Effetti speciali
Poeti strappati dal sonno
acciottolati come carne da macello
che duellano col filo dell’elsa
nel suono di ginestre spampanate.
Trovano pezzi di cuore marciti
in fondo ai cunicoli delle radici,
lacrime amare sulle sciagure del mondo,
e veli oscurati di fragili emozioni.
Nell’aria lattiginosa della palude
emergono chiaroscuri senza contorni,
evanescenze d’idee e bozze confuse
di alberi e figurine ritagliate nella memoria.
Led schizofrenici dagli effetti speciali
al posto delle carte al tavolo da poker,
anime illuminate a sprazzi tanto per lasciare
un impronta nel sudario della quotidianità.
Estraneo
Come la sedia di paglia
dimenticata nell’angolo
della cucina annerita
insieme alle pietre sconnesse
del cotto d’un tempo,
così mi vedo, senza voce in capitolo,
come vecchia stampella
di abiti ormai fuori moda.
Non so di che parlate,
ho perso la voglia
d’andare in stazione
e prendere nota
delle facce affacciate
che sfrecciano via
nel calderone dell’attualità.
Resto silente a pensare
al mio mondo,
fatto di alberi, prati e orizzonti,
e tanti perché come foglie
sempreverdi d’autunno.
Fermare la corsa
Ho voglia di strapazzare anse di fiumi,
ridisegnare confini, trovare radici.
Cucire il mare col cielo lungo il filo dell’orizzonte.
Aspettare la luce anche se non viene.
Rivoltarmi nel giaciglio melmoso dove sono i pensieri.
Nascondere mani mozzate in marmellate nascoste.
Mettere la faccia alla berlina.
Agitare spaventapasseri in disuso.
Allevare giganteschi passeracei golosi di Ogm.
Anticipare la corsa verso il muro di fronte.
Inscatolarmi nell’auto che ha perso le ruote.
Seminare giungla nel fazzoletto del mio giardino.
Accomodarmi in poltrona per osservare
il colore del cielo alla fine del mondo.
Giocare a campare
Questa autostrada che non va da nessuna parte,
questo faro del porto senza navi all’ormeggio,
quest’aereo dei sogni fermo nell’hangar,
questo vissuto non vissuto su schermo gigante,
la disperazione d’un uomo come uno straccio
senza attesa sul ciglio della strada.
Avviluppato nelle vesti sinuose di tende di fumo,
mi sono qualche volta distratto dal chiedere un fine
salvo poi strappare le volute impalpabili
e ritrovare il vetro freddo della finestra
con niente all’esterno come un panno freddo
su tempie pulsanti.
Ho iniziato scalzo il cammino
ma tutte le scarpe che ho consumato
mi hanno solo insegnato
a giocare a campana
tra un perché e l’altro.
Il tempo delle cicale è finito
Ho fatto il passo più lungo della gamba
stringendo la mano su niente di bello
mentre andavo ballando a ritmo di samba
scrivendo nel vuoto ma senza pennello.
Adesso che è ora di qualche fardello,
ora che nessuno mi porta la bumba,
vado in giro a cercare qualche fratello
prima che la vista mi si faccia stramba.
Non mi rimane che suonare la tromba
quando niente si prepara sul fornello
oppure cercare pezzi di colomba
avanzata sul tavolo del bordello.
In giro
Ho pagato una chiromante
per farmi imbrogliare a comando.
Ho raspato la porta della luna
ma nessuno mi ha aperto.
Ho scalato il monte più alto
ma ho trovato bandiere stracciate
e vuoti d’acqua minerale.
Mi sono cercato nell’antro
ma le vivide ombre
inquadravano solo finti graffiti.
Ho esaminato a lungo
una scritta spruzzata sul muro
ma non ne ho ricavato niente.
Ho trovato per terra
una bottiglia di birra vuota
sapeva di sudore rappreso
di sogni ormai spenti
di vita barcollante sul selciato.
Paesaggio salentino
Ho dipinto un affresco a mezz’aria
spremendo limoni in mezzo agli ulivi.
Ho lasciato segni inequivoci
disegnando muretti, fazzoletti di terra,
e teli arancioni.
Ho messo anche le facce
a sfiorare il terreno
e corpi adoranti dalla parte del mare.
Ci sono ancora le tracce di streghe combuste
e agnelli sacrificati sull’altare del credo.
Lo dicono i tronchi squassati dal tempo,
il plastico intreccio delle loro scritture.
Pasqua di resurrezione
Oggi dobbiamo adattare le ali al cavallo
prima di zappare nell’orto degli ulivi
in cerca delle radici del disonore.
Di quella pietra che ostruisce il cuore
ne ho fatto moneta da spargere
sui mercanti fuori del tempio.
Cosa rimane di quella croce
rosicchiata dai tarli
con qualche traccia di umanità?
Ho perdonato
accettando assegni posdatati
e cambiali in bianco sulla fiducia.
Sono tornato
ma non ho chiesto il conto.
Sull’Appia Antica
Sono andato a succhiare la storia
che sale dai piedi
questa mattina tiepida
per incontrare Cecilia.
Ovunque spezzoni di marmo
raccontano di sé
in una confusione di voci
che salgono al cielo in volute
di tuniche orlate di rosso.
Anche i pini ricordano antenati
e vivi sono i lamenti dei crocifissi
che ancora si specchiano
sulle lastre piagate
dalle ruote dei carri.
C’è qualche tomba di ricchi
che ridiventa natura,
c’è l’erba immortale
che guarnisce una via
confiscata dal tempo.
Un giorno …
Mi sono accorto
di non sapere della risacca,
di non sapere della forma delle nuvole
e neanche dell’anima dei sassi.
Ho pianto affacciato
sul buco nero del pozzo,
ho perso la faccia nel fondo
gettando riflessi senza ritorno.
