Franco Romanò su “La pazienza dell’inverno”

paganardi

Alessandra Paganardi, “La pazienza dell’inverno
di Franco Romanò

Con questo libro più recente dal titolo La pazienza dell’inverno (Puntoacapo edizioni), Alessandra Paganardi porta a termine un segmento importante del suo percorso poetico.

Alcuni temi presenti in quest’ultima opera si ritrovano anche in Ospite che verrai e Tempo reale e in altre pubblicazioni, ma il dettato si è fatto più essenziale, il ritorno ad alcuni nuclei poetici appare come il passo necessario per giungere a una rapida sintesi, oppure a una maggiore trasparenza di immagini.

Tutto questo disegna contorni più netti intorno alla parola, fa emergere meglio l’importanza di alcuni approdi, cui l’autrice s’abbandona senza più reticenze. Infine, come anche nei libri precedenti, la poesia torna a divenire in alcuni momenti dichiarazione di poetica in versi e meditazione.

La cultura filosofica dell’autrice non è estranea a tutto ciò, ma non si tratta di ripetizione, perché vi è sempre qualcosa che va a modificarsi e ad approfondirsi e dunque a fissarsi in immagini più precise ed emblematiche. Prendiamo per esempio la seconda poesia del testo.

Scrivo, ma non mi sento fra le mani,
l’inafferrabile.
Scrivo che neppure
un sasso è saldo ed è sicuro nella
sua forma, che soltanto
la traccia è vera ma non è invisibile –
È lì nascosta…
(pag. 14)

Il primo verso con il suo enjambemant delinea una situazione ben definita. Il poeta scrive e non può farne a meno, ma questo non significa che egli possieda l’inafferrabile, né – lo capiremo strada facendo – che ci si debba angustiare per questo.

Tale dichiarazione perentoria avrà un suo pendant più avanti, quando Paganardi prenderà congedo, tirando una riga molto netta, sul mito: … è una menzogna il mito./... e su questo testo ritornerò.

Venendo ai versi precedenti, è sorprendente quanto viene dopo. L’inafferrabile non lo possiamo raggiungere, perché neppure il sasso è sicuro della sua forma; non tanto, dunque, perché ci sfuggono l’indicibile o l’invisibile, di cui l’inafferrabile è parente prossimo.

È la concretezza e persino la durezza della materia, della pietra in questo caso, a non essere quello che sembra; dunque, anche nel suo caso è nella sua traccia nascosta che si cela la sua verità, quello che essa ci lascia quando tutte le scorie sono state bruciate.

Il corpo centrale del testo è un refrain di quanto affermato nei primi versi e il setting dove tutto avviene è lo spazio, più precisamente la terra e anche la stratificazione della nostra storia di umani:

… Una crepa che chiama sotto i piedi
come grattare il muro per trovare
un ritratto e ancor più sotto un camposanto
antico.

A questo punto però il testo vira improvvisamente e muta il protagonista principale:

… Scrivo che anche il tempo
diventa mite se lo lasci sfogare
quel bisogno di uccidere ogni cosa –
triste come un tiranno senza sudditi.

I versi finali stabiliscono una similitudine implicita fra terra e storia (questo sono muri e camposanti), da un lato, e tempo dall’altro: quest’ultimo continua ad essere il tiranno triste che era anche in precedenti testi della Paganardi, ma la sua maggiore mitezza sta forse in quella pazienza invernale evocata dal titolo del libro e cioè nella capacità di lasciarlo passare, di lasciare appunto che si sfoghi e allora qualcosa resterà. Non possiamo noi umani pensare di sconfiggere del tutto questo strano tiranno senza sudditi e su questo l’autrice non ci lascia alcuna illusione di sopravvivenze oltre il tempo tiranno, però esso non è assoluto solo se decidiamo di stare nei nostri confini. Allora può accadere che: … Nulla si perde se soltanto smetti/di trattenerlo…

La rinuncia alle leopardiane illusioni, tuttavia, non si chiude in un pessimismo di maniera, ma diviene invito a coltivare una sorta di dubbio esistenziale continuo: questo, almeno mi sembra il senso profondo di un testo come Interpretazione (pag.16):

Rimane il dubbio
se quell’albero solo
precipitato in un goniometro d’occhi
fosse l’ultimo dente del pettine
o il pioniere di un bosco coraggioso.

La firma dello sguardo
dà un altro nome alla visione –
la vastità crudele del mattino
resterà un domicilio sconosciuto.

