E’ la scrittura, bellezza!

E' la scrittura, bellezza!

di Barbara Pesaresi

Mi è rimasta un’illusione: compilare un manuale di scrittura creativa, che nel mio caso sarebbe alla rovescia, alternativo ai tanti che ho sfogliato con tedio e insofferenza. La scrittura è tra le cose da prendere di petto, come gli orchi delle storie o i mostri che appaiono nei sogni. Prima o poi lo scriverò. (da Non superare le dosi consigliate)
E poiché Fabrizio Centofanti è uno che mantiene le promesse, ecco il saggio/romanzo È la scrittura, bellezza!, l’antimanuale di scrittura creativa.
Nel libro, composto da due parti: Come vincere un premio letterario in 80 mosse, sottotitolo Un antidoto alle scuole di scrittura, e Brice Cento – ciascuna delle quali si può considerare romanzo compiuto – l’autore confessa e racconta la sua passione per la scrittura e la letteratura. E per raccontarla chiede soccorso ai suoi maestri e li saccheggia affettuosamente, in primis Italo Calvino, al quale ha dedicato in passato il saggio Italo Calvino, una trascendenza mancata, e la cui opera tanto lo ha influenzato e ispirato, come si evince soprattutto da questo saggio/romanzo.
Centofanti arricchisce il testo di citazioni, gioca con i personaggi letterari più amati, rivendicandone, da lettore, il possesso e il diritto ad usarli nonché (re)interpretarli, senza peraltro mai nascondere le reali intenzioni.
Il prode cavalier Fabrizio, lancia in resta, si getta nella mischia letteraria e tira fendenti a destra e a manca, nel tentativo disperato di liberare la scrittura, e la letteratura, dai luoghi comuni, dagli stereotipi e dalle cattive abitudini che hanno contribuito a fare dello scrittore un produttore seriale di libri e del libro un prodotto commerciale che, come tutte le merci, trova il principale motivo di esistere nella possibilità di essere venduto, pertanto in grado di produrre ricchezza. Naturalmente l’autore compie questa crociata attrezzato di tanta ironia e senza mai prendere sul serio neppure se stesso.
Centofanti, semplicemente, rivendica la dignità dell’arte della scrittura, il cui approdo non può e non deve necessariamente consistere nella produzione e pubblicazione di un best seller, fine ultimo degli insegnamenti delle scuole di scrittura di tendenza, nonché delle case editrici a pagamento e non. In particolar modo punta il dito contro le prime, colpevoli, a suo avviso, di contribuire a inaridire la creatività, incanalandola precocemente entro regole rigide e schemi narrativi precostituiti. Infatti, per l’autore, la scrittura è qualcosa di più di un insegnamento o di un mestiere, avendo a che fare con la traduzione di un alfabeto, quello della vita.
Duccio Demetrio, nel saggio Perché amiamo scrivere, sostiene che: Dalla scrittura non tracima mai il nulla. Sempre lo respinge o colma. Svela l’imponderabile, ci trascende e migliora. È pienezza umana.
Chi ama scrivere, quindi, è una sorta di guerriero in lotta contro il nulla: L’horror vacui sorregge il ticchettio delle dita sui tasti del computer, ne sospinge la danza, al pari di quella delle foglie, delle nostre anime autunnali che attendono pazienti primavere di senso. Perché il senso esiste, e batte alle pareti del cervello, nereggia sullo schermo, si spreme come olio dall’oscuro frantoio della notte, concentrata nella stanza. (da Prêt(re) à porter)
A questo punto, però, se la scrittura è anche ricerca di primavere di senso, la faccenda si complica un po’ e l’antimanuale di scrittura creativa potrebbe essere, in realtà, ben altro. Infatti, Fabrizio Centofanti, ogni volta che affida se stesso alla pagina scritta sistema un’altra tessera di un mosaico intimo in cui si forma il modo del suo essere cristiano (da Il segreto del poeta). E allora ecco che la pagina scritta può assumere tanti significati per chi la scrive: esorcismo del vuoto, ricerca di senso (cristiano) e del segreto ultimo delle cose, della verità e della bellezza, nonché forma in continuo divenire. In una parola: vita.
Per Anna Maria Ortese la scrittura è trasmutazione: Scrivo per trasmutare un dolore in una possibilità di serenità. Io ho sentito per la prima volta il valore della scrittura quando, da ragazza, conobbi il terribile strazio della morte di una persona cara. Mio fratello marinaio era scomparso nelle Antille e dopo due o tre mesi ho cominciato a scrivere delle poesie. Roba modesta, niente di speciale, ma mi è servita per trasformare quel mio dolore indicibile in un’altra cosa. In una forma. Credo che il valore del narrare sia proprio questo. Mi vengono in mente le mamme che per tranquillizzarli cantano le ninna nanne ai bambini: la scrittura è come un ritmo che serve a calmare, aiuta a sostenere l’orrore di certe emozioni che altrimenti ci distruggerebbero.
