Rosa Salvia su “E’ la scrittura, bellezza!”

è la scrittura
di Rosa Salvia

La filosofia antica, ci ricorda Michel Foucault nel saggio Le parole e le cose, riteneva che il soggetto, così come è, non è capace di verità: per raggiungere questa occorre che egli si trasformi completamente in se stesso, fino ad uscire fuori di sé e addirittura a perdersi, per trovarsi. E’ questo tipo di trasformazione che Fabrizio Centofanti intraprende in questo romanzo, particolare e affascinante: la scrittura è una ricerca e una trasformazione senza posa per i suoi protagonisti, una ricerca che non porta mai a risposte definitive. Come si scrive un testo letterario, che cosa ne garantisce il successo, il messaggio di comunicazione ai lettori, come si può riuscire a realizzare un’opera letteraria che valga la pena? Dove cercare la montaliana “parola che mondi possa aprirti?”
Tenere alto il vessillo della consapevolezza, della critica, della coscienza contro i falsi miti è, allora, necessario, anche se sembra più facile accordarsi alla deriva dei luoghi comuni dominanti. Per questo, riflettere e giudicare, vagliare e meditare sono atti decisivi di libertà.
Un’ironica levità accompagna le pagine di questo romanzo, un gusto per la satira e la battuta che rendono i personaggi, Leopoldo nella prima parte del libro, e Brice Cento, Cosimo, Viola, Simone Vangelis, Teodora e gli altri, nella seconda, più umani e fragili nella loro “ossessione” per la scrittura. L’ironia sottile la si coglie sin dalle prime pagine del libro, in cui Centofanti prende posizione nei confronti delle scuole di scrittura. A suo avviso tali luoghi di creatività peccano di astrattezza, di teoricità, di indeterminatezza. Bisogna soprattutto confrontarsi con la vita pulsante, coi suoi valori e i suoi scandali, per provare a scrivere e non inseguire facili illusori cliché. La passione autentica non è un fuoco di paglia, bensì un impegno forte ed efficace, lontana da certo malcostume letterario.
Leopoldo, il protagonista della prima parte del romanzo, per saperne di più sui temi di cui abbiamo accennato, ricorre a due aiutanti che lo porteranno a districarsi in un mondo complesso e affascinante, esortandolo ad esplorare il ventre della scrittura.
In primo luogo c’è il suo autore, una donna: Maria, la quale svolge il ruolo del “doppio” del nostro protagonista. I dialoghi, cioè, che si svolgono fra Leopoldo e Maria sono una sorta di “monologo rispecchiato”. Le informazioni che Leopoldo sembra apprendere da Maria, sono ciò che egli ha sempre saputo. Maria è “maieuta”. Ella, in una serie di “dialoghi socratici” aiuta l’interlocutore a “riconoscere” (conoscenza come platonica anàmnesi) ciò che è già insito nel sottosuolo della sua coscienza.
In ogni caso Maria rimane una figura evanescente che si fa perennemente rincorrere, per cui di fatto Leopoldo si troverà sempre solo nella sua ricerca. Dunque, non a torto, sempre il nostro Foucault, a proposito della figura dell’autore, giunge ad affermare: la traccia dell’autore sta solo nella singolarità della sua assenza; a lui spetta il gioco del morto nel gioco della scrittura. Il ruolo del morto a carte, il ruolo del morto sulla carta. E questo Centofanti evidentemente lo sa bene.

