capacità unica, sapeva pizzicare nelle persone le corde nascoste della trasgressione, anche in quegli individui che non le conoscevano o ne avevano scordata l’esistenza. Quella sera di inizio estate, un gruppo di amici era in piacevole conversazione sotto il grande cedro del Libano che sovrastava la  piazza del paese, quando venne raggiunto da Sem. C’era Elia poco avvezzo a fare tardi la sera fuori casa, il suo lavoro lo costringeva a ritmi e orari che non gli lasciavano tregua. Era passato per caso e, invitato a trattenersi, si era unito al gruppetto di amici assicurandoli che si sarebbe fermato per pochi minuti. Gino dottore e Giorgio Smile non frequentavano assiduamente la piazza ma quella sera erano usciti assieme alla sorpresa più singolare: Cesare B., forse per la prima volta in libera uscita. Quando Sem lanciò la pazza idea di andare a fare il bagno di notte – magari a Caorle – non ci fu un netto rifiuto, anche se qualcuno aveva espresso un consenso circospetto. Saltarono fuori delle salviette, alcuni costumi e nel volgere di un quarto d’ora l’allegra brigata sfrecciava col suo carico di folli sogni in direzione est. L’euforia iniziale poco a poco lasciò il posto ad una veglia minacciata dal conciliante rullio ondulatorio della macchina. Le quasi quattro ore di viaggio intorpidirono tutti gli animi ma fu il freddo umido della spiaggia a risvegliare bruscamente i viaggiatori riportandoli alla ragione del loro essere in riva al mare di notte e insinuando al tempo stesso il rifiuto per un bagno che non aveva più nulla di ristoratore ma sapeva di pegno dovuto per una decisione mossa dall’astuto demone della trasgressione. Il bagno fu fatto lo stesso e il tempo per rientrare bastava giusto per giungere in paese per l’inizio del lavoro, era un mercoledì notte di una settimana lavorativa. Tutti sapevano, ma nessuno ne faceva parola, che “il piano di ricerca dei dispersi” mosso  dalle rispettive famiglie si era già attivato con tutti i contraccolpi emotivi e psicologici: le ansie per una disgrazia che poteva annunciarsi da un momento all’altro, la disperazione del non sapere dove e perché, il dolore per una perdita che col passare delle ore si presentava come uno spettro incombente. Ma fermarsi in un autogrill per una telefonata a casa avrebbe dissolto il fantasma della trasgressione che, in cambio del piccolo e ingannevole sogno di libertà, chiedeva una clausola ricattatoria da parte della famiglia interpretata come: rottura della fiducia e manifestazione di un animo insoddisfatto – non me la sarei aspettata da te, cosa ti mancava a casa tua –  Non accaddero tragedie, il viaggio si svolse regolarmente contro la minaccia più subdola, il sonno e, quando la macchina  entrò in paese, nessun familiare e nessuna volante dei Carabinieri attendeva i “prodighi”. Tutto sembrava esser filato liscio quando sul fondo di via Cavour intravidero un’ombra dalla postura incerta e sofferente, procedeva lentamente, con la mano si appoggiava al muro di recinzione della Canonica quasi temesse di cadere da un momento all’altro. Qualcuno avanzò una battuta all’indirizzo di Cesare – guarda che stanno cercando proprio te – prima di sbiancare Cesare azzardò una controbattuta per sdrammatizzare – a casa mia dormono tutti. – Ma quando la macchina arrivò nei pressi della chiesa la sagoma che da lontano era indecifrabile prese forma proprio nelle sembianza della moglie di Cesare. Scese senza salutare inciampando nel sedile, ritornò dopo alcuni passi come una furia per raccogliere le sue cose dimenticate nel baule. Gli amici che lo videro allontanarsi rimasero per alcuni istanti storditi ad osservare la scena, che forse anticipava, per intensità emotiva, il loro rientro a casa. Nessuno vide più Cesare per i futuri dieci anni e nessuno sa come sia stata l’accoglienza a casa degli altri. Il cronista può garantirvi però che nel caso di Sem non ci furono sussulti.