Ciò significa che quando il bisogno di scrivere nasce da un impulso profondo, oltre ad essere ricerca è anche trasformazione, poiché muta qualcosa in altra forma per renderla accettabile, vivibile, e nel farlo compie opera di salvezza. È un travasare sulla pagina la grazia e l’inferno che provengono dall’ascolto attento e rispettoso del mondo che ci circonda e di se stessi. E se, come ogni altra declinazione del fare umano che non si realizzi soltanto in superficie, la scrittura necessita di uno slancio, di un impulso, per capire in che cosa consista per Fabrizio Centofanti questo slancio, occorre addentrarsi sotto gli strati del libro perché, come sempre, sono tanti i livelli di lettura offerti. Soltanto scavando ci si avvicina al cuore dell’opera, ovvero a quella riflessione intensa e profonda sulla vita e la fede che è matrice imprescindibile della scrittura del nostro autore, il quale afferma: La fede è un rischio ma senza di essa si muore di noia e il romanzo prima di cominciare è già finito (pag. 23).
E se l’ispirazione è spirito che muove dal di dentro, vita che travolge ogni struttura inadatta a contenerla (da Il segreto del poeta), l’immaginazione, altra materia prima indispensabile alla scrittura, in realtà è una risorsa di energie preziosa, che va utilizzata con sapienza. Ogni pensiero va confrontato con il nostro centro, con il nucleo profondo della persona: allora prende senso, acquista la giusta prospettiva. Non è opportuno temere i propri pensieri, né appigliarsi morbosamente ad essi. Occorre piuttosto collegarli con tutto il resto. Finalmente la nostra energia sarà al nostro servizio. (da Le parole della felicità).
Nella prima parte di È la scrittura, bellezza!, Come vincere un premio letterario in 80 mosse. Un antidoto alle scuole di scrittura, Centofanti, è una sorta di Indiana Jones alla ricerca del segreto perduto del romanzo, e cioè come scriverlo – ammesso e concesso che sia ancora possibile farlo, in questo nostro tempo che ci vede assistere (impotenti? indifferenti?) al perdurare di una crisi che soffoca e inibisce la progettualità di ogni fare umano. Infatti, a questo proposito, l’autore si e ci chiede: Che il romanzo sia davvero impossibile oggi, nello smarrimento di ogni coordinata, dove il meglio che ci si possa augurare è una navigazione a vista esposta a ogni vento e priva di qualunque meta? (pag. 31).
Questa ricerca avviene attraverso incursioni nel passato e conversazioni immaginarie con gli scrittori più amati, e altrettante incursioni nel presente e dialoghi con intellettuali e scrittori contemporanei. Centofanti offre al lettore uno spaccato della situazione letteraria attuale, denunciando quella malsana abitudine che vede lo scrittore prendere il posto del romanzo, per cui quest’ultimo diventa soltanto uno strumento di affermazione sociale strettamente personale e di successo da talk show televisivo.
Occorre un’azione che si opponga, che faccia resistenza. A questo rimanda il primo nome: Faber. Ho il karma della focalizzazione, non perdo un secondo del mio tempo, come se un Dio mi avesse messo nelle mani un orologio ad alta precisione. Maria è il secondo nome, a ricordarmi che anche il meccanismo più perfetto ha bisogno di una fede per procedere spedito, un’apertura a un’energia straniera. Leopoldo è il terzo, dal santo che trascorse l’esistenza a confessare: la produttività e la fede non sono sufficienti se non si è disponibili per gli altri con la stessa cura. (da Non superare le dosi consigliate).
Ed eccoli Leopoldo, Maria e Faber irrompere sulla scena e agitare le pagine di questa prima parte di È la scrittura, bellezza!.
Sembrano i tre personaggi che nel romanzo Il Mago di Oz, di Baum, accompagnano Dorothy nelle sue avventure, tutti alla ricerca di qualcosa: lo Spaventapasseri del cervello, il Boscaiolo di latta di un cuore e il Leone codardo del coraggio.
E cosa cercano i nostri eroi? Leopoldo è un personaggio letterario abbandonato dalla sua autrice (Maria), alla disperata ricerca di storie da vivere e di qualcuno che gliele scriva. Maria è una scrittrice in crisi di ispirazione e che non riesce a liberare la sua creatività dai lacci di regole e schemi. Faber è un prete di periferia, alla ricerca di cuori che sappiano ascoltare, perché scrivere è anche nascondersi sperando che qualcuno ti trovi.
