Tortorici

boubat tortorici

di Stefanie Golisch

per Johanna Becker (? – 1950)

Qui è mezzanotte.
Mentre cambiava la fasciatura ad un moncone di gamba, dopo averlo pulito e disinfettato, le era balenata questa frase che, seguendo un impulso interiore, aveva prontamente annotato su un foglietto che teneva con sé, come se vi albergasse una forza misteriosa.
Qui è mezzanotte.
Nemmeno lei si sapeva spiegare da dove le fosse giunta questa frase e come mai le avesse attribuito una tale importanza, tanto più che si considerava quella che si definisce una ragazza pratica, non certo una sognatrice, bensì una che non si perdeva d’animo nelle situazioni difficili, ma sapeva tirarsi su le maniche, sebbene nessuno glielo avesse mai insegnato.
Della cerchia delle sue amiche era stata l’unica a proporsi come volontaria nell’ospedale militare, anche contro l’esplicita volontà della madre, donna elegante che sperperava tutte le sue energie nello sforzo di mantenere in piedi, ad ogni costo, lo stile di vita borghese della propria famiglia, nonostante le condizioni di vita diventassero di giorno in giorno sempre più difficili. Perfino quando già non c’era più niente da comprare, tranne il pane della tessera, impastato di farina e segatura, insisteva imperterrita nell’apparecchiare la tavola anche nei giorni feriali con le posate d’argento, sempre tirate a lucido. Pur se a lume di candela, si consumava la cena, che consisteva in sottili fette di pane spalmate di margarina, su piatti di porcellana di Meissen, come si trattasse di prelibate bistecche di filetto.
Mantenere il decoro, non farsi abbattere per nessun motivo, per quanto la situazione si facesse ogni giorno più avversa, era questo l’insegnamento che aveva inculcato nella sua unica figlia, sin da piccola, diventandone addirittura esempio vivente.
Si può essere defraudati di tutto, ma non della propria dignità. E nel momento in cui questa fosse costretta a piegarsi per le troppe piaghe inflittele, sarebbe veramente la fine. Curava personalmente che non si arrivasse mai a un tale punto, facendo in modo che, anche in quella incresciosa condizione, gli orari dei pasti fossero irrevocabili, l’abbigliamento adeguato e l’autodisciplina ferrea. A nessun prezzo avrebbe perso la faccia di fronte al mondo; a questo principio aveva conformato la propria vita ed ora le appariva quindi più che giusto che gli altri intorno si comportassero di conseguenza. Non si trattava di amore, ma di rispetto, non di soddisfare dei desideri, quanto piuttosto di adempiere un dovere. Essere inappuntabili di fronte a sé e agli sguardi sospettosi del mondo.
Su questi principi Johanna era diventata grande e, se non fosse stato per la guerra e il gigantesco disordine che ne derivava e che scuoteva dalle fondamenta il mondo gerarchicamente strutturato della madre, sarebbe diventata effettivamente quella bella persona che si voleva fare di lei. Senza elaborare il pensiero, né tanto meno esprimerlo in parole, si accorse che quelle condizioni caotiche scatenavano in lei un tumulto interiore di una tale intensità da confonderla e al tempo stesso eccitarla, ma che lei si sforzava di tenere nascosto agli altri.
Se non ci fossero stati i severi insegnamenti della madre, quell’occhio vigile che la controllava continuamente, non ci avrebbe pensato troppo ad uscire e a vagare per strada senza meta, sospinta da nessun altro desiderio se non quello di scoprire la verità sulla vita come era davvero e come era riuscita ad osservarla solo di tanto in tanto dalla finestra. Da qui con la coda dell’occhio coglieva colonne di uomini, figure cenciose e disperate che spingevano carrozzine e tiravano carretti riempiti delle loro povere cose. Erano quelli che avevano perso la casa sotto i bombardamenti, diceva suo padre, non tralasciando mai di aggiungere che in futuro anche a loro sarebbe toccata la stessa sorte. Al ché la moglie lo interrompeva immediatamente, esclamando: smettila!
