Yolanda Castaño, Sette poesie e un inedito

Yolanda Castaño
Yolanda Castaño è nata a Santiago de Compostela nel 1977. Poetessa e videomaker è collaboratrice di vari giornali e riviste della Galizia ed è co-conduttrice di un quiz culturale giornaliero nella televisione galiziana. È stata segretaria generale dell’Associazione di scrittori in lingua galiziana, direttrice della Galleria Sargadelos di La Coruña e fondatrice di una casa editrice di poesia per autori emergenti. Ha gestito laboratori di poesia e partecipato a numerose antologie poetiche galiziane e spagnole, incontri e festival di poesia a livello nazionale ed internazionale. Ha dato luogo a diverse esperienze di fusione tra poesia e mezzi plastici, audiovisivi e musicali. Ha pubblicato Elevar as pálpebras (1995), Delicia (1998, seconda edizione: 2006), Vivimos no ciclo das Erofanías (1998, più un’edizione bilingue gallego/castigliano nel 2000. Premio della Critica Spagnola 1999), Edénica (2000), O libro da egoísta (2003, seconda edizione: 2004), Libro de la egoísta (edizione bilingue g./c., Visor, 2006), Profundidade de campo (2007. XV Premio Espiral Maior) e Profundidad de campo (edizione bilingue g./c. Visor, 2009, Premio Ojo Critico de Poesia 2009).

Traduzioni di Fabrizio Dall’Aglio e Valerio Nardoni

da: O libro da Egoísta (Galaxia, 2003) / Libro de la egoísta (ed. Bilingüe, Visor, 2006)

(Yolanda entra in scena.
Ha i capelli raccolti in due trecce e la bocca truccata di ciliegia. Si tocca la testa con un cappello da uomo, una cappello di feltro con un nastro nero. Ha un vestito aperto, liscio e senza forme, estivo e di seta.
Comincia a parlare:)

“Avevo già ripercorso sette o otto volte la visione di Margherita. Di quella desolazione. Di quella disperazione.
L’anno in cui avevo la stessa età della protagonista. A quindici anni aveva già attecchito in me la storia dell’ossessione per il disastro. Come il giorno prima del matrimonio in agonia tra le mie braccia.
Ma dovevano passare tre anni interi prima di trovare il vestito di seta; e ancora due prima di lui. Malgrado l’assenza del trasbordatore.
Per molto tempo ho sognato quegli occhi di febbre. Quelle genti remote. Parlano con lingue che si gridano, lingue incredibilmente estranee.
Ora è qui. La pelle è di una lucentezza mai contemplata prima. Ripercorro quell’esotismo. Carezzo il colore dorato.

L’amante della Cina del Sud
portò un caldo e umido monsone alle mie idee.
Come partirono per avvicinare
il tuo oriente estremo alla mia fine del mondo.

Tu, che nulla impressiona perché vieni dalla guerra,
voglio che mi racconti la storia di tua madre, Ah Lin,
della sua infanzia a Shangai, quella donna
che non vuole vemire da voi,
che si abbraccerebbe al suo vulcano natale fino all’ultimo momento.
Parlami un’altra volta di come si fa l’amore in Cina, con quella asepsi.
Io ti racconterò di lei, della mia relazione con quella donna,
quella delle alte risaie,
di come il padre doveva ricostruire la sua casa ogni
trent’anni, di come le donne giapponesi inventarono la scrittura.

Voglio vederlo nudo nella casa dei miei genitori,
curare a legnate il razzismo di mia nonna.

La sua estraneità per quest’ansia disuguale,
le sue dita dottissime nelle tecniche cinesi.

Per forza trovo sulla sua pelle seta e spezie.
E il suo sguardo obliquo sopra la mia schiena.
Lui ama come un cinese,
con la nera durezza del giaietto.
Mai concede un segnale.

La mia ansia inquisitoria per qualcosa che non è mio. Estraneità. Giardino esotico. Perché in nulla mi riconosco.

(La luce rimane accesa. Yolanda tace, raccoglie le sue cose, e se ne va).

***

da: Profundidade de campo (Espiral Maior, 2007) / Profundidad de Campo (ed. Bilingüe, Visor, 2009)

A

Un coltello lento è il progetto dell’identità.
Una celebrazione indaco il ri-conoscimento.

Come ho lasciato che tutto questo mi capitasse?
Il mio sogno se ne è andato da me insieme a me.
Non posso permettere che di nuovo mi si fraintenda.
Perché influisci su di me? Perché influisci ancora su di me?
Un assurdo irrisolubile esproprio.

Ma che io starei bene, che le preoccupazioni non manchino lo sai che però insomma
io starei bene, sempre bene, anche se non mi si capisse anche
se perdessi la salute nella mia ancor giovane età.
Anch’io pensavo che avrei potuto controllarlo.
Perché mi tormenti? Perché ancora mi tormenti?

Una pozza di note sostenute,
un usignolo meccanico è la sera
Come ho avuto il coraggio di assumere la tua strategia?

B

Quando smetto di essere fiore,
disturbo.