Ad un certo punto arriva in soccorso di Maria, direttamente dal racconto La leggenda del santo bevitore, di Joseph Roth, (tutto sommato tra personaggi letterari ci si può anche aiutare) Andreas, un barbone che vive sotto i ponti della Senna, a Parigi. Sarà Andreas che aiuterà Maria a capire che scrivere è andare alla scoperta del segreto del mondo, spiegandole che per farlo non bisogna imparare delle regole, ma lasciare che il cuore si converta, al vento, all’acqua, alla voce che passa e ha bisogno del silenzio per essere ascoltata. Dio vive sotto i ponti della Senna e detta il racconto che non saremmo mai riusciti a scrivere (pag. 52).
Se la seconda parte del libro, Brice Cento, fosse una canzone, sarebbe Volta la carta di Fabrizio De André. Sono tanti i personaggi che incontriamo, persino troppi. O forse Cosimo, Viola, Simone Vangelis, Amerigo, Medardo, Teodora, Cloe, Cesare, Cavedagna, Alberto, Marco e Olivia sono soltanto dodici frazioni di un unico personaggio, Brice Cento? Dodici come gli apostoli, i mesi dell’anno, i segni zodiacali. Tutti si cercano e si perdono, si incontrano e si scontrano, si amano e si odiano, e nel farlo danno vita a un girotondo che ricorda un gioco che fanno i bambini, quando piegano più volte un foglio di carta per poi ritagliare con le forbici la sagoma di una persona. Dopodiché dispiegano il foglio ed ecco tante figurine che si tengono per mano e che, se ripiegate, diventano nuovamente una. Unicità e complessità. È questo uno dei compiti dello scrittore e del romanzo? Raccontare l’uno attraverso la molteplicità e ricondurre la molteplicità all’uno?
In questa seconda parte di È la scrittura, bellezza!, Centofanti entra nello specifico e affronta le varie tematiche legate alla scrittura del romanzo, incarnando ciascun argomento in uno dei personaggi sopra citati e affidando così alla vita il compito di scriverlo, perché la vita che si trasforma in opera diventa inattingibile, sacra, e nessuno può più rivendicarne l’esclusiva: è un alfabeto che il lettore decifra altrimenti, con altre intenzioni e desideri (pag. 118).
Decisamente Centofanti ha mantenuto la promessa, ha scritto un manuale di scrittura alla rovescia. Infatti non dà regole, non insegna nulla. Farlo sarebbe un po’ come ripetere la vecchia storiella del tipo che comprò la frusta prima di comprare il cavallo.
Insomma, morale della favola, come si diceva una volta, ciò che conta è che ciascuno di noi impari a scrivere il racconto della propria vita traendo ispirazione da quella fonte, a volte nascosta, che alimenta il nostro essere più autentico, ma per farlo occorre cercare dentro di sé finché non la si è trovata. Dopodiché se ci sarà qualcosa da raccontare, si racconterà.
Fabrizio Centofanti è sacerdote e scrittore. Si può prescindere da una vocazione per raccontare l’altra? Credo di no, sarebbe come pensare di separare Superman da Clark Kent. Pertanto voglio concludere queste riflessioni, sicuramente parecchio anarchiche, con la poesia In cosa credo, contenuta nel libro Prêt(re) à porter, perché più di ogni mia parola può far sentire i giri di quel motore che alimenta questa sua passione per la scrittura: Credo nella rivelazione dell’amore, che sconvolge la vita. / Senza questo non c’è niente. / Poi viene il lavoro, duro e tenace, / ma col soffio che spira, il flusso che trascina. / Credo nel cuore. / Senza questo non c’è niente. / Non venite a raccontarmi di volontà e costanza. / Non c’è volonta o costanza senza cuore. / Credo nella folgorazione che si chiama incontro, / per cui vale la pena patire il dolore. / Senza questo non c’è niente. / Quando ti presenti, oltre la nebbia del mio io, / ringrazio d’esserci, nonostante tutto. / Credo nella coincidenza che mi fa posare lo sguardo / al posto giusto e nel momento giusto. / Senza questo non c’è niente. / Quante volte ho desiderato quel verso, quella pagina, quel volto, / e proprio ora, quando meno me lo aspetto, leggo e vedo. / Non venite a raccontarmi che è soltanto un caso. / E se anche fosse, gli sarei grato / Come a un Dio che mi aspetta alla finestra, / con gli occhi sulla strada deserta, oltre la nebbia del mio io. / Ecco, in cosa credo. / Ora che la notte è scesa. / E il mio cuore finalmente vede.