Mi sono aggrappato
alle mie poche certezze
assaporandole una per una.
Le ho trovate scipite,
con retrogusto amaro.
Si è rotto lo specchio
in doppiopetto vestito
con i diplomi incorniciati alla parete.
***
Lorenzo Poggi è nato a Roma il 21 marzo del 1943 dove vive tutt’ora.
Laureato in scienze politiche, sposato con due figlie, è stato per oltre venti anni capo redattore e responsabile di produzione della Guida delle Regioni d’Italia un grosso annuario di informazioni anagrafiche sulle principali strutture regionali in tre volumi e oltre 4000 pagine.
Successivamente per dieci anni è stato direttore responsabile della Guida ai Governi Locali pubblicazione tutta incentrata sugli organigrammi politici e amministrativi di regioni, province e comuni.
Dismessa questa attività, è tornato alla sua vecchia passione: la poesia, che già aveva rallegrato la sua prima gioventù .
L’attività poetica è iniziata (o ripresa dopo cinquant’anni) nel dicembre del 2009 e si è concretizzata nella produzione di oltre 900 poesie pubblicate su vari siti (Poetare, Poetry & Literature, Cantiere poesia e, da ultimo, con un’assidua presenza su facebook nei siti e gruppi poetici. Per soddisfazione personale ha dato alle stampe quattro raccolte contenenti le sue poesie più amate (Sassi sparsi nell’ottobre 2010, Sussurri e grida” nel febbraio 2011, Il cielo che aspetta nel settembre 2011 e La luna nel pozzo nel febbraio 2012). Ultimamente sta preparando e pubblicando altre raccolte in pieno “fai da te” contenenti le sue poesie più significative degli anni 2011, 2012 e 2013. E’ libera offerta di poesia sia in modalità elettronica che cartacea.


L’ha ribloggato su alessandrapeluso.
Ed eccoti qui, caro Lorenzo, finalmente, dovrei dire, perchè pochi meritano come te uno spazio su questo prezioso blog, diciamolo, il blog dei blog per un poeta che fa tutto e di più per essere considerato molto spirituale, quasi immateriale, già dall’altra parte del…che cosa? ( confine?). “anime illuminate a sprazzi tanto per lsciare/un’impronta nel sudario della quotidianietà”…Sembra quasi un incontro all’OK Corral di quei bei film western di quando eravamo ragazzi con Poe da una parte e tutta una teoria di personaggi beckettiani dall’altra , gente abituata a vivere nelle tombe o nei cassonetti della spazzatura, sulle carrozzelle, o insabbiate fino al collo. E poi , per quel che mi ricordo, potrebbe partecipare anche un altro poeta francese, tale Pierre Reverdy, che , un po’ come te, plapita sotto densa foschia, nel colore del maltempo parigino, capace di oscurare tutto. Si sente subito che lo sforzo verso la luce implicherà per lui strappi e feriti , ma questo è il suo destino, un po’ come il tuo è quello di rifare l’inventario della tua storia grigia , in quell’interregno di una specie che si è preclusa le proprie mani alla storia vera e propria ( ma poi che cos’è la storia, Lorenzo?, è magistra di niente come dice Montale o siamo noi (che non siamo in realtà) come dice De Gregori?) , la tua è una ricerca di luce frustrata che si fa strada ( si fa per dire ) ad annunciare che la vita è più forte della storia, di qualsiasi storia, ma quale vita? Le foglie degli alberi che assurdamente continuano a rinascere o rimanere sempreverdi, la risacca, i giochi che fa la risacca tra i nostri piedi pure nel mare sporco di Ostia, e poi le nuvole, nuvole barocche o nuvole di Aristofane che siano, le nuvole sono lo stupore del mondo vanno da un capo all’altro del cielo in nessun punto in nessun luogo e tu sei sequestrato ancora dalla tua ombra e non ti arriva nè suono nè vibrazione , nessuno segnale, nessun commento.
tutti i miei amici sono morti (diceva Reverdy)/ sono rimasto solo in un deserto/dove non faceva troppo caldo/ e già questo un poco mi consola.
Tu, bruciata la materia del ricordo, ma non quel presagio innato di speranza (?) , che nonostante tutto rimane, ti chini a raccogliere l’insulto per assimilare la vita, ancora parola del tempo.
Infine una annotazione che fose ti (ci) serve. Da Poe in avanti i poeti avevano anatomizzato l’arte della deformazione, della sorpresa, degli improvvisi mutamenti di direzione, dei contrasti, delle dissonanze, dell’ossimoro. Avevano messo a nudo i principi del montaggio non rettilineo , l’arte di scomporre e ricomporre le frasi in una dimensione extra-quotidiana.
Tu lo fai benissimo, non so se in omaggio a Poe o alla tua indicibile malinconia di schermate.
Un abbraccio, amico mio. E a presto.
Augusto
PS: Questo potrebbe essere già un quarto di presentazione, o no?
Mi rivolgo all’Augusto in cravatta. E’ d’obbligo quando si legge un suo commento. Volevo ringraziarti per quello che hai scritto sulle mie poesie e sul mio modo di poetare. Hai scoperto diverse cosette come l’uso frequente del correlativo oggettivo, gli improvvisi cambi di direzione, gli ossimori esplicativi, i miei attori fondamentali come la risacca, i sassi, le nuvole … Non aggiungo altro. Solo un grande grazie!
Sono un tuo collega, scrivo poesie come te, e devo dirti la verità sei veramente bravo ed il tuo lirismo somiglia, sotto certi punti di vista al mio. In alcune tue opere sei vicino all’Ermetismo di cui sono un miserevole continuatore. Spero un giorno di conoscerti da vicino. Saluti Gianni