Di fronte ad una situazione così incomprensibile, a quale dei due genitori, così diversi tra loro e la cui autorità si era da tempo ridotta ad imitazione, avrebbe dovuto credere? Al padre, sul cui volto la rassegnazione, l’amarezza e forse persino un leggero velo di delusione per la mancanza di coraggio avevano inciso profonde rughe, oppure alla madre, i cui lineamenti divenivano sempre più grotteschi, mano a mano che la sua presunzione si sentiva messa alle strette? Avrebbe voluto parlare una volta con loro, ma dentro di sé sapeva che nessuno dei due aveva fiducia nell’altro e allora, nonostante la sua crescente disponibilità di continuare a svolgere il ruolo di figlia secondo le regole che le erano state assegnate, non arrivò mai ad un aperto confronto.
E diciamoci la verità, almeno una volta.
Avrebbe voluto pronunciare questa semplice frase almeno una volta, anche se sapeva troppo bene che nella sua cerchia non era tanto importante la sincerità, quanto la capacità di mettersi sempre in buona luce. Volutamente si tenevano celati i sentimenti veri non solo al prossimo ma prima di tutto a se stessi. Non è che non si provassero, ma si mostravano soltanto quelli consentiti. E talvolta anche questi non emergevano in modo aperto e spontaneo ma li si trasformava in un qualche rituale, come il bacio della buona notte dato sfiorando leggermente la fronte, quasi a depurarlo accuratamente da ogni traccia di passione.
Questo era il suo mondo, l’unico che aveva conosciuto nel corso dei suoi vent’anni di vita. Quasi mai si alzava la voce nelle stanze dai soffitti alti dello spazioso appartamento, arredato dai genitori con gusto eccellente, i rapporti reciproci erano improntati alla gentilezza e al riguardo; una brava cameriera era addetta a tenere fuori la polvere, la sporcizia e il disordine della strada. Per i lati oscuri, quelle parti imponderabili che rifiutavano con testardaggine di essere addomesticate restavano solo le lezioni di pianoforte. Era proprio il repertorio romantico con le sue smisurate esagerazioni quello che la madre adorava; soltanto a Schumann e Chopin era concesso ciò che lei insistentemente negava a se stessa e alla famiglia: lasciarsi andare ai sentimenti senza opporre resistenza.
Eppure fuori, proprio davanti al portone di casa, regnava questo spaventoso disordine, questo esercito di straccioni, per i quali, pur con la migliore volontà non si riusciva a provare compassione. Per potersi meglio difendere dalla loro vista e dalla inevitabile domanda che ne sarebbe conseguita, e cioè come si fosse potuto arrivare a tanto, la madre liquidava la questione sbrigativamente. Questi individui erano incorreggibili nazisti che il destino guidava verso una giusta punizione e, nello stesso istante in cui diceva questo, ribadiva di non essere mai stata seguace di Adolf Hitler, quel proletario per eccellenza. Il padre, per proteggere il fragile sistema nervoso dell’ansiosa moglie e forse, in fin dei conti, per non provocare una sua reazione contro di lui, taceva di fronte a tali e tante insinuazioni e auto mistificazioni e si immergeva nel suo Schiller, che venerava come un dio. Le sue massime universali e i suoi aforismi gli fornivano appoggio e orientamento in un mondo che era completamente uscito dai binari. In Schiller – questa l’eredità paterna – si trovavano risposte a ogni domanda; per quanto il mondo là fuori andasse storto, in Schiller ci si poteva rifugiare con assoluta sicurezza. Ciò che egli all’epoca era riuscito a formulare in modo definitivo si rivolgeva all’umanità intera ed era perciò un tesoro per l’eternità.
