
La villa rosata
di Lia Albricci
Z decise di scendere dal treno all’improvviso, proprio quel giorno, dopo tutto, niente poteva realmente opporsi. Il tempo della fermata era di pochi brevi minuti, non saliva e non scendeva quasi mai nessuno in quella piccola stazione, bastava scendere e lasciare che il treno proseguisse la sua corsa, perché in realtà la cosa difficile era scegliere di farlo davvero, finalmente, dopo tanti anni durante i quali era sembrato che qualcosa dovesse sempre impedirlo, bastava scendere, uscire dalla stazione ed cercare la strada che si intravedeva per un attimo alla curva prima del ponte, poi incamminarsi per quella stretta strada bianca che saliva tra gli alberi e che certamente portava anche alla villa rosata.
La chiamava “rosata”, perché così era apparsa ai suoi occhi una mattina presto di tanti anni prima, quando l’aveva notata per la prima volta, ma il colore variava secondo la luce del giorno e il clima, sapeva per esperienza di lavoro che i vecchi intonaci delle case cambiano nel tempo, perché assorbire la luce e l’umidità per tanti anni modifica l’aspetto della materia, la sabbia, la calce, l’acqua e i pigmenti compenetrati per decenni mutano insieme e ognuno a sua volta e producono effetti diversi da quelli originari. Come nella vita, pensò, come per gli esseri umani, ci muoviamo e ci rincorriamo come nel gioco dell’oca, ma quasi sempre si deve tornare indietro, poi si chiese come fosse diventato un gioco un po’ ingenuo il suo cercare di indovinare da lontano e verificare passando il colore della giornata, ogni giorno per lunghi periodi o meno frequentemente, in altre occasioni, inoltre, a pochi chilometri dalla stazione, avvertiva sempre una specie di ansia quando arrivava in vista della casa, era diventato quasi un gioco anche decidere tutte le volte che avrebbe voluto scendere, si ritrovava invece subito dopo ancora sul treno che correva via al di là della curva, sul ponte, oltre il grande fiume.
Presa la decisione di fermarsi davvero, si scoprì a pensare che era assurdo non averlo saputo fare prima, anzi rifletté che quella specie di ossessione che durava da anni aveva tutte le caratteristiche di una mania, era cresciuta nel tempo quasi a sua insaputa, se l’era trovata dentro e non ne sapeva fino in fondo il perché, non capiva per quale motivo non avesse mai trovato la pazienza o la forza o il coraggio per fermarsi a quella stazione, scendere e andare a vedere quella casa nascosta tra gli alberi, oramai dal treno si vedeva solamente uno spicchio della torretta perché erano cresciute anche le piante e non solo la sua ansia, andare a verificare se fosse davvero la villa dove era stata con la madre in un lontano giorno della sua infanzia, un luminoso giorno d’autunno con le ombre degli alberi allungate sui prati ricamati di colchici viola, una lunga giornata di giochi e di tenerezza, mitico nel suo ricordo intenso e isolato, prima che la guerra cancellasse il loro mondo.
A quel tempo aveva percepito un’atmosfera di inquietudine in casa, lunghe discussioni tra i genitori, lunghi silenzi o parole appena sussurrate, nomi di parenti e di amici che non si conoscevano accostati come fossero di una sola famiglia, nomi di paesi lontani che non aveva mai sentito e di cui non veniva spiegato nulla, ma più frequentemente i nomi degli amici che vivevano nella cittadina prima del ponte sul fiume, la madre spesso affermava che bisognava andare a salutarli, bisognava andare alla villa, diceva, ti ricordi, dove c’è quel grande cane bianco con cui giochi, quello che non ti fa paura, tra poco tempo, un giorno che tuo padre potrà, presto andremo. Ma il tempo passava e sembrava scivolare via molto in fretta, una mattina la madre, stringendo la sua piccola mano, si era avviata quasi di corsa verso la stazione del paese, erano salite solo loro due e dopo un tempo che era sembrato lunghissimo il treno si era fermato nell’altra piccola stazione, dove anche allora non scendeva mai nessuno. Aveva cancellato dalla sua mente le case intorno e la strada per arrivare alla villa, si ricordava solo il grande prato, il cane bianco e tutte quelle persone che aprivano le braccia con affetto, la dolcezza degli abbracci e delle carezze, i ricchi dolci della merenda e i giochi nel sole che riempiva di monete luminose le chiome degli alberi, la luce dorata che sembrava non esaurirsi mai, ma ricordava anche come la sua anima bambina avesse capito che i grandi sembravano sforzarsi di essere sereni e allegri, che così non era, sotto l’espansività e i sorrisi intuiva, per istinto e quasi fisicamente come fanno i bambini, la paura e l’ansia controllate.
