Intervista a Diana Alessandrini, autrice di “Ignoranti sentimentali”
di M.C.
Esistono dei doveri sentimentali? E che ne è del loro corrispettivo, i diritti sentimentali? C’è tutta l’intima sofferenza che nasce nel cuore di chi si sente escluso dalla possibilità di amare, nel romanzo d’esordio di Diana Alessandrini (nella foto). Con Ignoranti sentimentali (Opposto Edizioni, pagg 230, euro 15), in arrivo a fine maggio in libreria, e che sarà presentato in anteprima alla Fiera Internazionale del Libro di Torino, la giornalista di Radio Rai si misura con quelle che lei ritiene due tipologie speculari di ignoranza: una collettiva, legata alle norme della legge 40 sulla fecondazione assistita che proibisce l’inseminazione eterologa; l’altra privata, personale, legata alla figura maschile, sempre meno capace di una presenza, di una cura della relazione.
Diana Alessandrini, partiamo dalla trama del romanzo.
“La storia è quella della relazione tra la trentacinquenne Domiziana Alicanti e il cinquantenne Fabrizio Feliciani. Emotiva e in crisi esistenzial-coniugale, lei. Distaccato, impermeabile agli scatti di umore e con una vita vissuta nei libri, lui. Libri in cui Fabrizio trova la sua ragion d’essere, il suo habitat, il surrogato alle emozioni che non ha il coraggio di provare. Il terremoto rappresentato dall’ingresso di Domiziana nella sua vita, lo spinge a serrare le fila, a mettere in campo una tattica di difesa e respingimento, a cui alterna l’abbandono irresistibile tra le braccia di questa donna che riesce a toccare il suo cuore calloso. E proprio nella ricerca della giusta distanza, che fallisce nell’alternanza tra fusione e distacco, Fabrizio esercita il potere, sperimentando la vertigine del controllo sulla giovane donna, che a sua volta – proprio come nel rapporto tra vittima e carnefice – ne accetta il plagio”.
Eppure, nell’analisi di questo lungo percorso di sottomissione volontaria, Domiziana trova la forza per affermare l’urgenza dei suoi bisogni, a cominciare dal desiderio di diventare madre. E qui si imbatte in un’altra barriera. Pubblica, stavolta: la legge 40.
“Sì, assieme all’ignoranza sentimentale di Fabrizio, Domiziana deve fare i conti con l’ignoranza sentimentale del nostro Paese, che nega l’autodeterminazione dell’individuo. Nel percorso tortuoso e umiliante che la protagonista segue per diventare madre, con una serie di viaggi all’estero, c’è un atto d’accusa contro la normativa italiana sulla fecondazione assistita, più volte modificata dalla Suprema Corte in alcune sue parti e che tuttora proibisce l’inseminazione eterologa. Una incostituzionalità che è il sintomo dell’incapacità di amare dell’Italia, di una società in cui dilaga il narcisismo”.
È proprio seguendo questo filo rosso, e attraverso questo gioco di specchi tra privato e pubblico, che si svolge la trama del romanzo. Una storia di disamore e negazione.
«Sì, una relazione a sottrarre, carnale e intellettualistica a un tempo, travolgente e glaciale, che prolifera nelle piaghe di un’anima femminile ferita e si nasconde nelle pieghe di uno spirito maschile sterile».
Il romanzo indaga il rapporto uomo-donna a monte accostandosi a forme patologiche dagli esiti imprevedibili. Fino a che punto si può arrivare con queste premesse?
“Mah, la realtà è nelle cronache di ogni giorno. Quella che in casi estremi, ma ormai troppo spesso, conduce al femminicidio. Da parte mia ero interessata a capire le dinamiche psicologiche autodegradanti di donne che si lasciano soggiogare dagli uomini. E nello stesso tempo il deserto interiore di uomini che, con l’esercizio del controllo e del potere sulle donne, affermano la loro identità”.
Ma è qui che il romanzo svolta repentinamente, l’ignoranza privata e quella collettiva esplodono insieme.
