Provocazione in forma d’apologo 257

E. era un giovane ufficiale di carriera non proprio monarchico e certo non fascista. Quando venne l’8 settembre si sputò sulle mani e da buon piemontese si disse: “È ora”. Ma subito il diavolo ci mise la coda. Nella primissima azione – ma già quest’espressione è eccessiva, meglio diremo nella prima uscita di trasferimento – si trovò di fronte ad una situazione davvero particolare, con appena un secondo per decidere il da farsi. Lui decise senza sparare e far morti, e adoperandosi poi affinché l’episodio si chiudesse senza danni; eppure da quella decisione scaturì una rappresaglia che si ricorda ancor oggi, come a volte è stato ricordato lui, spesso senza nominarlo, come la testa calda che era caduta nella trappola, che aveva creato il pretesto per quel terribile gesto dimostrativo.

Chi, negli anni, fu amico di E., anche se non ricevette dalla sua bocca la sua versione di quei fatti e non lo associò ad essi, non ebbe comunque dubbi a identificarlo come uomo difficile e tormentato, nel cui intimo centro si indovinava un rovello insanabile. Dopo la sua morte e la lettura del suo diario con documenti e testimonianze pubblicato di recente, pur lasciando giudicare gli eventi a chi può farlo, il sentimento prevalente è la compassione per un uomo fiaccato, anche se mai schiacciato del tutto, da macigni di cui quello che s’è detto sopra è stato senz’altro il più opprimente.
Ma, al di là della compassione per l’amico, un giudizio non storico ma umano lo si può comunque dare: E. sbagliava.
Sbagliava perché continuava a ripetere che non si possono fare frittate senza rompere uova, denunciando così la convinzione dell’uomo semplice che delle frittate si debbano fare comunque.
Sbagliava perché continuava a ripetere che la sua coscienza era a posto, come se la coscienza di un uomo rappresentasse davvero un terzo affidabile.
E sbagliava soprattutto perché non capiva che la sua era una colpa oggettiva del tutto simile a quella dei personaggi della tragedia greca, che pure lui, con tutta la sua cultura umanistica, ben conosceva e continuamente citava. Sì, E. era segnato da una colpa oggettiva, era un uomo segnato, vero eroe o antieroe tragico; lui stesso non ha saputo leggere quel segno su di sé, o non ha voluto accettarlo; e molti che in lui quel segno hanno riconosciuto senza recarlo a loro volta, si sono comportati nei suoi confronti con la stessa indifferenza e leggerezza degli dèi crudeli.

8 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 257

  1. Elisabetta Bordieri

    “non ha saputo leggere quel segno su di sé, o non ha voluto accettarlo”
    già.
    ti abbraccio
    elisabetta

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  2. Giorgina Busca Gernetti

    “… era un giovane ufficiale di carriera…”
    Chissà perché ho trascurato la “E.” ed ho letto solo la frase che ho trascritta.
    Mi sono bloccata lì. Non ho potuto scrivere nulla. Tu sai perché.
    Sempre bravissimo, caro Roberto.
    Un saluto affettuoso
    Giorgina

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  3. robertorossitesta

    Cara Elisabetta,
    anche per le persone più lucide certe cose sono insostenibili. Giudicare, non per condannare ma per capire, è utile e anche giusto, però chiediamoci che cosa faremmo noi al posto loro.
    Riabbraccio,
    Roberto

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  4. robertorossitesta

    Cara Giorgina,
    ci sono delle cose del passato che non passano mai, vale per tutti e per qualcuno di più.
    Ti capisco benissimo e ricambio l’affetto.
    Roberto

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  5. Carla Bariffi

    se ricordiamo che sbagliare è umano allora E, il povero E, non dovrebbe lasciarsi prendere dai sensi di colpa, anzi, dovrebbe prendere più spesso decisioni, anche solo per il piacere di gustarsi una frittata!;-)

    ciao mio caro Roberto

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  6. robertorossitesta

    Cara Carla,
    a quanto mi risulta non si è mai tirato indietro, e così farebbe ancora, se fosse ancora vivo.
    Ciao a te,
    Roberto

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