Non sapere
è dilatarsi al possibile.

La riflessione di poetica in versi è continua, dicevo in precedenza, ma trova in due testi il suo punto più alto (pp. 43-44):

Ma non è chiacchierare con il foglio
fingendoselo amico. È revocare
senza voce la parola sospesa.
Tornare nella stanza ancora chiusa
andare solamente per vedere
per abitarvi mai. Una cura qualunque
non basta, serve all’ora – non al poi.

E neppure specchiarsi. Troppo liscio
lo specchio, non può somigliare a niente
di vivo. Superficie che fugge
via dalla pelle, che non sa radici
mai. Per questo quando crede di vedere
più a fondo teme l’esatta misura
si torce dentro il male dello sguardo
si frantuma con noi.

Vi è una correlazione evidente fra queste due poesie e non solo perché sono consecutive, ma perché affrontano di petto alcuni nodi dello scrivere poesia oggi e lo fanno entrando sempre preamboli in medias res. L’inizio di entrambi i testi: il primo con Ma il secondo con E. La prima lirica è un invito a guardarsi dall’eccesso di parola e di scrittura: il foglio troppo amico e la chiacchiera sono i correlativi metaforici individuati dall’autrice. L’abitare poetico è sempre una stanza chiusa dove si può stare per poco: la parola poetica è per sua natura erratica, non un luogo confortevole dove si può trovare un facile lenimento al male di vivere.

Il secondo testo mette in guardia dal narcisismo, ma lo fa attraverso immagini niente affatto scontate. Lo specchio non ha spessore e profondità, ciò che è vivo non può essere liscio, ma ha sempre l’irregolarità e l’increspatura che lo distinguono dalla morte. Con l’immagine finale Paganardi torna a un tòpos del ‘900, lo specchio infranto, ma vi arriva non per elogiare il frammento, l’impossibilità della sintesi, ma per prendere le distanze da quell’ansia di misurare che è parte di un contemporaneo delirio di onnipotenza. Del resto, non mancano, in altre parti di questo libro richiami all’Eliot poco amico di primavere e aprili.

E veniamo al testo di cui ho già citato alcuni versi, per concludere con una poesia fra le più belle dell’intero libro. La prima s’intitola VIII e fa parte di una sequenza di testi il cui titolo è Frontiere apparenti (pag. 30):

Esistono parole passeggere
frasi da temporale – un esperanto
alla rovescia. Un verso mai più scritto,
dimenticato. È una menzogna il mito.
Nulla si perde se soltanto smetti
di trattenerlo. Tutto si fa vuoto –
i polmoni, il cassetto, il fiume dopo
la bracciata. Nessun magazzino
contiene mai la gioia.

Il mito è menzogna perché viene identificato con il permanere e il trattenere. Le immagini che seguono chiariscono in modo perentorio che la gioia, se mai esiste, va cercata nel vuoto e non nella pienezza.

Infine questo testo (pag. 78).

È come scrivere, come tradire
quando ricordi la felicità

Non potrai più cercare
quel punto della notte più lontano
dall’alba, la sua fame di luce.

Non sarà mai com’era
quell’istante di pura inesistenza
quello stare sospeso sulla vita
come se fosse tua.
Per questo ci piacevano i palloni
erano abbracci sfiorati e dispersi
in un attimo di mani.

È uno dei testi più belli e sereni dell’intera raccolta, dove viene raggiunto un punto di equilibrio fra la liquidità dell’esistenza, il suo sfuggire fra le mani – cui opporsi è tradimento – e una parola che pur tradendo in parte come tutto, nonostante ciò ci lascia qualcosa fra le mani, come la sabbia portata da un’onda che rimane fra le mani. L’immagine finale dei palloni che sono abbracci appena sfiorati, è struggente senza essere melodrammatica.

Poesia e pensiero

La parola tracce, che compare più volte direttamente o in forma allusiva nell’intera opera, rimanda – nella critica del ‘900 – a un famoso aforisma di Heidegger che designava come compito dei poeti quello di rendere visibili le tracce lasciate dagli dei nella loro fuga dal mondo abitato da noi umani.

Quelle che insegue Alessandra Paganardi, invece, non hanno nulla a che vedere con ciò, ma sono piuttosto il tentativo di decifrare un codice tutto terrestre (titolo di un libro di Gabriela Fantato). Le immagini sono concrete, affondano sempre in oggetti – siano essi naturali o manufatti – da cui siamo quotidianamente circondati e che costituiscono il teatro dove gli esseri umani si muovono nella loro ricerca di senso.

