Su Giulia Napoleone

Giulia Napoleone

di Domenico Vuoto

Le mani dell’artista

Quante volte è stato detto che le mani dell’artista sono l’estensione materiale del suo pensiero, il veicolo di sentimenti, emozioni – e esitazioni e dubbi – impliciti nell’attività creativa? Bisognerebbe aggiungere che esse costituiscono, già di per sé, visivamente, uno dei suoi tratti significativi. E che nella loro conformazione e geografia gestuale si condensa, per chi le osservi, un potere tale di suggestione da portarlo ad immaginare i percorsi e addirittura gli esiti del loro impiego. L’argomento, dicevo, è stato ampiamente esplorato, a cominciare dagli artisti stessi e in epoche anche lontane (penso a Leonardo che parla della mano come di un’interprete dell’animo).

In questo scritto vorrei farne una sorta di filo rosso che incrocia e unisce alcuni momenti della mia biografia con quella di un’artista di grande vaglia e forte personalità come Giulia Napoleone, passando attraverso la qualità della sua opera. Naturalmente, a proposito dell’opera, le mie saranno considerazioni affidate al gusto, prive cioè di quel corredo di conoscenze specifiche che non posseggo, e che un articolato giudizio tecnico ed estetico richiede.

Potrei usare quel filo per inanellare tre tappe che scandiscono tre momenti decisivi dell’incontro con Giulia: la conoscenza, la collaborazione e il confronto fattivi, oltre che la frequentazione amicale che si snoda tra Roma, Aleppo e Carbognano: quest’ultimo, delizioso paesino del viterbese dove l’artista si è stabilita da più di un lustro e lavora assiduamente. E tuttavia preferisco che quel filo non sia così rigido e le inanellature e scansioni temporali così precise; sono attratto da quell’intermittenza della memoria nelle cui pieghe rimbalza, inatteso, il ricordo non cercato né voluto che convoglia stringenti verità della nostra e altrui esistenza; insomma, uno di quegli oscuri (e perciò tanto più preziosi) impulsi memoriali che sfuggono alle nostre premeditazioni.

Ed eccone uno che subito mi si impone con la forza di una necessità. È relativo a un periodo di tempo che un uomo come me, avanti negli anni, dotato cioè di quella presbiopia della memoria che gli permette di vedere nitidamente nel passato più lontano, non riesce (se non in alcuni particolari) a fissare con precisione. Certamente si colloca sullo scorcio del secondo millennio, in un pomeriggio autunnale, in uno spazio affollato di una diffusa varietà oggettuale e olfattiva. Lo spazio di cui parlo è lo studio in Trastevere che Giulia Napoleone divide con un suo collega di lavoro; è qui che sono venuto a trovarla per discutere con lei di un libro che faccia dialogare segno grafico, il suo, e segno verbale, il mio.

Giulia allora doveva ultimare un suo lavoro – questione di minuti – e mi ha pregato di attendere. Nell’attesa, se mi faceva piacere, avrei potuto guardarla mentre era all’opera. Un invito che tradiva, tradisce, la duplicità dell’artista, di ogni artista. Che ora vela gelosamente e custodisce i segreti del proprio lavoro, ora magari li disvela – e invoglia l’occhio del guardante a farsi complice dell’opera in fieri. Ad apprenderne passaggi e modalità.

In quell’occasione ho potuto vedere per la prima volta Giulia Napoleone picchiettare lungamente su una lastra metallica con la puntasecca. E osservarne le mani: la conformazione: piccole, un po’ nocchiute, nervose; la prensilità e tenacia, la duttilità. E infine la precisione e consapevolezza dei gesti. Affascinanti collettori di esperienza, di applicazione inesausta, di passione rivolta al conseguimento della bellezza. Ho potuto constatare quale consonanza ci fosse tra i loro movimenti e quelli del volto – lo svariare delle espressioni, l’estrema tensione e concentrazione dello sguardo.

Le mani di Giulia mi sono apparse per quelle che veramente sono: oltre che di artista, mani di artigiano. Della grande tradizione artigianale italiana.