Certezze, cui i genitori si aggrappavano con ferrea convinzione ma che lei era sempre meno disposta a credere possibili. Considerando che la facciata di borghese serietà andava via via sfaldandosi, senza tuttavia trovare il coraggio di protestare apertamente e senza nemmeno rifletterci, si era ritirata nei suoi spazi interiori, dove tutte quelle domande che non trovavano risposta e che madre e padre avevano per tutta la vita felicemente evitato, sonnecchiavano. Era sola, incapace di trovare un punto di riferimento o una fede, spaventata a morte e al tempo stesso piena di curiosità, impaziente di vivere una vita oltre la soglia di casa, al di là di quello che i genitori erano disposti a consentirle.
Nell’autunno del 1944 l’ospedale militare cercava aiuto infermiere tra le giovani donne; lei aveva appena compiuto 21 anni. Oramai più volte al giorno c’erano attacchi aerei. La casa in cui vivevano era ancora intatta e tutte le mattine la madre, mentre la cameriera tirava a lucido il parquet con un accanimento che non aveva nulla da invidiare a quello della sua padrona, strimpellava una sonata del repertorio classico. Ancora si pranzava con le posate d’argento, ancora si viveva in un mondo civilizzato.
Sapevano i genitori che lo zenit era stato oltrepassato? Oppure facevano finta con se stessi e reciprocamente di non saperlo?
Un pomeriggio, la madre era uscita, interruppe per la prima volta nella sua vita l’obbligatoria esercitazione al pianoforte e, senza avere chiesto preventivamente il permesso, si recò nel luogo indicato, a dare il proprio nome da inserire nella lista. Fu invitata a presentarsi il giorno successivo nell’ospedale allestito fuori città in una scuola dismessa.
Era facile prevedere la reazione dei genitori e quindi quella sera non accadde nulla di veramente sorprendente, ma fu la prima volta che lei si presentò loro come individuo autonomo.
La mattina successiva si alzò presto per andare alla stazione, dove, sui binari gremiti da una folla disperata, attese paziente l’arrivo del treno. Si mise a chiacchierare con degli estranei che le offrirono spontaneamente un sorso di surrogato di caffè da un termos. Come se d’improvviso le si fosse sciolto un nodo in gola, sentì crescere dentro di sé, nella soleggiata mattina d’ottobre, un’energia vitale fino allora soffocata, che la disorientò perché era in contrasto con quella diffusa insicurezza che si faceva sempre più insopportabile durante quegli ultimi mesi di guerra, soprattutto quando era nel rifugio e in coda per la spesa.
Lo stesso giorno le fu data la divisa e assegnato il compito. Non la spaventò né il tono brusco che regnava nell’ospedale, cui non era abituata, e neppure il modo sgarbato con cui si trattavano le aiuto infermiere.
Era come se si fosse risvegliata. Avvertiva che quella strana rigidità che aveva paralizzato tutte le sue energie cominciava lentamente a scemare.
Senza sforzo comprese cosa si volesse da lei e cercò di svolgere le nuove mansioni secondo scienza e coscienza. Si stupì con se stessa di non provare repulsione. Senza battere ciglio vuotava padelle puzzolenti e fasciava ferite purulente. Si abituò anche alla vista di membra amputate, che penzolavano estranee dai corpi inermi dei suoi pazienti, giovanotti ai quali la guerra aveva stroncato ogni futuro progetto e distrutto irrevocabilmente l’integrità. E si abituò, fu questa la cosa più difficile, all’espressione sui loro volti, una strana mescolanza di incredulità e ingenua speranza in un miracolo che avrebbe fatto tornare tutto a posto. Ci volle del tempo, lo imparò in fretta, perché questi uomini riuscissero a vedersi come effettivamente erano e come gli altri li vedevano: storpi.
Sorridere guardando uno di quei volti era dura, ma non impossibile.
Una volta, in occasione di una breve visita ai genitori, cercò di parlare con la madre di tutta quell’infelicità quasi inconsolabile in cui si era imbattuta, ma ella le tolse prontamente la parola di bocca e cambiò discorso. In quel mondo ben ordinato, che nella sua immaginazione si manteneva intatto, non erano previsti diciassettenni, ai quali per salvare la vita avevano dovuto amputare ambedue le gambe. Simili incidenti erano di certo spiacevoli, pur tuttavia assolutamente indigesti, cosa per cui, secondo lei, era più che giustificato calarvi sopra un manto di silenzio.