Più che debitrice, dunque, nei confronti della definizione del filosofo tedesco, mi sembra che in questa opera risalti meglio un tentativo di coniugare dettato poetico e pensiero, un intento che non è molto frequentato nella poesia italiana contemporanea, a parte il primissimo Magrelli, un libro di Gabriella Galzio (Sofia che genera il mondo) e poco altro, mentre è assai presente nella tradizione anglo americana, seppure nella forma del verso lungo e lunghissimo, da cui Paganardi si tiene lontana.

Questo nesso fra poesia e pensiero viene messo in scena in un altro modo e cioè nel fissarsi in rapide sequenze di immagini e nel tono perentorio, a volte da vera e proprio sentenza, che caratterizza in particolare i versi conclusivi delle poesie: E tutto ricomincia a farsi altro; cieca come d’agosto un temporale; per dire: adesso è l’ora; lo sapevo che il mare non ha mani; la mente insegna al corpo a farsi fiore; È il silenzio l’araldo della gioia.

Del resto, sia la sentenza sia l’aforisma, non sono estranei a Paganardi, che si cimenta da tempo con questo percorso parallelo alla poesia, dove la maestria consiste spesso nel far cozzare le une contro le altre verità che si azzuffano e si elidono, oppure coesistono senza guardarsi.

*

Vedi anche qui.

15 pensieri su “Franco Romanò su “La pazienza dell’inverno”

  1. Alessandra Paganardi

    GRAZIE!!!devo scappare a scuola, mi riprometto di rispondere con più calma domani. ale.

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  2. Lucetta Frisa

    molto bravo,come sempre,Franco Romanò, quando qualche testo lo entusiasma come questo della Paganardi che lo merita pienamente. Un piccolo appunto,per usuale correttezza, tra colleghi: perché non citare il nome di chi ha scritto,a questo bel libro, la prefazione?Solo il nome, dico.
    Solo

    Rispondi
  3. Giorgio

    Grazie ad Alessandra (a presto allora! e nel frattempo: auguri!) e grazie a Lucetta, che mi dà modo di riparare all’omissione: ecco il prefatore, che era stato citato qui:

    http://www.lapoesiaelospirito.it/2013/05/23/alessandra-paganardi-la-pazienza-dellinverno/

    “Alessandra Paganardi ha naturale familiarità con il dolore della mente, con la malinconia dell’esistenza, con le virgiliane lacrimae rerum che si addensano su ogni destino, ma sente la sua poesia come arma complessa e potente di salvezza: complessa, perché riverberando il dolore nelle parole c’è la possibilità di accentuarlo, ma potente, perché trattando l’angoscia dentro la scrittura, dentro la materia di parole vive che ricordano e reinventano, la si può anche esorcizzare. Da sempre, parafrasando Char, il poeta non può che fare arte di fronte alla morte.” (Dalla Prefazione di Marco Ercolani)

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  4. alessandra

    Ringrazio ancora sia il prefator,e Marco Ercolani che l’autore dell’articolo, Franco Romanò: bravissimi entrambi. Mi sono sentita davvero letta e compresa: credo sia uno dei doni più belli e sperati per un autore. Vorrei che chi ha letto il libro aggiungesse qualche commento, compatibilmente con il tempo che sfugge a tutti (oggi, giorno del mio cinquantesimo compleanno, me ne rendo conto in modo particolare….) 🙂 !!!!

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  5. Alfonso Cataldi

    Una recenzione che rende tutto il merito a una poesia, quella di Alessandra Paganardi, che tenta di afferrare instancabilmente l’inafferrabile, consapevole che la parola, paziente e precisa come uno scalpello, ci possa restituire almeno una traccia della nostra esistenza in grado di stimolare il lettore.

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  6. luisa pianzola

    Come avevo già avuto modo di dire altrove, la scrittura di Alessandra, in questo libro, ha compiuto un significativissimo passo avanti in un percorso poetico sempre più delineato e interessante. C’è una verità che sbuca ad ogni passaggio, un’urgenza pacata, controllata dallo stile che non urla e sa trovare la giusta cadenza. Brava.

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  7. alessandra

    Grazie a Luisa, Alfonso, Giorgio, Lucetta. La rete, con i suoi limiti, aiuta pur sempre ad ascoltarsi e ad incontrarsi.

