Vivalascuola partecipa alle suggestioni natalizie presentando un bellissimo testo sulla nascita di Paola Scavello, tratto dal n. 12/13 della rivista “Gli Asini“, che ringraziamo per la gentile concessione. La sua lettura può essere utile anche in una prospettiva educativa, poiché ci richiama quanto ricorda Grazia Honegger Fresco: “Da quando sarebbero attive condizioni di particolare ricettività, finalizzate a rendere permanenti gli apprendimenti di base, essenziali per ogni essere umano? Dalla nascita, afferma Montessori in base alle sue osservazioni“. Un grazie di cuore a collaboratori e lettori e a tutti auguri di buone feste e buon anno 2014.
Venire al mondo
di Paola Scavello. A cura di Chiara Scorzoni
La gravidanza
Parlare di parto, nascita e allattamento significa parlare di processi di salute della biologia umana. E la salute si esprime sempre in modo polare. È una risposta alle sollecitazioni che vengono dalla biologia: il corpo reagisce e attiva processi di calore se fa freddo, di raffreddamento se fa caldo. Nei processi di salute il corpo subisce adattamenti costanti a stimoli interni o esterni e questo è ancora più evidente nella gravidanza, nel parto e nell’allattamento. Allora dobbiamo favorire il più possibile risposte naturali di reazione e di adattamento, consapevoli che tali risposte possono subire pesanti pressioni sociali, culturali, politiche. È necessario creare le condizioni attraverso cui i corpi esprimano le potenzialità, sempre molto grandi, che possiedono.
Il primo presupposto della cultura medica da sottoporre ad analisi (e critica) è range di normalità, ovvero quella fascia, in realtà molto ampia, di “normalità” contenuta all’interno dei parametri minimi e massimi rilevati dagli esami. La tendenza a ridurre quella fascia a un modello unico porta la donna ad ammalarsi di più, facendola spesso sentire “sbagliata”. Il ventaglio della “normalità” nella gravidanza è molto più ampio di quanto ritenga l’opinione corrente. In un gruppo di dieci donne incinte, non è possibile trovarne due simili, sul piano emozionale, culturale, biologico, e ognuna ha una diversa ma ricchissima potenzialità generativa. Normalmente si tende a mettere in evidenza le eventuali problematiche, generando un continuo bisogno di controlli medici per scongiurare il pericolo e provocando un’inquietudine di fondo che impedisce alle donne di riconoscersi in quella nuova “condizione”. E le spinge a vivere la gravidanza come fosse una bomba a orologeria pronta a esplodere in ogni momento.
Arrivare a partorire partendo da queste premesse e tenere tra le braccia un neonato avendo al fondo questo tessuto emozionale è complicato: obbliga la donna a dover fare un grande lavoro per ritrovare la consapevolezza di essere una madre competente. Inoltre, dato che le emozioni si riflettono molto precocemente nel figlio, anche il bambino intuirà di non essere sufficientemente capace e avrà continuamente bisogno di conferme esterne. Quando in una cultura medica tutto questo diventa il presupposto comune alla nascita significa che non si sta lavorando per la salute.
È importante raccontare e raccontarsi tra donne la potenza della gravidanza, della nascita e del neonato per non dimenticare e per mantenere intatto lo stupore. L’eccitazione positiva aumenta la capacità di affrontare processi faticosi. E anche la donna che sceglie di non generare figli dovrebbe conoscere bene questi aspetti perché è un problema di salute di genere.
Il concepimento
La gravidanza è uno degli esempi più luminosi di ecosistema, ovvero di un sistema di relazioni in cui gli elementi, in questo caso la mamma e il bambino, si influenzano a vicenda in una sintesi che alterna equilibrio e perdita di equilibrio che diventa, forse anche in ragione di questa fase della vita, l’essenza stessa dello sviluppo dell’uomo (e della comunità di cui fa parte).
Il corpo della donna è come un terreno che possiede tutte le caratteristiche per “accogliere” e trasformarsi nella gravidanza. L’attivazione di questa potenzialità è il concepimento, che attiva da subito tutto il processo biologico ed emotivo dei mesi che seguiranno. Raramente il concepimento è avvertito: noi donne abbiamo un sistema ormonale molto sensibile, ma abbiamo perso la capacità di percepire il nostro funzionamento biologico. Per alcune donne la gravidanza offre la possibilità di riaprire questa partita, di raffinare una sensibilità perduta.
Il concepimento avviene nelle tube, non nell’utero, quindi in un posto ancora lontano dal terreno uterino. Più o meno a metà tuba si uniscono spermatozoo e ovulo: si dice che nel momento del concepimento si sprigioni una grandissima luce, un processo di calore, luminoso. Forse anche un suono. E per stare nelle correlazioni – che sono la cosa più bella della nostra biologia – c’è chi lo paragona al big bang da cui ha avuto origine il mondo. Una sorta di caos iniziale che fa vibrare luce, calori, suoni.
Immediatamente dopo le due cellule si mescolano producendo un’originalità che è già la confluenza dell’apporto genetico maschile-femminile e una nuova vitalità attestata dalla moltiplicazione, in grande numero, delle prime cellule. A questa “originalità” abbiamo dato il nome di morula per la sua somiglianza alla mora. Sono giorni di autonomia totale: mentre è nella tuba e deve arrivare nell’utero è in grado di cavarsela da sé. La donna gli ha preparato lo spazio, ma questo momento iniziale è autonomo e la stessa “autonomia” si ritroverà nei primi giorni del neonato. Il bambino nasce e non ha immediatamente il terreno nutritivo “grasso” del latte: nei primi giorni perde peso, si chiama calo fisiologico e andrebbe letto come effetto di quell’autonomia che gli permette di sopravvivere all’improvviso cambiamento di condizione.
La madre ha il suo colostro e la tuba produce secrezioni come un fluido e dei villi che accompagnano la morula verso l’utero: un corpo che accompagna un momento di passaggio. La morula – che diventerà l’embrione – arriva nell’utero, ma già da quando è nella tuba dà molte informazioni al corpo materno ed emette sostanze che, registrate dalla madre, iniziano a produrre nel suo sangue tutto ciò che farà trasformare il suo corpo. Innanzitutto farà diventare il suo utero molto più spugnoso e ricco di sangue per accogliere, di lì a qualche giorno, la morula che vi si fermerà. A seconda di dove è caduta, comincia a erodere la mucosa interna dell’utero per iniziare ad accedere al nutrimento, mucosa che, come tutte le altre del nostro corpo, è molto irrorata di sangue e ha un rivestimento ben più sottile della pelle. L’embrione iniziale induce un grande adattamento al corpo materno. In questo ecosistema il corpo inizia a produrre ormoni di sostegno al processo della gravidanza che, a sua volta, crea le condizioni perché l’embrione inizi a svilupparsi e a perfezionarsi sempre di più.
Il primo trimestre
All’inizio il corpo materno non fa vedere che aspetta un bambino: il primo trimestre è un periodo molto strano. In alcuni casi può essere anche un momento denso e caotico. Prevede un processo intenso attraverso cui l’embrione si annida e “invade” l’utero materno che è in grado di accogliere tale invasione, adattandosi. L’utero è ancora di modeste dimensioni, ma si producono modificazioni importanti sia al suo interno che a carico di tutto il corpo della donna. Dentro l’utero si annida l’embrione, avvolto dalla mucosa uterina, il corpo materno subisce cambiamenti ematici, cardio circolatori, endocrini, respiratori. Cambiamenti quasi immediati che sono molto poco visibili all’esterno.