Di nuovo il tempo aveva assunto una velocità strana, si erano improvvisamente trasferiti, un appartamento in città, allora e poi ancora due o tre sistemazioni diverse, in case sempre più piccole e anonime, sembrava che i suoi genitori non riuscissero a fermarsi in nessun luogo, sembrava che lo spostarsi continuamente, quasi una fuga da qualcosa che li inseguiva fosse l’unica realtà possibile.
Erano arrivati gli aerei e le bombe, il freddo dei rifugi e l’odore della paura, gli adulti che sembravano quasi impazziti, poi un grande sipario nero fino alla stanza dell’ospedale dove giorno dopo giorno aveva capito che tutto era cambiato per sempre. C’era stato il viaggio all’estero sulla grande nave, il collegio, lo studio e la nuova vita che aveva lasciato scivolare via i ricordi dolorosi, anni dopo il ritorno nella vecchia casa, il lavoro in città e i viaggi in treno quasi quotidiani, era rimasto intatto, senza scalfitture di curiosità, il muro che aveva costruito contro la sua infanzia. Gliene rimaneva ogni tanto una piccola ferita di paura, dei sogni violenti come spezzoni di film, una sensazione di rimpianto, di privazione o di vuoto, ma erano rari, quasi fastidiosi episodi che riusciva ad allontanare in fretta, era come se il contenuto del bicchiere dove stava bevendo divenisse improvvisamente amaro, per poi tornare subito dopo del consueto sapore, una cosa più strana che minacciosa, una cosa per cui non valeva la pena preoccuparsi. C’era la storia scritta, certo, le testimonianze, i libri, gli studi, i film, ma di sé, della sua piccola storia personale non aveva mai chiesto, non aveva mai voluto sapere niente, cambiava discorso, appena possibile, eludeva le domande discrete e cercava di sviare l’attenzione dalla sua persona, il bozzolo tessuto in tanti anni anche dai fili vischiosi ma rassicuranti dell’affetto e del rispetto che sentiva intorno a sé sembrava proteggere la sua vicenda dalla storia reale.
Poi un giorno, dal treno, aveva notato prima il colore della villa lontana sulla collina, poi il profilo della struttura che si vedeva tra gli alberi, quella visione durava sempre solo pochi secondi, ma alla sensazione di avere già visto quel luogo si era sovrapposto il volto di sua madre e qualcosa che era insieme gioioso e inquietante. Col passare dei giorni aveva associato la consueta immagine che fuggiva dal finestrino a quel remoto ricordo d’infanzia ed era incominciato così quella specie di gioco tra la sua paura e il bisogno di verità.
Z scese dal treno, dunque, attraversò la piccola stazione deserta e una piazzetta di case scolorite, si guardò intorno ma non riconosceva nulla, era un luogo anonimo e senza ricordi, i cartelli indicavano nomi sconosciuti, forse con sua madre il percorso era stato diverso, poi intuì la direzione in cui andare, non c’era scelta, la strada in salita era una sola.
Si incamminò sotto gli alberi spogli, si era levato un vento freddo che maltrattava le vecchie foglie secche trascinandole sui sassi, non c’era nessuno, quasi si convinceva di aver sbagliato strada. Dopo una curva incontrò un uomo che raccoglieva foglie sotto le siepi, salutò e chiese della villa con la torretta in cima alla collina, ne ebbe una risposta bofonchiata in dialetto, sì, la vecchia casa lassù e perché andare in un posto simile, era vuota e abbandonata, non c’era più nessuno dai tempi della guerra, no, non si ricordava i nomi, non li sapeva più nessuno, neanche lui che era vecchio, erano successe cose brutte, ma sa, la guerra, allora era tutto sbagliato, no no, non c’era più niente, rovi e boscaglia, nessuno passava mai di là, era un posto maledetto come…
Salutò in fretta l’uomo che continuava la sua cantilena di lutti, proseguì con ansiosa urgenza per qualche centinaia di metri e fu al cancello, o meglio, a quanto ne restava. Sbilenco, arrugginito, chiuso con un filo di ferro che si sbriciolò nella sua mano, emise un suono stridente quando riuscì ad aprirlo.
Non riconobbe nulla perché era diventato un altro luogo.