D’altro canto la “peripeteia” aristotelica è ridotta al minimo. Il racconto non procede con l’evolversi dell’intreccio, ma attraverso il lavoro di interpretazione dei fatti che il “narratore implicito” (Leopoldo stesso) compie incessantemente. A ragion veduta gli occorre anche un Virgilio per apprendere gli elementi necessari a decodificare quanto gli sta accadendo. E questa sorta di guida illuminante è padre Faber, il mentore della sua autrice Maria.
Vi sono a mio avviso, nel romanzo di Centofanti, affinità profonde con la narrativa di Henry James.
La psicologia del profondo, la risonanza interiore degli eventi esterni, come nello scrittore anglo-americano, hanno più importanza della “fabula” in se stessa. Come il protagonista di Giro di vite di James, Leopoldo porta in sé una ricchezza interiore che non trova spazio in un mondo dominato dall’economia e dalla techne. La sua devozione alla scrittura, intesa non solo come luogo di conoscenza, ma anche e soprattutto come autocoscienza critica e bergsoniano supplemento d’anima nella moderna società di massa, che appare sempre più disumana e totalitaria, riporta alla luce profonde energie vitali che gli sembravano perdute per sempre.
Egli, da scrittore in cerca di risposte, come l’Ulisse di Joyce, vorrebbe salvare il romanzo novecentesco dalla sua crisi incombente. Sa bene che un vero romanzo non dovrebbe finire mai o mai con gran lieto fine, che esso è una forma di risarcimento per una vita vissuta a metà, che la scrittura può essere rifugio e salvezza da un mondo che si sente lontano e diverso da sé. Per la qual cosa porta avanti il suo progetto di scrittura continuando a cercare numi tutelari in maniera un po’ strana: bevendo tanta birra nel suo pub preferito.
Dal fantasma di Joyce apprende che esiste una scuola di scrittura creativa che fa per lui: Ricco Barocco (ma chi sarà mai questo Carneade?).
E’ palese in ogni pagina l’influenza della leggerezza, dell’ironia di Calvino (a sua volta mentore dello stesso Centofanti), peraltro uno degli scrittori evocati da Leopoldo fra i fumi della birra nel pub, in relazione alla convinzione che non c’è mai una reale differenza fra autore e lettore, ma essi divengono l’uno il frutto del sogno creatore dell’altro.
Gli “incontri con uomini straordinari” di Leopoldo sono tanti: Saulo Cioccolati, Beppe Geenna ad esempio. Ma il romanzo latita, Maria fugge a Parigi come tutti gli aspiranti grandi scrittori del primo Novecento e Leopoldo, dopo aver incontrato padre Faber, la insegue, corre a Parigi, e giunto in boulevard Saint-Germain, dopo essere entrato nella tanto rinomata brasserie Lipp, si mette a scrivere spasmodicamente. Il suo lavoro riscuoterà tanto successo al punto da vincere il premio Lipp per il miglior romanzo ancora da scrivere. A questo punto si arriverà a una situazione assurda e paradossale alla maniera dei migliori libri di Ionesco : tutti i personaggi del romanzo scrivono lo stesso romanzo e cercano rovinosamente di congiungersi l’uno con l’altro. Dialogo fra sordi…
Solo padre Faber veglia nella notte coi suoi acciacchi, i suoi sonni agitati e i suoi sogni di premi letterari e scuole di scrittura, per svegliarsi poi d’improvviso in preda all’ansia.

Anche i personaggi della seconda parte del libro si pongono domande forse insolubili come quella che attanaglia Medardo sulla necessità di passare, senza soluzione di continuità, dal particolare all’universale nel corso dei suoi tentativi di scrittura. Ma nessuno giunge a trovare soluzioni in sede di realizzazione pratica. Perennemente insoddisfatti, tutti continueranno però a scrivere e narrare, nonostante tutto, storie sempre nuove e sempre simili alle precedenti, affidandosi come bambini alla clemenza dei lettori.

Dalle pagine di questo romanzo, però, qualche risposta viene fuori, e va letta tra le righe. Centofanti intuisce che il paesaggio interiore e quello esterno mostrano punti di connessione e forte somiglianza, e “la ricerca”, intesa come umano esplorarsi e percepirsi, è la navicella per addentrarsi nell’inconscio e per comprendere il lato nascosto, misterioso, e, in definitiva, libero dell’anima. La scrittura diventa perciò il modo per raccontare al lettore ciò che si è visto, ciò che si è cercato in questo viaggio interiore.

Fabrizio Centofanti, E’ la scrittura, bellezza!, Editrice Clinamen, 2011

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