I segnali del primo trimestre sono indiretti. Tutto il sistema materno, provocato da questa presenza, si “destabilizza” e dovrà trovare un nuovo equilibrio. Come quando in un ecosistema si modificano le posizioni e i rapporti tra gli elementi presenti. Per esempio, è alterato il sistema digestivo perché l’utero – che è un viscere – deve andare incontro a un ammorbidimento e all’accoglimento dell’embrione. Ma anche tutti gli altri visceri corporei ne risentono e così si rallenta lo svuotamento dell’esofago, dei succhi gastrici, dello stomaco, dell’intestino, della vescica, cambia la salivazione…
Nel primo trimestre la donna ha un’esaltazione sensoriale: il gusto, l’olfatto, i suoni, le immagini arrivano in un modo alterato perché tutto il corpo sta subendo modificazioni profonde. Siccome tutto è sostenuto dall’attività degli ormoni e dei neurotrasmettitori va incontro a stanchezza e a sonnolenza che la obbligano a rallentare, cosa che, solitamente, l’ambiente esterno non le concede. L’accelerazione del mondo fa vivere le madri moderne in una grande conflittualità. La stanchezza, i sogni, il bisogno di dormire… Inizia a prevalere la parte del cervello più intuitiva, ma in modo disordinato perché è l’impatto dell’adattamento. In una cultura “lineare” come la nostra in cui si pianifica e si tende a organizzare tutto la madre si trova in un fisiologico disordine.
Le donne, con i nuovi test di gravidanza, sanno sempre più precocemente di essere incinte e chiedono visita e addirittura ecografia due giorni dopo il ritardo mestruale. Vogliono immediatamente una conferma esterna della gravidanza. È un paradosso perché la donna non ha ancora capito se vuole o no il bambino. E anche se lo vuole non sempre ha capito se è contenta. Perché deve accordare un corpo, un utero e una persona. La prima cosa che dovremmo fare quindi è dare tempo alla donna in gravidanza. Si arriva ad aspettare un figlio, sapendo molto della contraccezione, ma nulla della nascita e questa è la matrice di diverse storture.
In questo caos iniziale la placenta non si è ancora formata e ancora si stanno differenziando le parti dell’embrione. Le cellule che si stanno costituendo sono totipotenti (in grado di dare origine a tutti i tessuti dell’organismo umano): ci sono passaggi iniziali nella biologia della nascita che hanno a che fare con enormi potenzialità. La genetica sta cercando di capirli perché permettono processi di guarigione.
Se questa fase iniziale procede si sviluppa la gravidanza, se si inceppa qualcosa l’esito è un aborto spontaneo. L’aborto fisiologico è sempre esistito in natura. Adesso non è più accettato: la donna sta malissimo, crede di aver fallito. Oggi mettiamo al mondo figli in età più avanzata quindi abbiamo meno tempo biologico e su quella gravidanza c’è un investimento enorme. Non riconosciamo alla natura il suo percorso che non è sempre armonico.
Il primo trimestre è caratterizzato dalla “destrutturazione” del corpo materno e dalla sua ristrutturazione in funzione della gravidanza, fenomeno che permetterà di far crescere l’embrione. È caratterizzato quasi sempre da conflittualità e ambivalenza. L’utero deve fare spazio e ammorbidirsi, ma la sua natura è quella di un muscolo, tra i più forti, insieme al cuore, del nostro corpo. L’utero deve imparare a contrarsi, ma non tanto da indurre l’aborto o da far nascere precocemente il bambino, deve imparare ad ammorbidirsi in opposizione alla sua natura tonica. Ne ha la possibilità perché il bambino suscita nella mamma una reazione che fa produrre tutte le sostanze che rendono più morbidi i visceri, in particolare l’utero. È tutto un parlarsi a livello biochimico. Non sempre questo dialogo è facile: ci sono donne con un utero più piccolo, un corpo che fa più fatica ad adattarsi alla gravidanza. Ce la faranno, ma con tempi più lunghi. Oppure ci sono donne con un utero molto accogliente, simile magari a quello della loro madre o della nonna. Abbiamo a che fare con la storia di un soggetto donna – che è stata neonata, bambina, amante… – che l’ha portata a sviluppare tranquillità o timore per la gravidanza.
Tutti i piani della persona umana si attivano: anatomico, biologico, emotivo, culturale. Per esempio, una donna che sta vivendo una fase di grande gratificazione professionale, magari incoerente con le necessità della gravidanza, si trova in una situazione di forte conflittualità: vorrebbe il bambino, ma anche il lavoro, due bisogni che premono, a volte in direzioni opposte. A volte invece l’adattamento può essere facile, armonico e la donna riesce a seguire quello che il corpo le chiede.
Primo trimestre: le prime 13 settimane. Si destruttura qualcosa e qualcosa di nuovo prende forma; inizia a formarsi la placenta, che non ha ancora le dimensioni e le caratteristiche definitive. La donna deve scendere a patti con se stessa, col proprio corpo e con la società. “Far posto”, accogliere e procedere.
Il secondo trimestre
Se nel primo trimestre il corpo è più reattivo e oppone una certa resistenza, nel secondo c’è la conciliazione: è il momento della simbiosi tra mamma e bambino. A livello biologico il corpo si è adattato, sul piano ormonale lavora moltissimo, ha trovato la formula per stare insieme al bambino che cresce.
La placenta – “focaccia” in latino – è l’organo del nutrimento, è una meraviglia della natura, una mediatrice eccezionale. È un organo che la donna forma in gravidanza, ha una vita di 9 mesi, è fortemente specializzato, complesso e, quando esce, cede parte delle sue funzioni al latte materno. Metà della placenta guarda dentro l’utero, l’altra metà – da cui parte il cordone ombelicale – è opposta e guarda verso il bambino. Metà è inserita nella parete uterina e lì funziona come una spugna, completamente a contatto con la parte uterina irrorata di sangue. Ha quindi una parte per così dire materna e una fetale. Il bambino, tramite il cordone, manda alla placenta le sostanze che non gli interessano più – catabolismo – e chiede quelle di cui ha bisogno. La parte materna prende queste sostanze e manda alla donna quelle che il bambino rifiuta. La madre lavora anche per il bambino e gli invia attraverso il suo sangue tutte le sostanze di cui ha bisogno per formare il suo corpo. La placenta è un laboratorio che manda al bambino quello di cui ha bisogno, usando i precursori materni come sostanze base, ma li “condisce” e li riorganizza. La placenta si completa entro venti settimane, che è metà gravidanza, e funzionerà fino alla nascita del bambino.
In tal modo da due cellule, così piccole da poter essere osservate solo tramite il microscopio elettronico, dopo nove mesi si forma un bambino di qualche chilo. Mai nella vita c’è un processo di riproduzione cellulare così esaltato come nella gravidanza.
Il secondo trimestre rappresenta il tempo della condivisione facile. La pancia è ormai visibile. La mamma sente i movimenti del bambino. È un momento di grande energia. Il bambino non è ingombrante, ma fa sentire la sua presenza. La mamma si sente onnipotente: è un’esperienza di forza armonica e gratificazione.
Chiunque abbia un ruolo di accompagnamento alla nascita, dovrebbe guardare più attentamente i corpi, perché insegnano. Se nel primo trimestre vedo il seno che aumenta, questo significa che è coinvolta principalmente la parte alta del corpo e la testa è confusa: il sonno arriva di frequente negli occhi. Successivamente è la pancia che prende il sopravvento e la donna inizia a indossare vestiti che le fanno posto. Questa cintura del corpo diventa il centro. Infine il bambino inizia a scendere preparandosi a uscire.
