In ricordo del disastro ferroviario di Balvano (Pz) del 3 marzo 1944

Balvano

di Rosa Salvia

Scorre il fiume tranquillo
e lo schiumano uccelli –

non ci sono ricordi sul volto
[del vecchio,
non c’è nulla che valga,
né le vette degli alberi
[né le nuvole rosse
che son tiepide e viaggiano lente.

In fondo è vivo soltanto per caso
scampò alla tragedia del treno
nella galleria di Balvano –

un rumore di passi echeggia vicino,
sulle sponde velate dal sole,
fra l’odore inaudito di terra
e il dondolio dei campani del gregge,

ma il vecchio non s’accorge nemmeno,
gli occhi ignoti che bruciano,
come brucia la carne.

Tra le foglie che stormiscono al vento
fissa il monte Lifoi
dove tutte le cose del giorno,
le pietre e le case e le vigne,
sono nitide e morte
e la vita è un’altra, di mare, di cielo,
e di foglie e di nulla.

Talvolta ritorna
nell’immobile calma del giorno
un barlume di fumo
crivellato di spettri del mondo perduto

di quand’ era bambino.

***

Questo componimento mi è stato ispirato da un terribile accadimento storico risalente al 1944: la sciagura del treno 8017, che ebbe luogo precisamente nella notte fra il 2 e il 3 marzo 1944, il più grave incidente ferroviario per numero di vittime (oltre 600) della storia d’Italia del ‘900.
Un treno merci creato per caricare legname da utilizzare nella ricostruzione dei ponti distrutti dalla seconda guerra mondiale lungo il tragitto Napoli – Potenza, partì dalla stazione ferroviaria di Napoli nel primo pomeriggio del 2 marzo 1944.
Sul treno salirono centinaia di viaggiatori clandestini provenienti soprattutto dai grossi centri del napoletano, stremati dalla guerra, che nei paesi di montagna lucani speravano di poter acquistare derrate alimentari in cambio di sigari e caffè distribuiti dagli americani.
Diversi i ragazzi presenti sul treno e madri con bambini.
Il carico di persone influiva notevolmente sul peso del treno, portandolo a superare le 600 tonnellate.
Nella “galleria delle Armi”, situata fra le stazioni di Balvano e di Bella-Muro Lucano, a causa dell’eccessiva umidità le ruote cominciarono a slittare. Per la perdita dell’aderenza, il treno, guidato da due locomotive alimentate a carbone, perse velocità fino a rimanere bloccato. Solo i due ultimi vagoni rimasero fuori dalla galleria.
Gli sforzi delle locomotive per riprendere la marcia svilupparono grandi quantità di monossido di carbonio e acido carbonico, facendo perdere i sensi al personale di macchina.
Peraltro, in seguito, dopo accurate indagini, si appurò la scarsa qualità del carbone fornito dal Comando militare alleato.

Era passata la mezzanotte e in poco tempo anche i passeggeri che stavano dormendo vennero asfissiati dai gas tossici. Molte vittime fra i passeggeri non vennero riconosciute. Furono tutte allineate sulla banchina della stazione di Balvano e poi sepolte senza funerali nel cimitero del paesino, in quattro fosse comuni.
Quasi tutti i sopravvissuti riportarono gravi sconvolgimenti mentali.
Nel 1972, per iniziativa di un familiare di due vittime, fu costruita una cappella nel cimitero di Balvano, in ricordo dell’assurda tragedia.

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