Al posto dei prati si levava un intrico di alberi e di cespugli così fitto da rendere difficile il passaggio, la natura aveva costruito una specie di muraglia, una barriera intorno alla casa per impedire a chiunque di violare lo spazio aperto che la circondava, per proteggerla, per preservarla, forse teneva nascosto dentro di sé un nido segreto di sogni, forse sperava che qualcuno sarebbe tornato.
Fino a quando non vide la costruzione pensò ancora di aver sbagliato luogo, poi un frammento alla volta, da molto lontano nel tempo, ricostruì con la memoria le linee eleganti della facciata con le grandi finestre sul giardino, il piccolo portico sormontato da uno stretto balcone, la torretta di lato, alta sui tetti grigi. Ma le finestre erano occhiaie buie, le colonne spezzate e i soffitti crollati, travi e gradini pendevano nel vuoto, grovigli di rovi e sambuchi erano cresciuti sulle macerie, edera e vitalba coprivano i muri, solo verso l’alto l’intonaco rosato compariva ancora in larghe chiazze tra il muschio e le crepe. Quello era tutto ciò che rimaneva del luogo del suo ricordo, sembrava che il tempo avesse infierito con malvagia intenzione per distruggere la casa in attesa, là nel luogo stesso che la natura si era sforzata di proteggere, nascondendola alla vista della strada.
Trovarsi davanti tanta desolazione era una sentenza senza appello, si sforzò di ricordare più particolari, ma la delusione si trasformò lentamente in sofferenza, per quella casa e per sé, per tutte le domande cieche che si affollavano all’improvviso, per tutto quello che non riusciva a capire, come era accaduto, come era potuto accadere, dove erano quelli che avrebbero dovuto occuparsene, quelli che avrebbero dovuto vegliare su quel luogo prezioso della loro vita e del suo ricordo, perché nessuno rispondeva, perché il silenzio suonava di vuoto?
Guardò con smarrimento intorno a sé la fortezza arborea che aveva invaso lo spazio dei prati, l’intrico e la sovrapposizione dei rami e delle piante, alcune erano cresciute a dismisura come i tassi e le querce, gli aceri e i frassini erano una moltitudine, ai piedi dei tronchi un sottobosco fittissimo di cespugli intricati e contorti ammucchiava foglie di sempreverdi sopra lunghi rami di rovi spinosi, bacche seccate e annerite e strati di foglie marcite e grigiastre nei solchi provocati dalle radici o dagli animali, una specie di caos primigenio rinserrava le rovine della casa, sembrava non volerle più proteggere ma divorarle.
Il vento era caduto, si sentivano solo un uccello isolato, uno strano verso singhiozzante, come di un rapace notturno sperduto, sorpreso per caso dalla luce del giorno. Davvero al posto di quella rovina un tempo c’erano state voci gentili piene di affetto e dolcezza, si erano strette le mani di sua madre e altre braccia amorose, davvero un grande cane bianco correva sui prati fioriti, là, in quel luogo divenuto così cupo era esistita una promessa di tranquillità e di sicurezza cullata dal fascino dell’armonia e dalla forza della vita?
Girò l’angolo del porticato e un’intensa macchia di colore fermò i suoi passi. In mezzo alle foglie fradice e ai rami caduti, in quello sfasciume di umidità e di cose morte che il lungo inverno del tempo aveva lasciato in abbandono i vecchi bulbi custoditi dalla terra riuscivano ancora a fiorire, tra poche isole di erba macerata e appassita erano spuntati vividi ciuffi di narcisi color oro.
Sembrano tante stelle gialle, pensò, e fu come una scossa, all’improvviso salì dal fondo del suo essere una luce nera e accecante, in un lampo il tempo si capovolse, ingoiò gli anni cancellati e la ritrovò, quella vita rimossa e scomparsa e ricordò e capì e i ricordi e l’orrore e il dolore furono tutt’intorno. Risentì la voce del padre che salmodiava accarezzandola l’antica selichà ebraica “Dio, non coprire il sangue col tuo silenzio”, pensò che della voce o del silenzio di Dio non sapeva quasi niente, ma della ferocia e del silenzio degli uomini sapeva troppo, capì che la villa rosata era vuota e abbandonata perché coloro che l’avevano abitata erano stati trascinati via per sempre, capì che non sarebbero mai più tornati perché erano stati abbattuti come rami sanguinanti e che nessuno, tranne il suo lungo ingannevole sonno, avrebbe ricordato più neanche il loro nome.

troppo lento il ritmo, ma il tessuto narrativo è bello. c’è della stoffa