Anche io, come ostetrica, guarderò al bambino come corpo: come si muove, come si esprime, perché ha occhi così grandi e una testa così pronunciata? E che cosa significa quella forma, perché ha la bocca che forma quell’espressione? Dalla forma alla funzione è possibile offrire molte interpretazioni. Non serve visitare troppo, ma imparare a ”stare in ascolto”. Esiste anche la patologia, guai a non esserne consapevoli e a non avere gli strumenti per affrontarla, ma osservando il corpo della donna e del bambino non è fuorviante lasciarsi andare a pensieri dapprima solo intuitivi.
Nel secondo trimestre la donna si sente al centro e i suoi bisogni sono appagati. Soprattutto nel caso del primo figlio. Con i figli successivi la biologia è la stessa, ma il contesto è un altro, lo stupore è diverso.
Placenta, adattamento, simbiosi, contatto con il bambino: nel secondo trimestre di gravidanza, quando la mamma inizia a sentire i movimenti del bambino, è importantissimo lavorare sul legame donna-bambino. Inizia a costruirsi una complicità tra loro. Le mani sono un organo un po’ concavo quando si adattano alla pancia. In gravidanza le braccia arrivano alla pancia. È il momento dell’esaltazione, in cui il bambino c’è ed è facile da portare in grembo: è questa l’illusione della madre. Nel secondo trimestre la donna è ancora immersa nella sensazione armonica in cui tutto sembra possibile.
Il terzo trimestre
Dal sesto mese in avanti inizia la preparazione alla separazione. Tutte le separazioni, anche se fisiologiche, sono dolorose, complesse: bisogna farsene una ragione, è necessario iniziare a prepararsi ai cambiamenti cui la natura ci sottopone. All’inizio dell’ultimo trimestre la mamma comincia a mandare in circolo l’ormone della separazione, l’ossitocina. Ondate di questa sostanza cominciano a rendere l’utero meno ospitale.
Il bambino cresce molto: le pareti dell’utero si fanno sempre più sottile e il corpo che ospita sempre più grande. Il bambino si sente di più, i suoi muscoli sono più formati, scalcia in modo più insistente, cerca più spazio, comprime l’intestino, la vescica, lo stomaco, il diaframma: inizia a prevalere la sensazione di ingombro. Non si digerisce più bene, si dorme in modo discontinuo e gli ormoni fanno confrontare con sbalzi d’umore che prima non conosceva. Sperimenta ondate ormonali, funzionali a preparare il corpo a lasciare uscire il bambino, che suscitano anche fastidio.
Il bambino esprime sempre più marcatamente le sue caratteristiche originali. Alcuni bambini, già nella pancia, sono più “richiedenti” di altri. Anche i corpi materni sono diversi, alcuni si rivelano accoglienti e favorevoli alla “compresenza”, altri sono più contenuti e reattivi. Ci sono corpi più accoglienti e favorevoli di altri al movimento. Ogni donna racconta una gravidanza diversa.
In questa fase prevale la presenza del bambino, come forma e come percezione: attraverso la pancia della mamma è ben visibile al mondo. Gli ormoni preparano il corpo materno e il bambino si trova con una placenta che continua a funzionare, ma che sta andando verso la conclusione del suo ciclo vitale, verso l’esaurimento della sua funzione biologica. Questo serve al bambino per capire che deve cominciare a fare un po’ da solo. Il bambino va in uno stress che chiamiamo eustress, cioè stress positivo. Inizia a produrre, in quantità giusta, ormoni dello stress come il cortisolo. La placenta lo registra, lo passa alla mamma, contribuendo ad attivare nel suo corpo il processo che la porterà al travaglio. Il feto, quando ha finito di maturare tutti i meccanismi funzionali alla sua sopravvivenza fuori dall’utero, manda alla madre il messaggio di entrare in travaglio. Parte dal bambino il segnale più importante, ma viene quasi sempre disatteso perché moltissime donne oggi vengono indotte farmacologicamente a partorire. Vuol dire far nascere un bambino che non aveva ancora finito di mettere a punto il processo dell’attivazione alla nascita, che magari avrebbe portato a compimento due giorni dopo.
Il range di normalità per la data del parto oscilla tra la trentasettesima e la quarantaduesima settimana. Certo, bisogna tenere conto che la placenta a fine gravidanza invecchia e diventa necessario osservare la situazione con più attenzione. Ci sono rari casi in cui il bambino non nasce e la placenta non funziona più. La natura prevede casi in cui qualcosa non funziona. È giusto che la donna venga seguita più accuratamente in questa fase ed eventualmente aiutata a innescare il parto.
La maggior parte dei bambini nasce a 40 settimane, alcuni nascono prima, alcuni dopo. Se il bambino da solo non riesce, nonostante sia stato verificato che è arrivato il momento della sua nascita, allora lo si prende per mano e lo si aiuta, perché noi umani siamo forniti di un’intelligenza che ci permette di accompagnare, quando necessario, i nostri processi di salute. Non siamo più come le gatte e le tigri, abbiamo perso parte delle nostre competenze primigenie anche perché abbiamo costruito una contesto culturale con valori precisi. Ci sono situazioni in cui interveniamo per correggere.
Ma da qui a sostenere che tutte le donne che non partoriscono dopo dieci giorni dalla data presunta devono farlo immediatamente c’è una bella differenza, perché in questo modo si fanno nascere bambini che non hanno finito la gestazione. Tra due donne che hanno concepito lo stesso giorno, alla stessa ora, una può avere una gravidanza di 38 settimane, l’altra di 42 perché siamo di fronte a quattro soggetti diversi. Ogni corpo ha la propria storia che magari è simile a quella della mamma, della nonna. Dobbiamo cercare di personalizzare l’ascolto e l’assistenza e non far non trasformare in malattia le differenze.
È sempre più difficile fare ostetricia perché ci si scontra continuamente con un immaginario e una cultura professionale plasmati da fattori che poco hanno a che vedere con i processi di salute del parto. La tecnologia può essere utilizzata bene, se non se ne fa un uso pervasivo, e permette di allargare la conoscenza e attivare risorse. Ma la donna deve essere sempre al centro.
Ci sono donne sicure delle proprie percezioni, forti, abituate ad ascoltarsi – un ascolto non indotto da paure esterne – e mamme che hanno paura, molto condizionabili. Non si può non sostenere una donna che, in gravidanza, ha paura e la cui biochimica è differente: come devo avere la responsabilità di non indurle paure inutili, così devo ascoltarla se spaventata. Perché è lei la madre di quel bambino. Io sono soltanto la persona che l’assiste. Capite come si confondono i ruoli? Infantilizziamo le donne in gravidanza e le riempiamo di ansie inutili. L’accoglienza che sapremo costruire in quella fase, sarà una delle matrici attraverso cui quella donna crescerà quel figlio.
Il travaglio
Il bambino dà tutti i messaggi biochimici per dire che “là dentro” non sta più bene: è tempo che il travaglio abbia inizio, nella maniera più spontanea possibile. Mentre la madre nell’ultimo trimestre iniziava ad avere ondate di ormoni propri della separazione, il bambino, diventato più forte e di dimensioni maggiori, mette a punto i movimenti della nascita, uno schema di movimenti mirati alla capacità di uscire dal corpo per via vaginale. Pressioni che esercita con la testa verso il basso, contro il collo dell’utero; con la schiena e con il corpo compie movimenti vermicolari di propulsione che gli consentiranno di scendere. Con le gambe spinge sul fondo dell’utero e cerca una controresistenza. Si tratta di schemi iscritti nel suo codice genetico. Così la madre ha la capacità, se non viene eccessivamente condizionata, di fare le cose giuste e necessarie a partorire.