In realtà erano altre le domande che la assillavano.
Come aveva potuto la figlia intestardirsi in quel modo? Come era stato possibile che dimenticasse del tutto la buona educazione ricevuta? Quella giovane che le sedeva innanzi e parlava di cose che un uomo normale, pur con tutta la buona volontà, non avrebbe voluto conoscere, era, o così sembrava esserle diventata all’improvviso, un’estranea.
Era la medesima sensazione di disagio che anche la figlia avvertiva, non appena varcava la soglia di casa, durante le rare e brevi visite ai genitori e che le rendeva sempre più faticoso mantenere la forma e non mettersi in aperto contrasto con la madre.
Questa non era più la sua vita, la sua mentalità. Non lo era mai stata. Nessuno sforzo di volontà avrebbe potuto distoglierla dai corpi mutilati, che la perseguitavano fino nei sogni, e riportarla dentro l’accogliente salotto della madre.
Eppure riconoscere questo non le dava amarezza, poiché, mano a mano che si congedava dalla propria origine privilegiata, svaniva in lei il senso di estraneità che, per quanto ricordasse, aveva provato nella casa dei genitori. E pur non augurando loro niente di male, avrebbe preferito che si dileguassero alla chetichella dalla sua vita. Nel vortice del generale disastro, in cui, suo malgrado, era capitata, nel bel mezzo di un’ inimmaginabile sofferenza fisica e psichica, cui si aggiungeva il terrore per un futuro ancora più sinistro, aveva scoperto la fiducia. Si era impossessata di lei una misteriosa serenità interiore, che né le urla dei feriti, né gli sguardi gelidi delle caposala sarebbero riusciti a scalfire.
Questo inferno non sarebbe durato in eterno, anzi proprio da qui sarebbe cresciuta una nuova vita. Quanto meno riusciva a spiegarsi l’origine di tale certezza, tanto più crescevano in lei le energie che questa alimentava e che le permettevano di guardare con un sorriso i volti deturpati dei soldati.
Contrariamente a quella regola suprema che le caposala avevano intimato alle giovani aiuto infermiere, tutti i pazienti non erano certo uguali, bensì più o meno amabili, esattamente come gli uomini che vivevano la loro vita fuori dell’ospedale. Perché mai avrebbe dovuto difendersi dal provare simpatia per qualcuno in particolare? Comprese rapidamente che quei poveri soldati non avrebbero potuto evitare di innamorarsi e dunque non si sentiva a disagio quando qualcuno le prendeva la mano e la baciava, la sognava o le scriveva poesie. Ciò non le dispiaceva e nemmeno la imbarazzava, al contrario le dava sollievo sapere che gli esseri umani anche in una situazione senza via d’uscita erano pronti all’amore.
Ciò che la freddezza interiore, innata o indotta, dei propri genitori aveva impedito, le veniva offerto spontaneamente e senza diffidenza da questi giovanotti sconosciuti: la sensazione di essere amata e accettata per quello che era. E benché non fosse innamorata di nessuno di loro, si sentiva, in quella minacciosa prossimità alla morte che costituiva la sua quotidianità, pervasa del suo contrario: di vita, di speranza e fiducia.
Quando un mercoledì mattina, una giornata come le altre del calendario, arrivò in ospedale un nuovo paziente, un prigioniero di guerra italiano che non sapeva neanche una parola di tedesco, avvertì dentro di sé una tale spinta alla dedizione che bastò un solo sguardo per lasciar erompere con forza incontrollabile tutto quello che la implacabile educazione della madre aveva cercato di estirparle.
Era ciò che attendeva da tempo e di cui avvertiva, impotente, la mancanza.
Era l’amore, di fronte a cui tutta la vuota logica della realtà di colpo non valeva più niente.