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  8. Sherrie Moon

    I versi della Paganardi, sempre attenti e sorvegliati, spesso in tonalità minore, parchi nelle tonalità e nelle tinte, ci dicono il modo in cui la vita è immaginata e vissuta: se la precarietà è la nota dominante, la forza è il suo contrasto resistenziale; se quello della poetessa è un pensiero in re, alieno dall’astrazione, sarà nella minuzia dell’occhio, nella concretezza dei riferimenti, sempre allacciati all’esperienza quotidiana, che andrà ricercata una nota di sincerità che non è proterva affermazione di un supposto vero, ma sempre conclusione provvisoria. In lontananza baluginano sempre i margini mai cicatrizzati delle ferite da cui questa esigenza di scrittura ha mosso: ferite che tuttavia sono un memento, uno sprone alla crescita, per fare della vita un territorio abitabile. E abitiamo davvero in un mondo delicato e forte, visitando le pagine di Alessandra Paganardi: un mondo in cui gli oggetti diventano emblemi, gli accadimenti exampla, con la leggerezza di chi sa trasporre la vita stessa in poesia; nei versi si affastellano così immagini, ricordi e cose che costruiscono un discorso poetico allegorico, mai simbolico o metaforico.

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  9. luisa

    Una poesia con cenni filosofici, carica di malinconia e sentimenti profondi che arrivano all’anima e al cuore. Un poesia che si condivide e lascia una traccia.

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  10. Alessandra Paganardi

    Grazie per questi due ulteriori commenti. Interessante la notazione sull’allegoria in alternativa alla metafora..In effetti credo che di metafore in poesia si tenda ad abusare: forse l’innovazione sarebbe nella metonimia, più provocatoria e in qualche modo decentrata, rivoluzionaria, oppure proprio nell’allegoria, di più forte carica simbolica universale. Mi fa piacere che i miei versi siano accostati a una strumentazione in cui credo, anche se tendo sempre a non sentirmi affatto all’altezza di ciò in cui credo (per questo mi “nascondo” dietro un genere rassicurante e ironico, benché difficilissimo, come l’aforisma)…Sulla filosofia, poi, sono pienamente d’accordo: è stata la mia formazione e rimane in qualche modo la mia mano d’appoggio, anche nella scrittura.

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  11. paolo

    Nel suo “scetticismo” di solida e propositiva misura ideologica (come non credere alla parola se ci si dedica; come non saperne inganni e inanità, per lo stesso motivo) l’Autrice giunge in questi testi a una sorprendente maturazione della sua consueta cifra, o meglio, del suo consueto luogo: un intervallo fertile tra teologare positivo e negativo, una fessura tra il vuoto e la pienezza in cui il Divenire è accettato senza le rimozioni e i linimenti del Mito, ma anche senza turgori vitalistici, benché con quella tipica dell’Autrice tenerezza creaturale che abbellisce meravigliosamente la puntuta cifra intellettuale di questa scrittura. L’ Impermanenza coccola assai di più della Permanenza, e l’eroismo forse consiste in vita come in poesia nella nidificazione quanto più possibilmente serena e produttiva dentro il cul de sac in cui siamo messi.

    La Modernità, sia lirica che antilirica, ha decretato che gli gnocchi della poesia non si dovevano fare più come un tempo, con la farina della cantabilità e le patate delle strutture formali. Ora, in una situazione confusissima di falsi cuochi, improvvisatori a ribasso, invidiosi della cucina altrui, eterni riproponitori degli gnocchi sempiternamente “moderni” alla barbabietola e al truciolato, l’Autrice ha inteso perfettamente che le soluzioni per uscirne sono poche ed estreme, ed ha imboccato quella che le è più congeniale: portare alle più strette conseguenze la natura intellettuale e filosofica della poesia moderna, per una “sinesi al rialzo” tra le dialettiche positive e negative, aforizzando una sua sapienzialità ad un tempo atea e calda, incantevolmente disincantata.

    L’altra strada, ovviamente, è tornare a fare gli gnocchi come una volta, tenuto conto che la stessa Modernità anteriore ci ha fatto capire che le forme potrebbero essere state uccise quando cominciavano a dare il meglio (Baudelaire), e che si può benissimo suonare la Campana (anche in quanto Dino) a morto, come Gustav Mahler, o appunto il folle di Marradi. Strada poco o punto battuta, perché altrettanto difficile e che richiede inoltre coraggio e menefreghismo verso chi ha pronta l’accusa di “estetismo” per le estetiche altrui, specie quando funzionano. Due strade-tra le possibili- che hanno nella loro “cognitività” un ganglio di contatto che le rende sottilmente alleabili.