Mentre la mamma inizia a produrre ossitocina, un ormone attivo, dinamico, che susciterà le contrazioni, contemporaneamente produrrà prolattina, l’ormone del latte. Nel comportamento dei mammiferi questi due ormoni, come tutti gli ormoni, favoriscono taluni atteggiamenti. Ritroviamo l’ossitocina in tutti i comportamenti sessuali. Ogni rapporto sessuale, anche nel maschio, libera grandi quantità di ossitocina. Siamo nella dinamica pura.
L’ossitocina va a braccetto con l’endorfina: sostanza morfinosimile che da piacere e dipendenza. Nel parto entrano con forza l’una e l’altra, ormoni del legame: l’uno, l’ossitocina, ormone dell’amore, l’altro del piacere. Infine la prolattina che suscita comportamenti di nidificazione: nei racconti delle mamme si scopre che appena prima di partorire hanno sistemato casa. La prolattina è in concentrazione altissima appena prima di entrare in travaglio.
Tutta la chimica della donna, quando deve partorire, attiva sostanze funzionali a far nascere e poi accogliere e accudire il suo bambino. L’ossitocina, l’endorfina e la prolattina sono anche gli ormoni dell’allattamento. Sono presenti nella gravidanza, si concentrano nel parto, si ritrovano nell’allattamento: una continuità coerente alla vita. Una porta che ne apre un’altra.
Evitare i passaggi naturali comporta una fatica maggiore, si può recuperare chiedendo al corpo delle “stampelle”, dei supporti in più, quando avrebbe da sé le sue risorse per il travaglio. Per questo è importante lasciare che la nascita subisca meno interferenze possibili. L’espulsione del figlio dal corpo materno non è immediata, perché contrasta con il messaggio, durato nove mesi, di tenere dentro il bambino. Il nuovo venuto ha avuto bisogno di tempo per attrezzarsi a diventare capace di respirare, di deglutire e di crescere fuori dal corpo che lo conteneva. Terminato questo tempo, la funzione materna di tenuta deve capovolgersi e il collo dell’utero – ovvero la sua parte inferiore, diversa dal corpo centrale: anche embrionalmente hanno due origini diverse – che ha fatto da tappo per nove mesi, nell’arco di alcune ore si trasforma così tanto da scomparire.
Anatomicamente succede una cosa incredibile: già era incredibile che l’utero, grande come un pugno, in gravidanza si dilatasse come un cocomero, ancora più inspiegabile come in poche ore, quando necessario, scompaia del tutto. E non è una passeggiata perché si esercita una trazione sul tessuto così forte da appianarlo. Da un forziere si crea una porta scorrevole che fa passare il corpo del bambino. Si apre facendo modificare la sua struttura fibrosa (capace di recepire moltissime informazioni che la modificano) le cui cellule si accorciano e, grazie agli ormoni e alla testa del bambino che vi pigia contro, il collo uterino prende in poche ore una forma che prima non aveva.
Il travaglio è un enorme lavoro. A questo bisogna che le donne si rassegnino, è inevitabile. È possibile forzare il processo, ma è un peccato non usare le potenzialità che abbiamo. Il travaglio avviene in un corpo le cui fibre nervose trasmettono anche la percezione del dolore. Il dolore c’è perché ci sono contrazioni che schiacciano le cellule miometrali: c’è un bambino che preme sulle ossa del bacino e della schiena e il suo volume dovrà attraversare la vagina… La donna compie la cosa più forte della sua vita: diventa madre. Incontra il dolore, è stanca e sembra un’esperienza anacronistica in una cultura che ha fatto della sofferenza un tabù.
Noi confondiamo dolore fisiologico e patologico, dimenticandoci che quelli fisiologici fanno parte del processo e possono essere integrati e trasformarsi. Questo appiattire sulla patologia anche ciò che non lo è aumenta il dolore. Sembra che lo elimini, in realtà lo sposta. Magari riusciamo a mettere la sordina ai dolori del travaglio, ma coltiviamo altre cicatrici psicologiche ed emotive perché non si è fatto processare completamente questo passaggio. A volte mi chiedo se tra duecento anni si farà solo un travaglio simbolico perché quello fisico non sarà più accettato. Ma la vita esige che sia attraversato. Il corpo è attrezzato a farlo.
Tutta quella biochimica che si è affinata nei primi tre mesi si è specializzata per il parto. Le contrazioni del travaglio hanno una caratteristica interessantissima che le rende “umane”: sono intermittenti. Una contrazione sarà sempre seguita da una pausa. La pausa è sempre più lunga della contrazione. Alternanza di pieno e vuoto. E accadono determinate cose nell’uno e nell’altro. La contrazione spinge l’utero, ma la pausa gli permette di distendersi e di aprirsi. Ci sono sospensioni nel respiro. Sospensioni e pause sono gli interstizi di cui abbiamo bisogno per vivere. Anche per questo a mio avviso oggi viviamo male: siamo sempre saturi di azioni da compiere, mentre questo non succede in natura.
Come ostetrica devo favorire soprattutto la pausa perché le donne occidentali sono molto razionali, mentre il parto avviene al “fondo”, nelle viscere. Penso sia per questo che in altre culture, meno “mentali” della nostra, il parto è più semplice. Più si vuole controllare il parto, più sarà complesso. Più la donna riesce a “lasciarsi andare” più il parto sarà semplice. Bisogna creare contesti in cui la donna non si senta in imbarazzo o minacciata. Ma è molto difficile dal momento che il parto è stato trasferito nel luogo della malattia, delle regole, e del controllo, dove ci sono dottori a governarne il processo della nascita invece di altre donne. Il “contesto” è irrimediabilmente alterato, rendendo più difficile il parto.
Non dovrebbero esserci ospedali, ma case di nascita. Il contesto ospedaliero condiziona e altera molto gli ormoni che sono timidi e sensibili (come si vede nella sessualità: non è un caso che la coppia abbia bisogno di intimità). Molti parti sono purtroppo vissuti come vere e proprie violenze. Non penso sia esagerato sostenere che lavorare sulla nascita e sul bambino significa lavorare per una cultura di pace. Una società aggressiva e violenta produrrà nelle proprie donne condizionamenti pesantissimi non riconoscendo il valore della protezione della nascita.
Durante il travaglio la donna è dentro un processo obbligato in cui deve cercare di mantenere la maggiore armonia possibile, stando nella contrazione e nella pausa. Il dolore è anche una guida: quando si sta male si cercano strategie per risolvere la situazione.
La madre si trova in questo processo incalzante e faticoso che la porta davanti al suo limite estremo. Quando il bambino sta per nascere c’è una soglia in cui il corpo è così “aperto” da essere del tutto destrutturato. La donna si sente in qualcosa simile alla sospensione di un tuffo: è un’esperienza profondissima, intensa e poco descrivibile. Ogni donna la vive diversamente. Può farcela, anche se in quel momento non ne è sicura del tutto. È necessario che la donna trovi incoraggiamento, sostegno, magari silenzio. A volte essere e sostare nel buio, in silenzio. È lei che partorisce, non altri. Partorire è un’esperienza di solitudine che l’aiuterà. Anche per crescere un bambino dovrà essere forte, quindi è importante misurarsi con una difficoltà che, per quanto estrema, si è in grado di affrontare.
Tutte le donne possiedono dentro di sé la chimica per poter partorire. Una partoriente è molto forte, ma anche molto vulnerabile. In quel momento registra tutto, per esempio un panno bagnato che le infastidisce. La fatica di partorire aumenta gli ormoni dello stress il che le rende molto sensibili, piene di adrenalina. Il corpo produce molto più zucchero, molte più sostanze che vanno a sostenere il suo corpo. Quando, stanchissima, dovrà trovare le energie per le spinte definitive, produrrà degli ormoni che, pur se spossata, la renderanno attiva e capace di occuparsi del nuovo venuto.