“Sì, da questo rapporto di coppia, sterile e malato, si arriva alla scelta della protagonista. Il rifiuto di Fabrizio a diventare padre spinge Domiziana a proporgli un ennesimo compromesso: «Sono disposta a fare una fecondazione eterologa con seme di donatore ma tu cresci questo bimbo con me?». Un compromesso Frankenstein, da cui la stessa protagonista è spaventata, ma in cui vede la “cura” alle paure del suo uomo e alla sua ignoranza sentimentale. Una soluzione estrema, certo, nel segno però della vita che si oppone a una sterilità mentale prima ancora che generandi. Un percorso irto di ostacoli, reso ancora più difficile dalle proibizioni in materia di Legge 40”.
Alcune pagine del romanzo somigliano a una vera e propria analisi politica contro la normativa italiana sulla procreazione assistita.
“Da giornalista avrei potuto pubblicare un saggio, ben documentato e centrato sull’argomento. Ma poi, appunto, sarebbe mancato il cuore. E spero invece che il romanzo, mezzo attraverso il quale ci si identifica nelle storie dei protagonisti, parli alla gente, instilli il dubbio in ogni lettore di aver trascurato qualcosa di importante e civicamente rilevante”.


L’ha ribloggato su Semplicemente Stella Maria.
Argomento difficile questo della procreazione assistita, in bilico tra ciò che è bene e ciò che diritto/desiderio, sempre a rischio di interpretazioni che sfocino nell’insensibilità e nel giudizio.
Lavoro in una casa di cura dove è presente un importante centro di fecondazione assistita, di riferimento nazionale, e per anni ho incontrato e svolto il mio lavoro con donne alle prese con la grande sofferenza di non riuscire a diventare madri, donne per le quali la ferita di non poter avere figli si aggravava tutte le volte che si scontravano con l’insensibilità ed il giudizio, a volte del loro stesso marito, o di altri familiari, a volte delle leggi che, giuste o meno, morali o no, gli impedivano di realizzare il sogno d’amore diventato unica ragione di vita.
L’unico modo efficace per capire, anche insieme a loro, dove poteva essere la verità, è sempre stata quella di mettersi nei loro panni, di provare a sentire e a vedere con i loro occhi ed il loro cuore: solo così, diritti e doveri sentimentali si chiarivano, almeno in parte, e si poteva stabilire un dialogo.
Grazie per questa intervista e per questo libro, il cui argomento mi è particolarmente caro a causa di vita vissuta indirettamente.
Esiste un amore speciale, quello che abita nella pancia, pronto a dar vita ad ogni sentimento, a sorpassare qualsiasi ostacolo pur di permettere a quel fiore di sbocciare in tutto il suo splendore, capace di resistere e ribattere gli “Ignoranti Sentimentali” che si incontrano nel “viaggio della speranza”, – come lo definisce la Mazzantini nel suo “Venuto al mondo”, quelli che parlano di egoismo piuttosto che di generosità (?). Ciascuno dirà la sua, ma per quanto mi riguarda è soltanto il cuore a parlare.
Grazie per questo bellissimo post che tratta un argomento delicatissimo in cui molte donne, più o meno fortunate, specchiano la loro anima.
Scusate, ma io non credo si tratti di pancia. L’amore, se esiste, sta nella pancia, nella testa, nel cuore e nell’anima, per chi ci crede. Il punto, credo, è che l’amore eterosessuale non è più il presupposto della maternità, che ci piaccia o no. Ci si può chiamare fuori e sottrarre alla cura della relazione fino a renderla impossibile, ma abbiamo i mezzi, oggi, medici e legali, per scorporare la maternità dall’amore – e dal corpo. Questo, la maternità che da destino diventa potenza, fa paura a molti. Siamo oltre l’archetipo di Frankenstein, l’uomo che vuole fare Dio.
Infatti sono questioni del tutto superate, tra poco la scienza sarà in grado di produrre in laboratorio individui asessuati e finalmente non si parlerà più di amore, nè omo nè etero…
L’ha ribloggato su Incontri con parole e immagini. Editoria.