Miracolo della guerra, enigma del suo inafferrabile corso che aveva condotto i due ad incontrarsi proprio in quel luogo. Cosa importava che la casa dei suoi genitori fosse stata bombardata e che questi si fossero dovuti rifugiare in campagna, da certi parenti alla lontana e che sua madre non potesse più suonare il piano e suo padre, così le scriveva con una retorica trita e ritrita, cui si riduceva tutta la sua abilità espressiva, fosse ormai un uomo distrutto? Cosa le importava delle urla di dolore dei pazienti in cancrena, degli sguardi di collera delle caposala, della malcelata invidia delle altre ragazze di fronte al fatto che era proprio lei ad aver conquistato il cuore di questo bell’uomo, all’apparenza tutto intero?
Non aveva più alcun dubbio: il suo amore era l’unico senso di questa insensata guerra; per l’unica ragione di farli incontrare il mondo intorno era in fiamme. Loro due, il soldato italiano con i polmoni perforati e la giovane aiuto infermiera dalle maniere ineccepibili erano il fine ultimo della storia del mondo, l’amen dell’universo.
Niente altro contava più se non la voglia di prendersi tutta la felicità, a qualsiasi prezzo. A colpo sicuro era giunto a lei, o lei a lui, era accaduto l’ineluttabile, il destino li aveva sfiorati ed ora toccava loro mostrarsi degni di un tale dono.
Erano stati i suoi occhi, venuti da così lontano, con quello sguardo insondabile, il colorito scuro, i capelli folti e neri, e la voce, che le parlava in una lingua a lei incomprensibile. Senza un solo attimo di esitazione quest’uomo, di cui non conosceva altro che il nome, le aveva conquistato il cuore. Forse era stato lui a rispondere ai suoi sguardi o forse era stato un incontro all’unisono di occhi affamati, una reciproca, prepotente fame, che in pochi giorni era cresciuta sino a divenire passione e dedizione al tempo stesso e che entrambi non volevano in alcun modo governare.
Come avesse fatto a procurarsi in brevissimo tempo un manuale per imparare l’italiano, rimase un mistero. Una sera si presentò con il libro in mano, nella ferma intenzione di comunicare con lui nella sua lingua. Fino allora sapeva solo che lui veniva dalla Sicilia, parola che immediatamente aveva scatenato in lei semplici associazioni di ogni genere, soprattutto di sole e mare, di piante e alberi esotici, una schiera pressoché infinita di sensazioni che in quell’ultimo inverno di guerra affollavano i suoi sogni come fiori rari. La leggendaria isola e il giovane ferito, affidato alle sue cure, vi si coagulavano in un’unica protesta contro la gigantesca macchina di distruzione che in quei mesi sferragliava incessante verso la propria disfatta. All’inizio a mezza bocca, poi sempre più fuori dai denti, si diceva che la guerra fosse ormai persa. Non sarebbe andata avanti ancora per molto.
E proprio in previsione di quel momento voleva essere pronta.
La Sicilia.
Cosa la tratteneva ancora qui? L’avrebbe seguito e al suo fianco la vita sarebbe finalmente cominciata. Una vita senza corpi mutilati e violati a tormentarle il sonno. Una vita nuova, raggiante, leggera come una piuma e inondata di sole, spensierata.
Mentre si figurava un futuro luminoso e colorato insieme a lui, non solo trovava la forza per sbrigare il lavoro quotidiano ma era anche in grado di darla agli altri, che di questa forza avevano bisogno per vivere. Nonostante fosse ogni giorno più difficile trovare i mezzi per la sopravvivenza, proprio in quei mesi lei addirittura rifiorì e non si faceva fatica a riconoscere in lei l’immagine eterna della donna innamorata.
Quella sera, quando gli si era presentata per la prima volta con la grammatica italiana in mano, si era dovuta rendere conto che lui non sapeva né leggere né scrivere. Gaetano, quell’uomo che lei amava tanto da essere pronta a lasciare dietro le spalle la vita fatta fino ad allora, era analfabeta.