Bisogna proteggere la donna. Bisogna portare avanti la cultura di un parto e di una nascita diversi, la società ha delle responsabilità. Il linguaggio offensivo degli operatori che stanno sulla scena della nascita dipende da questioni di potere e dalla volontà di infantilizzare la donna.
Una donna cresce nella sua maternità. Se capisce, sentendolo sul proprio corpo, che l’intervento è stato utile e necessario lo benedice, anche se si è trattato di un cesareo. Il sentire del corpo è la base di tutto. Il dramma dell’istituzione è che al contrario riduce tutto a un protocollo.
Il neonato
La donna sente il bambino passare, è soggetta a una potenza che travalica lei e lui. Il passaggio dalla vulva è molto forte. Al momento della nascita, lo “sguiscio” del corpo del bambino produce un senso di svuotamento e di liberazione enorme. La mamma è invasa da un cocktail ormonale di adrenalina, prolattina, endorfina, ossitocina perfetto per indurla a incontrare con lo sguardo il bambino, il quale è a sua volta inondato dallo stesso cocktail, presente nel suo sangue grazie al passaggio attivo tramite il cordone. Il bambino apre subito gli occhi – se non viene abbagliato dalla luce – si muove – la prima cosa che fa è stendere il collo e la testa perché sono stati premuti nella vagina – sbava per espellere liquidi amniotici e polmonari. Il bambino non andrebbe mai “aspirato” perché inizia a respirare da solo e una cannula non lo aiuta, anzi, rischia di renderlo incapace a ricevere il latte.
La mamma lo prende e lo avvicina al proprio corpo che è caldo: si suda a travagliare, è un lavoro. Il bambino ha bisogno di quegli umori corporei. Il corpo della mamma è più caldo, già in gravidanza la temperatura aumenta, nel travaglio ancora di più e il bambino si quieta sul corpo della mamma che ha ancora il fiatone, lo stesso che il bambino ha sentito finché era all’interno del suo corpo. Questo ritmo è anche stimolatore del respiro del nuovo nato. Il bambino fa il suo primo respiro e lo fa in grande sicurezza, vicino alla mamma e in virtù del doppio canale di sicurezza che la natura ha creato: i suoi polmoni + cordone e placenta. Il bambino nasce con il cordone attaccato, a sua volta collegato alla placenta, che esce in un secondo tempo, dopo il bambino. Tanto che l’uscita della placenta si chiama secondamento, secondo passaggio. Anche nei gemelli: prima i due bambini, poi le due placente. La placenta è ancora attaccata perché ha una funzione di supporto al passaggio. Riceve ancora sangue dal corpo della madre, lo trasporta al cordone, fornendo ossigeno e sostanze basiche al bambino che è in acidosi, oltre a zuccheri e altri nutrimenti. Il bambino sta usando i suoi polmoni e il polmone-placenta.
Per proteggere la nascita di un bambino è necessario, appena si può, restituirlo alla mamma, coprirlo – la temperatura esterna è più bassa – senza tagliare il cordone ombelicale e senza mettergli niente in bocca. Queste sono pratiche di salute. A volte il bambino respira dopo un minuto. Bisogna lasciargli il tempo che gli serve: il cordone è attaccato e questo gli concede il tempo di cui ha bisogno. Se no si va in ansia e la si trasmette. La donna l’assorbe. La nascita fa paura. Più ci si dimentica l’uso delle mani e dell’osservazione, più si necessita di kit e procedure disumanizzanti per far nascere i bambini.
Il bambino non andrebbe mai lavato dopo il parto. Lui ha già sviluppato l’olfatto e ha bisogno di tenere addosso il liquido amniotico e il sangue della mamma perché aiutano moltissimo il sistema immunitario. Il bambino nasce con il sistema immunitario immaturo: bisogna aiutarlo a maturarlo. Il latte – in particolare il primo latte – e il colostro sono ricchissimi di anticorpi, per questo è importante dargliene anche poche gocce e non interferire con disinfettanti inutili. Il sistema immunitario di un bambino si mette a punto in alcuni anni, ma il grosso si costituisce nei primi nove mesi. Nove mesi dentro la pancia, nove fuori. Quando a nove mesi il bambino comincia a gattonare e ad allontanarsi dal corpo della mamma significa che si è costruito un sistema immunitario sufficientemente forte.
Marshall Klaus, pediatra americano, è stato uno dei primi a suggerire di lasciare il bambino sul corpo della mamma. Ha compiuto osservazioni e misurazioni che hanno dimostrato come i corpi della mamma e del bambino, nel contatto pelle a pelle, vanno in omeostasi di temperatura. Le temperature si livellano. Il bambino nasce e ha freddo: stando addosso al corpo della mamma questo gli cede calore. Se il bambino è troppo caldo, accanto al corpo della mamma si rinfresca. Questa è una competenza biologica propria solo della madre: se il padre tiene sul suo corpo il bambino, le temperature non si livellano. Si mette a contatto il bambino con il corpo della madre perché si proteggano.
Se si lascia libero, il bambino ritrova i movimenti propulsivi della nascita e striscia verso il seno. Non è abituato a questa nuova condizione, quindi deve orientarsi e i suoi movimenti e i suoi sensi lo aiutano in questo. L’olfatto è il senso più sviluppato nel neonato che è attirato dall’odore del seno e dei capezzoli. La mamma gli interessa anche se è sudata: gli odori sono sensori-guida per lui che si avvicina al seno. Il bambino non è subito coordinato quindi si avvicina al seno, “snasa” per trovare il capezzolo e spesso lo cerca con la mano, lo pizzica e lo fa uscire. Quando il bambino fa questa prima suzione spontanea, difficilmente, se non subisce interferenze (effetto nocebo), avrà difficoltà ad attaccarsi al seno. Bocca e capezzolo sono due mucose che si incontrano.
Il puerperio
La donna ha un tempo lungo di riadattamento: circa 40 giorni dopo il parto. In questo periodo è necessario che abbia vicino le persone giuste perché assorbe come una spugna quello che le viene detto. È ancora più vulnerabile se si tratta del primo figlio. Bisognerebbe dire alle donne di immaginarsi già chi vorrebbero avere vicino dopo il parto.
Il processo del parto si elabora molto lentamente, anche in un anno, due, dieci…
Nel parto la donna vive anche una morte simbolica: soprattutto al primo parto la madre vive un cambio di ruolo e di status irreversibile e c’è un conflitto molto forte tra il corpo della madre e quello del bambino. Si tratta di una condizione in cui due soggetti, veri, fisici, che si compenetrano devono separarsi. Il passaggio della testa, quando è mezza dentro mezza fuori, si chiama “incoronamento”. In alcuni casi durante l’incoronamento si verifica una pausa. Un momento di bruciore che sancisce l’uscita dalla porta. Dobbiamo lasciare che i corpi agiscano i passaggi della vita. L’uomo o la donna che è venuta al mondo incontrerà continuamente passaggi come questo.
Dal momento che il parto è un processo così forte e intenso, la natura prevede che dopo di esso prevalga il piacere. Le endorfine che vanno di pari passo con l’ossitocina, sono in concentrazione alta nella madre, altissima nel bambino. La concentrazione ematica di endorfina nel neonato ha l’effetto di uno stupefacente: crea le condizioni perché il bambino non serbi ricordi eccessivamente dolorosi consentendogli di rialzare la testa e andare avanti e alla madre di fare un altro figlio. La gratificazione prevale: è comprovato che nella memoria di un individuo le cose difficili si ricordano, ma le cose belle prevalgono. Forse è una necessità per la vita.