Il ricordo di quel pomeriggio ne richiama un altro molto recente, dell’ottobre 2012. Sono a Carbognano, e più esattamente nello studio a pochi metri da casa dove Giulia Napoleone lavora. Qui, sembra ripetersi la scena di anni prima. Seduto in una poltroncina, guardo le mani dell’artista all’opera. Ne osservo la tenacia, l’energia (nient’affatto scemata nel tempo) mentre batte con la puntasecca su una superficie delineandovi minute trame di luce e di quasi impercettibili variazioni di colore in un paesaggio monocromatico. E mi viene da assimilare i loro gesti a quelli del picchio, il simpatico volatile che martella accanitamente il tronco di un albero col becco. Dopotutto gli uni e gli altri gesti non rispondono forse, nella reiterazione ed esattezza dei movimenti, a un’esigenza vitale?

Ma poi, sempre quel ricordo, si irradia e include altri tempi della nostra conoscenza e frequentazione. Tornano alla mente gli incontri preparativi del libro cui ho accennato prima – i miei racconti, i suoi disegni uniti nel titolo L’altro sguardo – e che si svolgono nella casa di via Garibaldi a Roma. La casa-studio che l’artista, prima di trasferirsi a Carbognano, occupa con la sua Camilla, la magnifica gatta piumosa che segue e sembra governare con sguardo ora pigro, ora intento – ma pur sempre inafferrabile – il procedere del suo lavoro. E ancora: gli incontri al Bulino, la famosa bottega-galleria dell’incisore Sergio Pandolfini a via Urbana, luogo espositivo delle sue opere e di altri importanti artisti come Strazza, Lorenzetti, Bonalumi, per citarne alcuni. E nei numerosi altri luoghi romani dove si danno occasioni di scambio verbale su un ventaglio di argomenti che, dall’ambito artistico e letterario, passando attraverso grandi e piccoli eventi personali (in cui i gatti, gli amici felini, hanno spesso un posto d’onore), approdano inevitabilmente alla temperie politica dell’Italia, con amare considerazioni su un Paese immedicabile, sulle macerie etico-sociali prodotte da un potere e da un’ideologia ventennali, sul loro lascito capace di influenzare a lungo, nel tempo a venire, una democrazia già strutturalmente gracile.

Gestazione della luce

I frutti dell’impegno artistico e artigianale di Giulia Napoleone sono visibili in numerosi luoghi espositivi in Italia e all’estero. Di lei, della sua produzione, hanno scritto, e continuano a testimoniare, critici, esperti ed estimatori. La sua biografia è costellata di eventi che registrano ora un lavoro individuale, solitario, ora dialogante con poeti di riconosciuto valore. (Su questo dialogo, condotto con rispetto dell’altro mi riprometto di dire più avanti). Né si è trascurato di indicare i modelli ispiratori della sua opera (Strazza, innanzitutto) e la loro lezione, avvertendo che essa è stata tradotta dall’artista in chiave del tutto personale e di assoluta originalità. E, inoltre, l’importanza che riveste la luce nelle sue opere e la coerenza nel perseguire il registro informale come stile e senso del suo percorso, al di fuori delle mode e di quelle eccentricità del post-moderno che talvolta rispondono più alle esigenze del mercato artistico, che dell’arte stessa. Da ciò che ho detto, il rischio per chi ama la sua opera (ma, ripeto, è privo di quelle conoscenze specifiche che sono alla base di un compiuto giudizio critico), di replicare malamente concetti già espressi. E tuttavia, l’amore per l’arte di Giulia Napoleone mi spinge ad addentrarmi lo stesso in quella che è per me una terra incognita.