9 pensieri su “E’ la scrittura, bellezza!

  1. Ernesta Scappaticci

    “credo nella folgorazione che si chiama incontro, / per cui vale la pena patire il dolore./ senza questo non c’è niente./”

    Io credo in tutte queste note musicali che mi fanno sentire viva, senza le quali l’Incontro non può essere!
    “E il mio cuore finalmente vede”

    Grandi versi! un libro, questo , che difficilmente potrò leggere e rileggere senza trovarvi tutte le volte una Parola nuova di significato.

    Grazie all’ autore che non risparmia mai la condivisione con il mondo della sua bella Anima.

    ernestina.

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  2. M&C

    Ho iniziato a leggere F. Centofanti in quanto sacerdote, poi ho scoperto lo scrittore ed il poeta.
    Ora non saprei più separare i tre piani, perchè in ciò che scrive leggo la Fede, la vita ed il sogno che diventa speranza.
    È vero che nei suoi scritti “la pagina scritta può assumere tanti significati per chi la scrive”, ma anche per chi la legge.
    Sono parole scritte sempre con il cuore le sue, da leggere solo con il cuore.
    Grazie a B. Pesaresi che, a mio avviso, ha colto e descritto sapientemente la profondità della scrittura del “nostro” autore.

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  3. Rosa Salvia

    Desidero leggere quanto prima questo romanzo di don Fabrizio. Già dal titolo si comprende di iniziare un viaggio nella scrittura intenso e carico di pensieri ed emozioni. Peraltro la “illuminante” recensione di Barbara Pesaresi è una preziosa guida. Grazie!

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  4. F

    E’ la scrittura bellezza, quando porta la firma di Fabrizio.
    E’ un credo, è vita, è sogno, è poesia.
    E’ lanima che gioca negli infiniti percorsi dell’universo
    e nei segreti silenzi dell’invisibile.

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  5. bioraffaella

    Ed eccoli Leopoldo, Maria e Faber irrompere sulla scena e agitare le pagine di questa prima parte di È la scrittura, bellezza!.
    Sembrano i tre personaggi che nel romanzo Il Mago di Oz, di Baum, accompagnano Dorothy nelle sue avventure, tutti alla ricerca di qualcosa: lo Spaventapasseri del cervello, il Boscaiolo di latta di un cuore e il Leone codardo del coraggio.

    Infatti , tutti vanno alla ricerca di qualcosa che è dentro di loro e che si rendono conto di averla trovata solo al termine del loro cammino,

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  6. robysda

    Potremmo dire “E’ la vita, bellezza!” vista attraverso gli occhi innamorati della letteratura, un cuore innamorato di Dio, e dita che non si arrendono alla stanchezza, quando sfiorano ostinate, ogni giorno, i tasti che, uno dietro l’altro, concorrono alla realizzazione di un sogno chiamato libro. E non per saperlo un best seller, ma per aver restituito attraverso le sue pagine, un messaggio di autenticità da leggere ciascuno nel proprio respiro. Questo è quanto interpreto dalla lettura dei vari lavori di Don Fabrizio. Ringrazio Barbara per averci proposto questa bellissima chiave di lettura.

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  7. ema

    Complimenti a B. Pesaresi per questa bellissima recensione sicuramente all’altezza dell’ennesima meravigliosa opera di Fabrizio Centofanti.

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  8. Barbara

    Sono io che vi ringrazio, per l’attenzione e tutto il resto.
    Quanto alla bellezza, quella ce la mettete voi, sempre.
    Grazie, veramente.

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  9. pam

    Belle le tue “riflessioni sicuramente parecchio anarchiche”, Barbara. Un post leggero e potente, nello spirito di questo libro di Don Fabrizio. Grazie.

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