Provocazione in forma d’apologo 249

Funzionario e dirigente sono impegnati in un colloquio a porte chiuse, in apparenza uno dei tanti ma reso diverso dalle circostanze; e a dirlo non sono le parole, più o meno quelle di sempre, ma gli sguardi, i toni, i silenzi.

A un certo punto il funzionario avverte la necessità di spezzare quel ritmo che si sta facendo pesante, e sforzandosi di sorridere dice: “Contrariamente al mio solito, voglio vedere il bicchiere mezzo pieno…”
“Allora non hai capito,” lo interrompe l’altro, ma senza precipitazione, con la faccia di pietra “qui non si tratta di bicchieri vuoti o pieni: qui proprio non ci stanno bicchieri”.
Il funzionario accusa il colpo, ma si costringe a non lasciar spegnere del tutto il tentativo di sorriso che ancora gli aleggia sulle labbra, e replica: “Scusa, ma è un avvertimento o un’ammissione? Perché quello di pensare ai bicchieri, mi pare, fino all’altro giorno era compito vostro. In ogni caso grazie”.
“De nada,” gli fa l’altro, completamente àtono “comunque queste sono parole, e le parole…”
“Lo so, questo almeno lo so: le parole stanno a zero. Ancora grazie, e grazie per il tempo che mi hai dedicato”. E ciò dicendo si alza e va verso la porta, mentre il dirigente riaffonda il naso nelle carte che ha davanti. Prima di uscire il funzionario si volta e aggiunge: “Se non ci sono problemi domani sono in ferie, ho una questione di famiglia da sbrigare”. “A dopodomani allora” conclude l’altro senza nemmeno alzare gli occhi.
Durante la cena il funzionario dice alla moglie: “Oggi Renzo mi ha telefonato, qualcuno ha spaccato un vetro nella casa in paese ed è entrato per rubare. Da prendere non c’era nulla e danni non ce ne sono, vetro rotto a parte, che Renzo ha già fatto sostituire. Ma domani vado lo stesso a dare un’occhiata e a rimborsare Renzo, sai che non mi piace lasciare debiti in giro”.
“Va bene,” risponde la moglie, che vedendolo rincasare dall’ufficio ogni giorno più cupo si è imposta la regola del basso profilo “sai che domani io non posso muovermi, se la cosa non era urgente magari si poteva aspettare qualche giorno e prendere l’occasione per andarci insieme, ma se hai deciso così…”
“Sì, preferisco.”
Il giorno dopo il funzionario parte di buon mattino e in meno di due ore è al paese: incontra Renzo, il vecchio compagno di scuola e fedele amico di una vita, dà uno sguardo pro forma alla casa e riparte subito. Ma non per la città: allunga il percorso di una ventina di chilometri e si reca in un terreno già appartenuto a un altro compagno di scuola ed amico, espatriato da un giorno all’altro qualche anno prima. Poi, con appena una sosta di qualche minuto per un panino in un bar, ritorna a casa alla massima velocità consentita.
“Pensavo rincasassi per pranzo, ti ho aspettato per un po’ poi io ho mangiato, se vuoi c’è qualcosa in caldo” lo accoglie la moglie, più che mai decisa a prenderlo per il suo verso.
“Grazie, non è il caso, ho provveduto lungo la strada.”
“Sai però che è buffo? A un tratto nella mattinata ho sentito lo squillo del tuo cellulare, così mi sono accorta che l’avevi lasciato a casa.”
“Ebbene, che c’è di strano? L’avrò dimenticato.”
“Già, ma tu non lo dimentichi mai.”
“È vero, ma c’è sempre una prima volta per tutto.”

2 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 249

  1. Anna Maria Curci

    Deviazioni, dilazioni? Talvolta i lapsus sono provvide reazioni alle consuete deviazioni e dilazioni, a imposture e imposizioni quotidiane. Le uniche praticabili, forse. Grazie e un caro saluto, Roberto.

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  2. robertorossitesta

    Cara Anna Maria,
    qui più che altro si tratta di parole non dette e di atti, una volta tanto, non mancati.
    Grazie e un caro saluto a te,
    Roberto

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