Dicevo della luce. Nell’artista di cui parlo non è – o, meglio, non mi è mai sembrata – un’acquisizione, qualcosa di dato una volta per tutte. Inoltre la sua qualità non appartiene ai canoni con i quali si intende corrivamente la luce. Nell’opera di Giulia la sua esistenza è possibile solo nell’accertata ampia esistenza dell’ombra. L’ombra ne diventa la matrice, la genesi. Nel distacco dall’ombra ogni linea o punto luminoso – mi verrebbe da dire: ogni indizio o sospetto di luce – diventa luminosità pervasiva e ardente. Così, la tensione verso la luce non è indolore, come non sono indolori le gestazioni. Tutto ciò presuppone un faticoso tempo di imbastiture e soluzioni formali dove il gioco e lo svariare dell’ombra lasciano spazio a chiarori diffusi, costituiti da linee trasversali, orizzontali, reticolari, spiraliformi (si pensi allo splendido Presepe dell’artista esposto al MUSMA di Matera) o da disseminazioni puntiformi -. Evocazione di notturni stellati e lunari. O di stratificazioni terrestri risolte con morbide linee ondulate. Evocazioni peraltro interscambiabili, sicché è possibile immaginare la terra in una rappresentazione celeste, e viceversa.

Sono le costanti, le invenzioni che informano i disegni a china e le incisioni dell’artista, disegni e incisioni che costituiscono gran parte della sua produzione.

Nelle imbastiture monocromatiche (l’azzurro) la luce spilla dal gioco tonale del colore, ma con non dissimile travaglio generativo. E qui, a imporsi, sono suggestioni marine e celesti di una luminosità vibratile e abbagliante.

Si ricava dall’opera, vista nella sua interezza, l’impressione di una strenua volontà tesa a creare delle cosmografie, a ricomporre i frammenti di un mondo reale disgregato, o in via di disgregazione, in unità armoniche. È una grande fatica di Sisifo. È una sfida. Ma è in questo che la ricerca dell’artista trova il crisma dell’originalità. E della poesia. Ne è prova il dialogo serrato che Giulia intraprende appunto con la parola poetica, della poesia storica (Baudelaire, Mallarmé, Sbarbaro) e di quella contemporanea (Bianca Maria Frabotta, Marco Caporali, Marco Vitale, e altri). E infine con i versi di uno dei più grandi poeti arabi viventi, il siriano Adonis. La collaborazione con Adonis è al tempo stesso frutto di un incontro-confronto fra differenti generi di creatività e istanze culturali diverse e, perciò, tanto più feconde negli esiti. Ne vengono fuori straordinari spartiti (sempre nelle eleganti edizioni d’arte del Bulino di Sergio Pandolfini) dove la poesia delle immagini di Giulia e quella sapienziale del poeta arabo conversano con lievità e grazia raffinate, inducendo nel fruitore una vertigine di suggestioni e spunti evocativi.

La collaborazione di Giulia Napoleone con Adonis mi offre l’estro per parlare del periodo siriano della sua attività artistica e didattica, e di quanto ho potuto vedere e capire dell’una e dell’altra in un mio viaggio e sosta ad Aleppo.

Passione del dare e dell’apprendere nel segno della bellezza

Nell’inverno del 2003 Giulia è in terra di Siria. Insegna belle arti alla PUSA University di Aleppo. Nelle pause dell’insegnamento torna a Roma. In uno di questi ritorni le esprimo il desiderio di andarla a trovare ad Aleppo. Ciò che in primo momento pareva divagazione o espressione di un gioco, col passare del tempo si materializza in una decisione e in una realtà. In altri termini, il 31 dicembre dell’anno seguente sono in Siria, ospite dell’artista nell’appartamento che occupa, nel campus dell’Università, insieme alla sua inseparabile gatta Camilla. Il campus si trova in una zona residenziale di Aleppo, a non meno di un chilometro della sede universitaria.

Perché mi dilungo in questi particolari? Per il semplice motivo che ogni giorno degli otto o nove che hanno scandito il mio soggiorno nella città, quel chilometro diventa un percorso avventuroso e di scoperta, che si completa all’interno dell’Università stessa dove ho l’opportunità di pranzare alla mensa con Giulia. Intorno a noi, la folla degli studenti. Tanti la salutano; tanti, soprattutto ragazze, le si avvicinano per parlarle. Il viatico che mi permette di affrontare con piacere e, ripeto, con spirito di avventura quel relativamente breve tratto di strada e altri luoghi cittadini mi viene da lei, dalle sue “istruzioni”, dalla sua conoscenza del Paese – della sua antropologia, delle sue problematiche sociali e politiche.