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MATERIALI
L’istante della nascita
di Frédérick Leboyer
Questo istante della nascita, questo momento di fragilità estrema, come bisogna rispettarlo!!
Il bambino è tra due mondi. Su una soglia. Esita.
Non fategli fretta. Non spingetelo. Lasciatelo entrare.
Che momento! Che cosa strana! Questo esserino che non è più un feto e non ancora un neonato.
Non è più dentro la madre, l’ha lasciata. Eppure lei respira ancora per lui.
E’ l’istante analogo a quello in cui l’uccello corre con le ali spiegate e poi di colpo, appoggiato sull’aria, volerà.
Quando si è staccato da terra, quando ha decollato? Non si sa.
Come non si sa dire quando la marea che sale comincia a ridiscendere.
Un momento ineffabile, impalpabile, il momento della nascita, quello in cui il bambino lascia la madre?. (da Per una nascita senza violenza).
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Il parto: occasione per la trasmissione di valori
di Lorenzo Braibanti
Il parto rappresenta il momento di crisi e di transizione che nella donna, nel feto-neonato, nell’uomo determinerà cambiamenti sul piano biologico e su quello dell’identità personale e sociale. Il fatto “biologico” è anche, e immediatamente, un fatto “sociale” che produce cambiamenti psicologici importanti nei protagonisti e nel loro contesto ambientale.
Anche il parto rappresenta l’occasione per la trasmissione di valori elaborati socialmente. Il modo in cui la donna partorisce, i suoi interlocutori, la posizione del compagno, la qualità delle prime cure materne sono influenzati dal significato rituale del parto e dalle aspettative sul nuovo tipo di relazioni nella coppia, tra la coppia e il bambino, tra la famiglia e il contesto sociale allargato.
Nella nostra cultura l’attenuazione del valore rituale del parto si accompagna e in parte si spiega col fatto che la tecnica ostetrica ha imposto nuovi comportamenti e nuove prassi, ma in un certo senso anche questi nuovi “gesti” possono assumere la forma di un “cerimoniale” che trasmette, forse inconsapevolmente, nuovi valori, per esempio la marginalità della partecipazione umana rispetto all’intervento tecnico.
L’uomo in sala parto può avere allora grande importanza proprio perché rimette in primo piano l’elemento affettivo e umano che era stato escluso. Nella sala parto avvengono due fenomeni: una donna partorisce, un bambino nasce. Ma ve ne può essere anche un terzo: un uomo diventa padre.
La “nascita senza violenza” rappresenta un evento importante, in grado di caratterizzare l’esperienza della madre, del padre e dello stesso neonato, inserita in un percorso che deve essere considerato unitario e inscindibile. La sua efficacia nella promozione non solo del benessere immediato del bambino, ma anche del suo successivo sviluppo, è proprio correlata al tipo di legame che in questo percorso si stabilisce e si consolida tra i protagonisti diretti della nascita. (da Parto e nascita senza violenza)
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Il bambino come personalità a sé
di Maria Montessori
Il bambino come personalità a sé, diversa dall’adulto, non si era mai affacciato alla ribalta del mondo. Quasi tutta la morale e la filosofia della vita si orientarono sull’adulto e le questioni sociali per l’infanzia furono altrettanti rami dell’adultismo. Il bambino come personalità importante in se stessa, che ha bisogni diversi dall’adulto da soddisfare, per raggiungere le altissime finalità della vita, non fu mai considerato. Il bambino fu visto come un debole aiutato dall’adulto, mai come una personalità umana oppressa dall’adulto. Il bambino come uomo che lavora, come vittima che soffre […] è una figura ancora sconosciuta. Su di essa esiste una pagina bianca nella storia dell’umanità. È questa pagina bianca che noi vogliamo cominciare a riempire. (da Il bambino in famiglia)
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Il neonato è sensibilissimo
di Grazia Honegger Fresco
1. Il neonato è sensibilissimo, incompreso e trattato troppo bruscamente.
2. I suoi bisogni più profondi sono misconosciuti.
3. I primi giorni di vita sono i più importanti.
4. Enormi sono le differenze tra il mondo intrauterino e il nostro.
5. Aiutare dolcemente e delicatamente il neonato a un ambiente così diverso, significa alleviare la pena di affrontare la nuova vita.
6. il neonato ha bisogno di silenzio, di oscurità, di solitudine con la madre durante il primo giorno.
7. Riposo assoluto per la creatura sofferente e stanchissima durante il primo giorno.
8. Nessun movimento sarà mai abbastanza lento e delicato per lui.
9. Nessuna stoffa sarà mai abbastanza morbida per il suo corpo finora nudo.
10. Niente può sostituire il calore, la presenza, la chiaroveggenza della madre.
11. Il latte materno è alimento insostituibile. Esso crea comunione e comprensione tra madre e figlio.
12. La scoperta e l’osservazione dell’ambiente che il bambino è in grado di fare sono alimento psichico insostituibile.
13. Il bambino non piange solo perché ha fame o freddo; spesso i suoi pianti sono l’espressione di necessità psichiche cui bisogna rispondere.
14. La noia è il terreno su cui si sviluppa uno stato patologico (regressione di sviluppo).
15. Ai sensi che si svegliano occorre dare alimento progressivo e sempre rinnovato per nutrire i crescenti interessi. (da E si udì sulla Terra, ne “Gli Asini“, n. 12/13)
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La crisi e i bambini
L’incubo della povertà assoluta. Sono oltre 1 milione i minori che vivono in povertà assoluta, il 30% in più nel 2012, pari a 1 minore su 10, documenta “L’Italia SottoSopra” con l’aiuto anche di 50 mappe; 1 milione e 344 mila vivono in condizioni di disagio abitativo; 650.000 in comuni in default o sull’orlo del fallimento, e per la prima volta è di segno negativo la percentuale di bambini presi in carico dagli asili pubblici, scesa dello 0,5%. Il 22,2% di ragazzini è in sovrappeso e il 10,6% in condizioni di obesità: il cibo buono costa e le famiglie con figli hanno ridotto i consumi e gli acquisti (-138 euro in media al mese), anche alimentari; 1 bambino su 3 non può permettersi un apparecchio per i denti. 11 euro mensili il budget delle famiglie più disagiate con minori, per libri e scuola, una cifra 20 volte inferiore a quella del 10% delle famiglie più ricche; sui 24 paesi Ocse, Italia ultima per competenze linguistiche e matematiche nella popolazione 16-64 anni e per investimenti in istruzione: +0,5% a fronte di un aumento medio del 62% negli altri paesi europei (Ocse); sono 758.000 gli early school leavers e oltre 1 milione i giovani disoccupati.
Qual è la cura. “E la cura è, secondo Save the Children ma anche istituzioni autorevoli come la Banca d’Italia e l’Ocse – ha proseguito Neri – investire in formazione e scuola di qualità, laddove l’Italia è all’ultimo posto in Europa per competenze linguistiche e matematiche della sua popolazione. La recessione non è iniziata soltanto 5 anni fa in conseguenza della crisi dei mutui subprime o degli attacchi speculativi all’euro, ma affonda le sue radici nella crisi del capitale umano, determinata dal mancato investimento, a tutti livelli, sui beni più preziosi di cui disponiamo: i bambini, la loro formazione e conoscenza. Sotto questo aspetto, l’Atlante non offre solo una mappa di ciò che non va, ma mostra bene in controluce ciò che si può e si deve fare per rimettere a posto le cose”.