    Paolo borzi

    Rispondi
  12. Alessandra Paganardi

    Pirotecnico commento, quasi un meta-commento sulla possibilità impossibile della Poesia. Sì, è vero: la lucidità e la modestia delle scuole post socratiche mi hanno insegnato che, se libertà è una parola troppo grossa e spesso vuilipesa, si può invece stare ragionevolmente bene nella prigione. Grazie per la “tenerezza creaturale”, bellissima espressione che potrebbe ispirare da sola un altro libro di poesia. Un cordiale saluto e buona cucina slow-food, di cui la sottoscritta è ghiotta anche in poesia!

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  13. Adam

    Articolata e “adiacente” la lettura di Franco, sia sul piano delle strutture formali sia su quello dei sensi, di un libro che (come rilevano anche diversi commenti, come ad esempio le belle notazioni con metafore culinarie fatte da Borzi)… si muove, primo imprescindibile carattere di ogni scrittura, non solo poetica. La qualità del moto vitale di questo libro è sicuramente una ricerca di adesione sapienziale ai limiti delle nostre capacità di presa dell’imprendibile, di articolazione dell’indicibile, del tentativo di andare oltre la visione consueta…insomma di tutto ciò che ci fa misurare, stare e procedere sul crinale delle nostre possibilità, senza rinunciare ad ampliarle ma senza cadere nella più grave malattia del pensiero occidentale, quale è la hybris, verso l’altro in genere, non solo antropologico.
    Questa ricerca di misura e questo ardito e al tempo stesso cauto procedere, trova corrispondenze adeguate in forme ossimoriche, quali quelle richiamate da Romanò e altri, di resistenza cedevole, di fissità mobile, di impermanenza permanente, di scetticismo critico ecc. Trovo infine parallele e complementari le analisi offerte da questa recensione e dalla prefazione di Ercolani. Quest’ultimo rileva ad esempio bene un sapore di questa scrittura, che non può evitare un altro ossimoro, sul suddetto percorso accidentato, un piacere venato di malinconia, che fa pensare a un impasto tra tensioni romantiche e una saudade vissuta e tradotta nelle traversie dell’Italia di oggi.
    Adam Vaccaro

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  14. Alessandra Paganardi

    Quest’ultimo commento coglie un aspetto che non esprimo mai dichiaratamente, ma che trovo importantissimo: la necessità, per chi scrive versi, di nutrirsi onnivoramente. Mi piace il paragone di un amico sull’ape, che fa il miele ma si nutre di fiori. Chi si sente portato a scrivere poesia non può leggere sioltanto di poesia, a pena di un impoverimento culturale pieno di “ubris”, appunto. E infatti alcuni fra i migliori poeti che seguo hanno avuto una formazione filosofica o scientifica. Con questo mi rendo benissimo conto che sarebbe “ubris” anche pretendere di riesumare l’intellettuale umanista a tutto tondo: anche in questo mi trovo assai d’accordo con le osservazioni di Adam Vaccaro. Grazie a Romanò e a tutti voi, e buon 2014!

    Rispondi
  15. Alessandra Paganardi

    SCUSATE, COPIO E INCOLLO PERCHE’ HO NEL FRATTEMPO CAMBIATO L’INDIRIZZO MAIL E SONO ANCORA REGISTRATA CON IL PRECEDENTE::

    Quest’ultimo commento coglie un aspetto che non esprimo mai dichiaratamente, ma che trovo importantissimo: la necessità, per chi scrive versi, di nutrirsi onnivoramente. Mi piace il paragone di un amico sull’ape, che fa il miele ma si nutre di fiori. Chi si sente portato a scrivere poesia non può leggere sioltanto di poesia, a pena di un impoverimento culturale pieno di “ubris”, appunto. E infatti alcuni fra i migliori poeti che seguo hanno avuto una formazione filosofica o scientifica. Con questo mi rendo benissimo conto che sarebbe “ubris” anche pretendere di riesumare l’intellettuale umanista a tutto tondo: anche in questo mi trovo assai d’accordo con le osservazioni di Adam Vaccaro. Grazie a Romanò e a tutti voi, e buon 2014!

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