Ma il difficile era essere,
l’infaticabilmente disgraziato.

Contrarre qualche seria malattia
favorirebbe enormemente la mia opera letteraria.

Se non trovo lavoro, me ne vado a Las Vegas.
Negli Stati Uniti sono più bella che in qualsiasi altro posto.

Ma sono stata antipatica e pretenziosa,
ho sorriso solo per mio proprio interesse,
l’indaffarata capitalista sexy;
ho compensato i miei giorni di impotenza.
Essere
è il difficile.
Quando parlai contemplarono solo le mie labbra.

Se mi prendo un riposo questo
mi renderà irresponsabile?
se sono vulnerabile
sarò calpestata?
se le cose mi andassero peggio
mi amereste forse di più?

Un abbondante coltello è il progetto dell’identità,
un usignolo meccanico la sera.
Tutti quei souvenir uccideranno Notre Dame
Tu dove eri quando avevo bisogno di te?

C

Hanayo mi capisce. Non so
se forse mi si capirebbe meglio in Giappone.

Il pesce debole la corrente lo porterà in qualche luogo sicuro.
Il pesce forte sarà solo, in uno sforzo che si moltiplica.

Il facile
non è essere.

Non avrei messo a rischio così tante cose
per paura di farmi da te disprezzare,
non sarei stata così autodistruttiva,
non avrei fatto a meno delle necessità,
non avrei rinnegato i miei impegni
se sono bella avrò
meno possibilità di essere sola?

D

Volevo solo disegnare un amuleto
ma quando parlai contemplarono solo le mie labbra.

Chiedere ai gigli, gli schermi, le carte termiche,
chiedere agli altri chi cavolo ero io.
Corsi il rischio di perdermi, – me stessa, che fui tutto quanto ebbi –
bambina intimididita dall’uniforme azzurra.

Potrebbe il successo rendere casa nostra un fallimento?

Privilegio della miseria è avere un proprio luogo.
Se non trovo lavoro, me ne vado a Las Vegas.
Il volume di tutte le mie cifre incide sugli speroni a cui mi inchino.
Ti giuro che non avrei sottomesso così tante cose
per paura di non essere a quell’altezza.
Se non voglio è che non voglio?

Il pesce debole la corrente lo porterà in qualche luogo sicuro.
Il pesce forte sarà solo, in uno sforzo che si moltiplica.
Misericordioso è il premio voglio essere malata
Dov’eri quando avevo bisogno di te?

***

Corruzione

Camminare con lo scafandro
e un chilo di peso in ogni stivale
il regno delle velate alleanze
con me o contro di me
e allora capisco
questo improvviso naufragio questa
fame perplessa
che perde mappe e maniere e, come
una bestia atterrita nel mezzo di un incendio,

si afferra a quello che può.

***

Favole

C’era una volta
… e alla fine della fiaba
Cappuccetto era una lupa,
la nonnina un taglialegna,
la divoratrice un’asceta,
la liberissima
un compendio completo di dipendenze,
la mistica una frivola inzuppata di timori,
l’incompreso un angelo,
la principessa un mostro,
la frivola una mistica inzuppata di timori,
il mostro una principessa,
l’altro incompreso un diavolo,
la presunta lupa un assoluto Cappuccetto
e il sentiero nel bosco
un taglialegna.

***

[una poesia inedita]

Sono passata tante volte di qui, e non vi avevo mai visto.

Stiamo elaborando un minuzioso inventario,
come l’erbario di una costellazione impredicibile.
Vengono prima i gigli, addobbo di stelle precipitate,
le dalie e i crisantemi,
senza scordare i papaveri perché lo meritano anche
i fiori piccoli e timidi.
Quello del fico è un fiore subliminale.
Le più libresche di tutte, le inflorescenze a capitolo.
L’orchidea è chiaramente un fiore osceno,
si imita troppo, non vado più oltre.
L’ibiscus riempie di voglie e proverbi la sera.
Ortensie: raccontatemi quanto qui sono stata felice.
Ci sono gli iris, la lavanda, la cosiddetta rosa del té.
E poi c’è la magnolia che, come indica il nome,
deve esser stata un tempo l’emblema di una qualche sovranità mongola.
Calle, anemoni, l’agguerrito sintomo del rododendro.
Poi ci sono altri prodigi registrabili in latitudine appartate,
come l’indicibile fiore del chilamate
che si sente ma non si vede, come
un amore profondo che sale come un bramito dalle ginocchia.
Ci sono
ninfee, rose cinesi, bocche di leone,
Abbiamo anche cosmo e caso e pensieri ma questi sono già
fiori più concettuali.
La passiflora è come il trono di una risposta, il
baldacchino di una considerazione.
Ci sono fiori che portano per sempre il nome del primo occhio che li vide.
Lillà, calendule, garofanini.
E non posso dimenticare le mimose, intreccio di minuscoli avvertimenti,
né le mie più viziate in assoluto: fragore indecente delle buganvillee.

Ma, come vi dicevo, non so, è curioso,
sono passata tante volte di qui e
no,
non vi avevo visto
mai.

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