L’ascesa della povertà infantile. Dal 2007 al 2012 i minori in povertà assoluta sono più che raddoppiati, passando da meno di 500 mila a più di un milione. Solo nel 2012, il loro numero è cresciuto del 30% rispetto all’anno precedente, con un vero e proprio boom al Nord (+ 166 mila minori, per un incremento del 43% rispetto al 2011) e al Centro (+41%). Il Sud già fortemente impoverito ha conosciuto un aumento relativamente più contenuto (+20%) e raggiunto la quota stratosferica di mezzo milione di minori nella trappola della povertà.
Ma chi sono i bambini che non hanno il necessario per una vita dignitosa? Sono i figli di genitori disoccupati (+8,5% il tasso di povertà assoluta nelle famiglie senza occupati), oppure monoreddito ( +3,1% l’escalation della povertà), o ancora bambini i cui genitori hanno un livello d’istruzione basso. Fra i nuclei familiari con capo-famiglia privo di titolo di studio, l’incidenza della povertà assoluta è stata del 3,1%.
Il nesso stretto tra povertà economica ed educazione. “Tra povertà economica e povertà educativa c’è una stretta relazione e l’una alimenta l’altra in un circolo perverso”, sottolinea Raffaela Milano, Direttore Programmi Italia-Europa Save the Children Italia. “Se si comparano i consumi di una famiglia in povertà con una benestante, si rileva che, nella prima, le spese per il pane e il cibo assorbono quasi il 35% del reddito mensile a fronte dell’11% circa di una famiglia più agiata. Così, i meno abbienti cercano di risparmiare dove possono e finisce che all’istruzione – libri scolastici, lezioni private, rette – possano destinare appena 11 euro al mese e 24 alla cultura, tempo libero e gioco a fronte dei 360 euro delle famiglie più abbienti. Questo deficit di spesa educativa delle famiglie in povertà non è compensato da investimenti pubblici su welfare ed educazione, con il risultato che i bambini più poveri vivono una gravissima contrazione delle opportunità educative indispensabili per la loro crescita”. (continua qui)
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LA SETTIMANA SCOLASTICA
Quando il ministero parla, la scuola teme
Finalmente anche la ministra Carrozza rilascia la dichiarazione più impegnativa da quando ha assunto il ministero, dopo quella di adeguare le spese italiane per l’istruzione alla media europea: la ministra annuncia una riforma
«complessiva su istruzione, università e ricerca, una riforma che non significhi qualche norma sparpagliata dentro decreti vari o emendamenti alla legge di stabilità».
Anche il governo Letta, al momento di presentarsi per il voto di fiducia, ha fatto cenno nel suo programma alla scuola, parlando dell’intenzione di realizzare: licei quadriennali, nuove regole per reclutamento e carriera, potenziamento della scuola infanzia, una costituente della scuola entro giugno.
Ogni volta che i politici annunciano provvedimenti, la scuola comincia a temere.
A volte si tratta di interventi tendenti a ridurre i margini della democrazia scolastica, come la legge delega che dovrebbe riformare gli Organi Collegiali, che dopo essere stata ritirata come collegato alla Legge di Stabilità rispunta all’interno del “decreto semplificazioni“: la manovra è stata denunciata prima da Orizzonte Scuola e da Marina Boscaino, poi anche dalla Flc Cgil e da Tecnica della Scuola.
A volte si tratta di tagli di insegnanti, insegnamenti, di ore di lezione, o di anni di lezione. Non si è finito di piangere i tagli della Gelmini, che la ministra dà il via a una sperimentazione di 6 scuole finalizzata al taglio di un anno di scuola: il pretesto è l’adeguamento ai modelli europei, la realtà è che esso comporterebbe un risparmio di 3 miliardi di euro e un taglio degli organici di almeno 80 mila cattedre. La Flc Cgil ha chiesto un incontro urgente alla ministra, a cui chiede l’immediata interruzione della sperimentazione e l’apertura di una fase di ascolto che coinvolga il mondo della scuola e le sue rappresentanze sindacali, professionali e studentesche.
A volte si tratta del blocco del contratto e degli scatti stipendiali, come viene fatto con la Legge di Stabilità. A questo proposito segnaliamo che il Movimento 5 Stelle ha presentato un emendamento che chiede l’esclusione del personale della scuola dal blocco degli incrementi contrattuali. La copertura per le risorse, dicono dal M5S, già esiste e consiste nei fondi dei tagli del 2008.
Ci sono anche i tagli ai fondi per la gestione ordinaria delle scuole, come i tagli al Fondo d’Istituto, decurtato per pagare gli scatti per l’anno 2012. E il cui ammontare comunque è comunicato sempre in ritardo, in modo da impedire alle scuole di predisporre il Piano Annuale entro la data prevista del 15 dicembre.
E tagli sono annunciati al sostegno. Il piano del commissario Cottarelli per tagliare la spesa prevede anche una riduzione dell’organico dei docenti di sostegno da affiancare agli alunni diversamente abili. Il decreto del governo della scorsa estate però, prevedeva esattamente il contrario. Il ministero dice che non era stato informato:
“Nessuno ci ha chiamato, non è certo una nostra idea. Per noi resta valido quanto detto negli scorsi mesi e stabilito nell’ultimo decreto legge sulla scuola: ovvero esattamente l’opposto”.
Il Movimento 5 Stelle, in un comunicato afferma:
“Abbiamo la spiacevole sensazione di trovarci di fronte a un bieco gioco delle parti, consumato sulla pelle del sistema di istruzione. Da un lato trapelano notizie sui tagli che potrebbero essere realizzati attraverso la spending review dal commissario Cottarelli, dal’altra il Miur afferma di non sapere nulla a tal proposito, e scarica il barile“.
Intanto non esiste crisi per le spese militari, che aumentano ancora proprio con la Legge di Stabilità.
Il ministero: quanti guai in tribunale
Sono frequenti le condanne del ministero per i tagli effettuati dal Miur spesso in violazione delle normative vigenti.
Ad esempio con sentenza numero 3527/2013 (presidente Evasio Speranza, estensore Pierina Biancofiore) il Tar del Lazio, sezione III bis, ha accolto il ricorso dello SNALS-Confsal, annullando i provvedimenti che riducevano l’orario complessivo annuale delle classi seconde, terze e quarte degli istituti tecnici e professionali. Sarà vedere cosa farà il ministero per rispettare questa decisione: le sentenze si rispettano, si suole dire in questo periodo.
Per l’abuso dei contratti a tempo determinato, in violazione della normativa comunitaria,l’Italia rischia 10 milioni di multa dall’Unione Europea. L’Europa ha infatti aperto la procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per gli anni 2010-2012. E dall’Europa i docenti precari attendono tra luglio e settembre 2014 una sentenza storica che probabilmente costringerà il Governo ad assumere, dei provvedimenti straordinari per i docenti precari della scuola: 130.000 i docenti interessati.
La Corte d’Appello di Torino dà piena ragione all’ANIEF e respinge senza riserve l’appello proposto dal MIUR che continua con ostinazione ad opporsi alla corretta attribuzione degli scatti di anzianità ai docenti precari. Per la Corte anche i precari hanno diritto agli scatti di anzianità.
A cosa servono i test? Per intanto fanno discutere
Continua la discussione sui dati Ocse Pisa, su cui tra gli altri interviene Benedetto Vertecchi, che muove alle prove standardizzate una critica radicale:
Siamo di fronte a un’idea di educazione volta a conseguire obiettivi di utilità in tempi brevi, avendo in mente un’idea di competenza che non comprende, e anzi esclude perché in contrasto con l’economia globalizzata, la cultura come espressione di ciò che è specifico nelle condizioni di esistenza degli individui e dei popoli. Si direbbe che la competenza cui si aspira coincida con ciò che al momento è richiesto dai sistemi produttivi.