E qui mi sento obbligato a dire della sensibilità, del rispetto (ma anche del gusto dell’azzardo) che l’amica artista mette nel confronto con l’alterità nelle sue specificità storico-geografiche e culturali. Credo che Giulia non sia mai stata una turista nei suoi spostamenti fuori dell’Italia; è stata una viaggiatrice nel significato più profondo che si dà alla parola viaggio: tempo cioè di dismissione delle abitudini consolidate e, dunque, di impegno conoscitivo, di verifiche anche impervie: il tutto finalizzato alla comprensione del nuovo e del diverso. E inoltre: luogo di epifanie. Con lei, i miei giri nella città d’Aleppo sono diventati, di riflesso, un seguito di viaggi nella complessa realtà siriana.

Uguale cura Giulia ha profuso nell’insegnamento. Ne parlo quale testimone del rapporto che ha avuto con i suoi studenti di Aleppo: affettuoso-protettivo e al tempo stesso esigente, di rigorosa professionalità; aperto ai giovani e pronto a dare e ad apprendere da loro. Gli esiti combinati del suo lavoro di docente e di quello dei discenti sono stati spesso esposti nei locali dell’Università quale bilancio, appunto, di scambio fra maestro e discepolo che dovrebbe costituire il principio guida del vero insegnamento. Visibile è apparso il travaso della sua lunga esperienza grafica nelle delicate circonvoluzioni e sinuosità della scrittura araba.

Per un gruppo affiatato di quegli studenti, femmine e maschi di diversa estrazione etnica e religiosa, Giulia ha rappresentato un sicuro punto di riferimento, un modello del fare artistico e saperlo porgere, una figura amicale e, all’occorrenza, materna e prodiga di consigli di vita. Di quei giovani ho fatto conoscenza. Con sei di loro, la sera precedente la mia partenza, ho cenato in uno dei migliori ristoranti di un caratteristico quartiere della città. Naturalmente Giulia era stata l’organizzatrice della serata. Era stata lei a farsi garante, presso le famiglie, delle tre ragazze presenti… Queste, ma anche la pattuglietta maschile, erano in preda a una grande emozione. L’uscita, la cena, la permanenza fin quasi alla mezzanotte nel ristorante rappresentavano per loro qualcosa di inconsueto, un che di nuovo ed esaltante e, per noi tutti insieme, un momento di molto gradevole convivialità. Il ricordo però di quella e altre intense occasioni di incontro si tramuta oggi in rammarico e pena riflettendo sulla ferocia, sui morti e le distruzioni che la guerra civile ha causato e continua a causare in Aleppo e nel resto della Siria. Ne parlavo di recente con Giulia nella sua casa di Carbognano. Mi diceva che i suoi rapporti con Aleppo e la Siria si sono inevitabilmente ridotti. Di quei ragazzi che la frequentavano le giungeva qualche rara notizia. Uno, un ragazzo gioviale, esuberante era morto, mi ha informato, in una delle tante sanguinose battaglie che hanno infuriato nella città; di qualche altro o altra sapeva poco o niente. Una conta desolata di scomparsi o di chi è stato costretto a lasciare precipitosamente la città per sfuggire alla carneficina. Non era presente ai nostri conversari la silenziosa-sontuosa Camilla. Morta anche lei, seppure di vecchiaia. Insieme ad altre, una grave perdita per la mia amica. Ma Giulia non indulge al dolore, non ha tempo né voglia di farlo: nel suo giardino ci sono due gatte che aspettano di essere curate e nutrite e, sparsi qua e là in Carbognano, felini randagi in attesa della sua generosità. E poi ci sono gli amici. Ma prima ancora, su tutto, c’è la sua “casa degli spiriti”, lo studio dove le sue mani, obbedendo ai fantasmi dell’invenzione, si adoperano per generare luce dall’ombra.

3 pensieri su “Su Giulia Napoleone

  1. Gino Usai

    E’ stata mia insegnante all’Istituto d’Arte di Anagni negli anni Sessanta: una donna straordinaria; semplicemente fantastica. La ricordo con tenerezza e ammirazione.
    Gino Usai

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