Da Figlio, Edizioni Nottetempo, maggio 2013
Il tempo ti rende figlio
accende la paura del domani
forze che si sfanno in un corpo non tuo
di vecchio arreso alla vestaglia
muto al terrore che niente rimanga.
Padre di luce e potenza
del sacro spendersi
in lavoro e poi lavoro
stringi le tue mani di gigante,
senti quanta ancora ne possiedi
di forza per viaggiare nel futuro,
nel bene che hai creato, un’alba alla volta.
Ecco la tua casa
i paesi che farai tua terra
ecco i visi di famiglia
ancora sfocati alla tua vista,
del mondo niente altro ti serve,
crescerai di stupore in scoperta
vedrai cose figlie all’universo
cose piccole con dentro un vento
da scoperchiare il petto,
come gli occhi di tua madre
innamorati sui tuoi ancora ciechi.
Quando ridi
e sei tutt’uno con la gioia
niente che sia male esiste,
fremono nell’aria le tue braccia
afferrando invisibili cose
luci e ombre amiche
giocano con te in segreto
in una lingua vietata a ogni altro,
poi nuvole a coprire il sole
il buio che penetra la stanza
nere le pareti dove le tue mani
carezzavano il pulviscolo,
quello che non vedono i tuoi occhi
è il dolore, si chiama perdita.
La casa è vuota.
Il suo abitante fluttua
nel male della perdita
in un silenzio che era battito,
vigilia di un incontro
che non sarà di questa terra.
È un giorno senza anima
si vaga dietro la tua assenza
ai perché nel buio della mente
piegati di fronte all’evidenza,
non nascerai uomo pesce,
mai i nostri profili s’uniranno.
Sei tu madre di dolore
a portare nella carne il peso,
amore che cresceva
della tua stessa aria,
io ti sono a fianco
ma oltre il pianto
i tuoi occhi non vedono.
Non ha volto la tua storia
né luogo dove ritrovarti,
nemmeno a darti un nome
abbiamo fatto in tempo,
tanto più è sofferta
nostro frutto la tua scomparsa
in questa nebbia senza terra
dove far crescere il ricordo,
tu solamente uno dei tanti
da alfa a omega senza mondo.
Eserciti di uomini mai nati
quale sterminata terra
vi tiene in grembo?
E di noi vostra carne
porterete vaga memoria?
Da questo stesso amore
come piaga nutrita dall’addio
sarete dominati fino al nostro incontro?
Mai più porterai
dono che scalcia,
non sarà più il tuo ventre
il luogo dove si rivela
l’amore quando s’incontra,
troppa la pena inflitta
e dare vita ad altra attesa
costa una forza da giganti.
Si sfiorano le mani
sulle vesti in miniatura
ripiegate dentro il nero delle buste,
corredo che si era custodito
da Nicolò al nuovo mai venuto.
Attesa che scoppia
un ronzio le voci dei fantasmi
i perfidi tiri dell’angoscia,
poi la corsa senza fiato
fino agli occhi che raccolgono
visione di creatura
appena uscita dalla madre,
viva grazia di figlia
luce di bellezza che conquista
padre finalmente arreso
che riposa alla tua vista
e ridere fino a tremare
non spiegandosi le lacrime,
mio fiore e colore
Viola che sfioro la prima volta.


bellissima.
Sentita oggi a Radio tre, non sono particolarmente legato alla poesia, ma questa mi è piaciuta molto