Rolls Royce

Il grande cedro del Libano, la cattedrale laica con le radici piantate nel giardino delle suore, è stato il testimone fedele e imparziale di tutti gli eventi più curiosi della nostra comunità. Sotto i suoi grandi rami s’incontravano e coltivavano relazioni tutti coloro che avevano sogni da raccontare o progetti da tessere. Al pari di tutti i testimoni degni di questo nome ha custodito la sua memoria come un segreto da rivelare solo a chi mostrasse cuore per le sue storie. Niente potrà mai rimpiazzare l‘immenso vuoto seguito al suo taglio, vuoto fisico, vuoto di spirito, vuoto di vita. Ora, al posto dei giovani che in ogni periodo dell’anno sostavano sotto i suoi rami, troverete solo delle auto parcheggiate. L’episodio che vi raccontiamo è stato sicuramente conservato, come molti altri, nella memoria del grande albero così come ve lo raccontiamo ed ha come protagonista Gusto.

Una tarda sera d’estate dei primi anni settanta, un gruppetto di amici sostava nella piazza del paese nell’attesa che la stanchezza disperdesse tutte le velleità nottambule. C’era Giacomo detto Tupa, Arturo, Gianfranco, Frisco Gino dutur (dottore), Sem, forse Gianni Agostinelli, Fausto e Giorgetto, o forse altri ancora di cui non ricordo più i nomi. Un poco più tardi comparve Dorino, alto, possente, con una barba alla Karl Marx, si avvicinava al gruppo portando a mano la bicicletta che al suo fianco sembrava un giocattolo. In quegli anni Dorino incarnava il pensiero marxiano con una coerenza invidiabile ed una propensione alla diffusione e alla prassi del pensiero comunista che rasentavano l’ottusa insistenza dei fanatici. Si era unito da poco al gruppo quando, preannunciata da un rumore caldo e rassicurante, comparve una Rolls Royce, bianca, luccicante, grande e armoniosa al tempo stesso. Dopo alcuni minuti si aprì la portiera e con gesti lenti e calcolati scese Gusto che si fermò e, appoggiando i gomiti al finestrino, scrutò le persone sulla piazza con uno sguardo inespressivo. Attese ancora qualche minuto in silenzio poi la chiuse con un leggero movimento, appena accennato ma plateale, delle dita della mano. La portiera si accostò con una tonalità in sordina, ovattata. Aveva prodotto un effetto enorme e si apprestava a raccogliere i primi frutti di questa apparizione quando Dorino sentenzio: “per vec una machina insce o te vendet ul cu o te fet ul rucheta” (per avere un’auto così o ti prostituisci o fai il protettore). Gusto accusò il colpo ma si mantenne imperturbabile. Era venuto per esibire il suo sogno e aveva ricevuto un’accoglienza gelida e sprezzante, ma non si perse d’animo, una Rolls Royce è pur sempre una Rolls Royce e nessuno potrà resistere al suo fascino foss’anche spinto da una curiosità prevenuta. Avanzò verso di noi con passo deciso poi, liberata una delle sue risate cavernose disse: “dai vegnì che ca va fau fa un gir seu la giustra” (dai venite qui che vi faccio fare un giro sulla giostra). Non tutti si mostrarono interessati ma dietro le sue continue insistenze, cinque di noi salirono sulla macchina dai sedili vellutati. A questo punto Gusto esibì tutto il repertorio. In un tempo dove le auto erano scarsamente accessoriate la sua Rolls sfoggiava una quantità illimitata di opportunità. Schiacciò un pulsante e sul lato posteriore destro si aprì un sportello frigo che nascondeva un numero esagerato di bevande di ogni tipo; un altro elevò il sedile guida come un trono; con un altro ancora ruotò i sedili posteriori in modo da formare un salottino. Nei pochi chilometri che percorse sfoggiò tante di quelle novità da sembrare un mago prestigiatore. Gusto aveva raggiunto lo scopo, aveva stupito; poteva rinunciare a qualsiasi vantaggio ed era capace di grandi privazioni e sacrifici impensabili pur di vedere stampata sul viso dei suoi interlocutori la rigida maschera dello stupore. Ci lasciò in piazza  visibilmente soddisfatto e con la promessa che al suo prossimo ritorno dall’estero ci avrebbe deliziati con altre magie. Del resto che cosa ci si poteva aspettare da una macchina con una statuetta sul cofano chiamata: “Spirit of Ecstasy” (Spirito dell’Estasi). Ci salutò con una sgommata.

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