Sulla scelta del Ministro Carrozza di nominare una “commissione di saggi” per la scelta dei criteri per la successione alla presidenza dell’Invalsi, dopo le dimissioni di Paolo Sestito, è ormai scontro aperto.
Comincia Andrea Ichino, assertore di valutazione dappertutto:
“È lecito immaginare che un comitato con queste posizioni sceglierà un presidente che cambierà radicalmente la faccia dell’Invalsi e porrà fine alle misurazioni standardizzate introdotte negli anni recenti, per passare ad altre forme di valutazione delle scuole sulle quali fino a ora si sono sentite solo idee molto vaghe e confuse. Questa decisione lascia perplessi.”
Andrea Gavosto, dalle pagine del Sole24ore lamenta
“la recente decisione del ministro di affidare l’indicazione della persona più adatta a presiedere l’Invalsi a una commissione di saggi, la maggioranza dei quali è scettica, se non sfavorevole alla valutazione esterna e alle prove standardizzate, è un segnale di arretramento che non può non preoccupare.“
Mentre i “saggi” del comitato respingono l’accusa di una sorta di “complotto” contro la valutazione, Roger Abravanel esprime il timore che si voglia “buttare a mare” l’Invalsi ed esalta i “tagli” della Gelmini grazie ai quali, sostiene, l’Italia è leggermente migliorata ai test Ocse Pisa; rispunta anche, in un articolo di Stefano Bianco, una interpretazione “fortissima” dell’Invalsi come uno strumento per differenziare le retribuzioni degli insegnanti e forse anche per licenziarli:
Serve che i risultati dei test Invalsi non siano solo statistiche sulla situazione degli studenti italiani, cosa meritoria ma di per sé poco fruttifera. Al contrario, i risultati devono diventare e dar luogo a decisioni su molti fronti, solo così renderemo utile il lavoro di valutazione. Per questo gli esiti devono incidere sulla valutazione degli insegnanti e sulle loro retribuzioni. Sulla possibilità di mobilità degli stessi.
Da parte sua la ministra rassicura, confermando la ferma intenzione di
«lavorare con il coinvolgimento di tutti, della scuola e della società, per il potenziamento del sistema di valutazione. Io non credo in un governo top-down, che “impone”: dunque nessun sistema imposto dall’alto ma linee condivise».
A proposito di condivisione, sarebbe ora, come scrive Marina Boscaino, di dire:
“Anche sui tes Invalsi, la parola ai docenti“.
Le novità in politica
Il PD ha un nuovo segretario, Matteo Renzi: anche per lui l’istruzione è «valore primario per il paese», bisognerà vedere se adesso lo diventerà davvero nell’agenda del governo sul fronte della scuola.
Per intanto ricordiamo che il suo programma sulla scuola comprendeva la valutazione degli istituti sul modello della scuola britannica (che lega i finanziamenti al rendimento); incentivi ai dirigenti scolastici basati sulle performance delle strutture; revisione complessiva della selezione dei docenti «basata sulle competenze specifiche e sull’effettiva capacità di insegnare», valutazione dei prof e premi ai migliori, sulla scorta del progetto «Valorizza»…
Segnaliamo il commento di Marina Boscaino:
Riuscite a pensare a qualcosa di più catastroficamente e pericolosamente raffazzonato, che tenga dentro tutti, ma proprio tutti, i must della presunta modernità e del più violento pensiero neoliberista sulla scuola?…
Sul fronte politico segnaliamo che i portavoce di Camera e Senato in Commissione Cultura e Istruzione del M5S comunicano la decisione di istituire un tavolo di confronto in materia di reclutamento e abilitazione in ambito scolastico al fine di pervenire a una proposta concreta da sottoporre al Governo. I partecipanti possono rappresentare sindacati, associazioni, gruppi che a qualunque titolo vogliono confrontarsi proficuamente su proposte relative agli argomenti del tavolo. Le richieste di partecipazione devono pervenire entro il 15 gennaio 2014.
Due dibattiti su insegnamento/apprendimento
Giovanni Scancanello introduce il resoconto sui test Ocse Pisa con una constatazione:
Dietro al recupero italiano c’è un mezzo miracolo compiuto tutto da persone: docenti e studenti.
E le persone vengono in primo piano in due articoli di Alessandro D’Avenia, che prende lo spunto da una lettera ricevuta da uno studente:
Mi dica, le piace essere un professore? Pensa che abbia ancora un valore, per un professore, essere tale?…
Sì è vero, non mi va di studiare un argomento che non mi appassiona. Ma non dovrebbe essere proprio quello, il ruolo del professore? Far amare la cultura? Far amare lo studio?
A cui lo stesso D’Avenia risponde, in un successivo articolo:
Posso essere il più esperto della materia, ma se non amo più comunicarla, non amo più le persone a cui devo comunicarla, non amo più le persone con cui devo comunicarla, non passa niente di quello che conosco. Il sistema scuola è costituito da relazioni: con gli altri docenti, con i ragazzi, con i genitori.
Le persone chiamate in causa anche in altro dibattito, sull’apprendimento, che è stato innescato da uno studio inglese, secondo cui
i geni pesano fino al 58% sui risultati scolastici, specie sulle materie scientifiche; famiglia, quartiere, condizioni socioeconomiche e scuola frequentata incidono per il 29%.
Interviene tra gli altri Marco Lodoli a contestare questo darwinismo sociale:
I valori di partenza sono soltanto talenti da sviluppare con l’applicazione e l’impegno, c’è chi li sfrutta e chi li seppellisce sotto metri di vuota supponenza.
Intanto
Ancora bloccata la questione dei docenti di Quota 96. Molte scuole non hanno i fondi per pagare gli stipendi di novembre e dicembre 2013 ai docenti supplenti. Qualche scuola ricorre al sorteggio. Né ci sono fondi per pagare i commissari del concorso a cattedra.
Aumentano gli abbandoni scolastici. Come ci comunica il 4° Atlante dell’Infanzia (a rischio) in Italia di Save the Children, aumenta la povertà di famiglie ed enti locali e la scuola “fa più fatica ad attrarre e trattenere gli studenti più disagiati, impedendone la dispersione e il rafforzamento delle competenze“. Solo un diplomato su tre si iscrive all’università.
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RISORSE IN RETE
Le puntate precedenti di vivalascuola qui.
Per il nuovo anno scolastico
Un fascicolo della Flc Cgil su organici, dimensionamento, nuovo codice di comportamento e altre materie.
Indicazioni utili di Orizzonte Scuola su contratti, assunzioni, calendari.
Su ForumScuole una pagina dedicata al DL n. 104/2013 L’istruzione riparte.
Da TuttoScuola Sei idee per rilanciare la scuola qui.
Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.
Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.
Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.
Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.
Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.
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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.
Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.
Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.
Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Edscuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola…
Spazi in rete sulla scuola qui.
(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

Non ho potuto fare un parto naturale perché la placenta era troppo vicina al collo dell’utero (placenta previa) e al 99% non avrò altri figli. Ho trovato questo racconto emozionante e meraviglioso.
Grazie!
Grazie a te, Alessandra! Davvero un racconto emozionante, che unisce precisione scientifica e stupore per l’evento della nascita. Buon proseguimento di vacanze!
io purtroppo non ho vissuto questi momenti.la lettura è stata emozionante e l’umanità e la professionalità della persona che scrive sono fantastiche.Grazie da una educatrice dell’infanzia prossima alla pensione.