Da principio rimase sconvolta, ma se ne vergognò subito dopo e si diede da fare ambiziosamente per insegnargli a leggere e scrivere. Da sola si immerse nello studio dell’italiano, ansiosa di conoscere a fondo quell’uomo che era diventato ormai padrone della sua vita.
Sera dopo sera studiavano insieme e la comunanza degli sforzi fece spiccare il volo alla passione. Dalle prime frasi che infine riuscirono a scambiarsi ebbero la conferma di essere fatti l’uno per l’altra. Insensibili alla diffidenza che li circondava, divennero inseparabili. *********
Una tiepida sera della primavera del 1945 fecero l’amore per la prima volta; lui aveva preparato un letto nel bosco, stendendo il suo vecchio pastrano per terra: era tutto quello che le poteva offrire. Quando finalmente, poche settimane dopo, la guerra finì, si dimostrò che la loro ostinazione aveva dato i suoi frutti, poiché nel frattempo lei aveva imparato la sua lingua abbastanza per intendersi sommariamente sul futuro. Da principio lui avrebbe cercato di raggiungere la propria famiglia; lei, dopo avere rintracciato i genitori e averli messi al corrente dei suoi progetti, l’avrebbe seguito.
Per quanto in quelle condizioni il loro proposito apparisse pericoloso, anzi addirittura disperato, nessuno dei due dubitò un solo istante che, passati alcuni mesi, si sarebbero rivisti all’altro margine del mondo.
Sicilia era la parola magica; nel suo suono mediterraneo vibrava l’eco della pienezza di vita sperata. Davanti al loro sogno la realtà si sarebbe inchinata. Più o meno così aveva ordinato i pensieri che gli aveva poi inculcato in un italiano maldestro, fintanto che anche lui giunse a credervi fermamente. La sera prima della partenza, salutandolo, gli disse che aspettava un bambino, felice di lasciarlo al suo grande viaggio nel futuro con questa notizia .
E lui le credette, poiché voleva crederle. Non aveva davvero la minima idea di come avrebbero potuto cavarsela nel suo paese, ma era fermamente deciso a fare ciò che era in suo potere per inventarsi una vita tutta loro.
Sicilia – nel suono di questa parola si celava una promessa di felicità; essi l’avevano percepita e non avrebbero più avuto pace finché non l’avessero colta, come una mela matura dall’albero. Con questa consapevolezza si lasciarono.
Non avere paura, solo qualche mese e poi ci rivedremo. Quando era sola si ripeteva queste semplici frasi, ad esse si teneva stretta, ad esse doveva credere, se veramente voleva trasformare il sogno in realtà.
In occasione di una delle inevitabili visite ai genitori si sedette, un poco distratta, al pianoforte e per la prima volta fu sfiorata dal presentimento che la musica, la stessa che usciva un po’ maldestramente sotto le sue mani, significasse qualcosa, c’entrasse con la vita. Fu colta da una strana inquietudine, non appena ebbe richiuso il pianoforte. Per un attimo provò, contro la sua volontà, un moto di simpatia verso quella madre irriducibile, che aveva ottenuto, nonostante si fosse trasferita con il marito dalla cugina e qui si vivesse in condizioni indegne, stipati insieme a parenti di ogni genere, di far arrivare in casa un pianoforte.
Del resto, la visita andò così come se l’era immaginata. Benché strenuamente decisa a non rivelare ai genitori ciò che ai loro occhi doveva rappresentare senza dubbio l’oltraggio maggiore, bastò già il resto a distruggere in modo irreversibile tutto ciò in cui credevano, un mondo intero, un mondo che da un giorno all’altro non c’era più. Di quel giovane siciliano, per cui la loro figlia aveva perso la testa e che addirittura non si vergognava nel definirlo con parole roboanti il suo destino, la madre non volle sapere, anzi si rifiutò categoricamente di gettare persino un’occhiata all’unica foto che la figlia aveva di lui.
Si erano comportati in modo inaudito, dando addirittura scandalo, e siccome la figlia non sarebbe rinsavita comunque, i genitori si sentivano più propensi a ripudiarla piuttosto che, chissà, a benedire un’unione così indegna. