di Marco Righetti
La poesia di Valeria Serofilli sgorga con il procedere di un tempo sempre uguale e diverso, è improvvisa agnizione che supera la memoria “Sei l’antico etrusco/che abbraccio sul sarcofago/il bizantino con me nel mosaico”, filiazione del proprio bisogno di nuovo consistenza, “Sei il fontanone romano / che mi schizza/e io la vestale che/scherza con il getto”, o ineludibile identità di un pensiero circolante, perché la matematica della poesia ha la proprietà di non far fuggire nulla “Lo stesso sei, che stringo a me//dai tempi / ad adesso” (Dai tempi).
E c’è la cortesia tutta naturale, sorgiva, di far lievitare il pane dei ricordi e volgerlo in elezione stringente: “Lasciò detto che / quotidiana messe// pane vita fosse / per me //questa Poesia” (Il fornaio), o il volo sperato verso un presente che tolga “un po’ di smog/ di quel catrame trasparente/ sedimento//della vita di sempre”. Parca, estroflessa la chiusa, il finire di un’attesa nella pacificazione di una resa che però ha identità impreviste : “O non è forse/ il solo// restare qui/ abbracciati// mare monte lago/ semplicemente noi/la nostra estate?” (Ora che l’afa).
Le occasioni per adottare lo sguardo altro, ‘il senso del verso’, sono le più comuni, “La sveglia”, con la sua crudele sottrazione di un tempo altrimenti disincarnato, il “Compleanno” col suo ‘discorso farfait’, il candore elegiaco per l’eternità di una cometa (“Halley”) e il gioco finale di un abbraccio da regalare alla Cometa’. Può avvenire di tutto, scrivendo poesia, anche il dilatarsi di un batter di ciglia, lo smarrimento dei collanti umani della fretta, l’essere appesi a un filo che non ha altro significato che la perdita della gravità, la leggerezza di un tempo diverso.
Percorsa la parabola, il canto si volta in senso di ineludibile distanza – come nella sognante “Aprilia Lunarossa (a una figlia probabile)” – in consapevolezza di impossibile ‘scambio di sopravvivenze’, in speranza che la poesia, in ultima analisi, non deluda, non derida. E la finestra del disinganno si allarga ancora in “Resoconto”, articolata riflessione che brancola il buio e porta la poeta a ‘tracimare coi suoi fantasmi’ indagando sul rapporto con la vita, su ‘quello che è stato o quel ch’essere poteva’ , sulla nebbia che versa “Strasogno/tra annichilimento e resoconto”. Qui l’incessante musicalità del verseggiare, le rime le paronomasie le assonanze i richiami interni concorrono ad un vero e proprio ‘crescere’ dei versi oltre il loro stesso valore semantico. Qui la poesia si dispiega, il verso si allunga e interroga se stesso come il miglior humus per veicolare il seguito di questo dialogo con il sé nascosto: una poesia, con Heidegger, come casa dell’essere.
In “Lettera a mio padre (A più sereni cieli)”, toccante omaggio al padre scomparso, le domande entrano sul foglio e ne vengono cancellate subito dopo, come se l’unico approdo consentito fosse la rinuncia a una risposta, l’accontentarsi di aver un attimo varcato l’aldilà e acceso umane luci, senza poter sapere se serviranno a illuminarlo. Allora il viaggio di questa tenera pietà filiale ritorna all’origine dialetticamente arricchito: “Ora che ti so quieto/ adagiato sulla parte di me// che t’appartiene// ritorno bambina, fresca e fragile //a scrivere “padre mio, ti voglio bene”.
***
Dai tempi – Raccolta inedita
Dai tempi
Già ti conosco / meglio, ti ho riconosciuto
Sei lo stesso / dei tempi della clava
che si ostina con la pietra focaia
che mi stringe / al riparo dagli orsi
Sei l’antico etrusco
che abbraccio sul sarcofago
il bizantino con me nel mosaico
Ti ho riconosciuto
Sei lo stesso / con me steso sul triclinio
mentre sorseggi assenzio e mi accarezzi
Sei il fontanone romano / che mi schizza
e io la vestale che
scherza con il getto
Sei lo stesso con cui danzo
il minuetto e mi difende
da chi tenta lo sgambetto
Lo stesso che adesso
mi accompagna in ascensore
mentre clicca su fb “mi piace” o “commenta”
e che su Marte mi sposerà all’istante
cercando un varco telematico al consenso
Lo stesso sei, che stringo a me
dai tempi / ad adesso.
***
Il Fornaio
Quando il Fornaio / impastò la mia pagnotta
vi mise sale / lievito, sesamo di giudizio / smalto rosso
di zenzero un pizzico
amore molto / vino bianco
e forse un po’ d’inchiostro
La unse quel tanto di sudore / giusto lavoro
la spezzettò in tasche di ricordo
Ne serbò briciole / per piazze di piccioni
e per piccole tese mani di ogni colore
Pezzi più grossi / cartilagine rigenerante
azione/ non azione
o per sgualcite merende sui banchi / ricreazione
Infornò il tutto, indicandone i tempi
di cottura / doratura
Lasciò detto che / quotidiana messe
pane vita fosse / per me
questa Poesia.
***
Lettera a mio padre
(A più sereni cieli)
Ora che più manchi/ più non manchi
e la tua memoria a quest’ora
s’intride di luce
Anche qui, tra la folla/ intossicata di vita
vocii richiami applausi
mi tieni compagnia
Più presente di quando/ al mattino
ti alzavi già stanco e soffermavi
la mente/ prima d’iniziare il giorno
Chissà com’è ora il tuo giorno
che non sia un’andata senza ritorno
un sonno privo di risveglio
Qui nell’aria una strana dolcezza
e non è certo tutto quel che resta
e mentre la calma acqua del Fiume continua a incorniciare Pisa
ho in me il tuo abbraccio/ astratto, ma non per questo meno caldo
Sei tu che più non soffri/ caro
o il ricordo di te/ a rifiorirmi dentro
senza addio?
Ora che ti so quieto/ adagiato sulla parte di me
che t’appartiene
ritorno bambina, fresca e fragile
a scrivere “padre mio, ti voglio bene”.
Ora che l’afa
Ora che l’afa
non cessa il suo morso lento/ ma vorace
ti porterei con me, a toglierti un po’ di smog
di quel catrame trasparente/ sedimento
della vita di sempre
Ti porterei alle Canarie
a ritrovare/ il volo
di quei freschi baci selvatici
Alle Sechelles, ad annegare i pensieri
di te /di me
Mentre qui/ solo l’eco delle foreste
oasi fittizie di un artificiale ferragosto
O non è forse/ il solo
restare qui/ abbracciati
mare monte lago
semplicemente noi
la nostra estate?
(Agosto 2012)
***
A me ti rapirà
Tra non molto/ a me
ti rapirà il sonno
e resterò a parlare col tuo fantasma
Sarà allora che potrò dirgli
tutto quel che taccio
prima del risveglio e di quel tuo “devo andare”.
***
La sveglia
C’è un tempo per ogni cosa
Questa è l’ora / in cui il cuore si riposa
e , ape golosa / mi poso sul tuo petto
come su rosa
A spina controvento rispondo
“ niente in confronto / alla bufera di ogni giorno”
Per ogni cosa c’è un tempo
Questa è l’ora / in cui il cuore si riposa
e inalo il tuo profumo
come rosa
Aspetti pure tutto il resto:
i piatti da lavare
il pavimento
Finché la sveglia non ci sottragga
a ciò che induca al sonno
ed alla mente il sogno,
il giardino sia quello delle Esperidi!
***
Compleanno
A mezzanotte mi hai detto <>
come lo sai dire te
<>
poi hai sorriso
mi hai messo la mano sulla nuca
e ti sei addormentato
Eppure amore
il più bel compleanno
che abbia mai festeggiato.
***
Aprilia Lunarossa
(a una figlia probabile)
I miei luoghi saranno i tuoi luoghi
Palpiterai dei miei palpiti e avrà il tuo volto
la luna rossa sul fosso
Dei miei capelli intreccerai ghirlande
per i tuoi / miei sogni
estranei alla gente
Lui sarà là ad aspettarci / petto dolce su cui planare la pelle
scambio di sopravvivenze
generoso di carezze per le sue donne perché
Aprilia Lunarossa
non sarà lui a deluderci / né lui a deriderci.
***
Halley
Verrà la Cometa / e ci troverà
abbracciati
a immortalare l’eterno
in un batter di ciglia
e finalmente / non avremo più fretta
e non ci sarà da trovare
una soluzione / perché non ci sarà
una soluzione
Appesi a un filo
con la pelle arrossata per i tanti baci
reggeremo ogni confronto
Si rammarichino gli altri
di ciò che perdono
Noi non abbiamo che questo abbraccio
da regalare alla Cometa:
regalo di Cometa.
***
Uomo nuovo
(Ab ovo)
Che si rompa il guscio di pietra focaia e fionda
il cavernicolo di ripercussioni e invidia
Vorrei lasciare quel guscio di mattoni vecchi
per rinascere acqua di lago/senza spreco
fondamenta più solide, anche se di palafitta
e poter dire infine ”Evviva, è nato l’uomo senza il guscio!”.
SS.Pasqua 2013
***
L’Anadyomene ( L’Afrodite nascente, Apelle, Pompei, IVA.C.)
soggetto di un celebre affresco di Apelle, il cui mito, evocato da Plinio, fu ripreso dagli artisti dal Rinascimento in poi
Dal flutto emerge
bel corpo di Donna
Ruscellanti di spuma
fendono i seni
l’aria salmastra
promessa di pomi maturi
Capelli in festa
che le tue dita inanellano
in amoroso gioco
Divina o umana
sinuosa nasci
e indelebile esisti!

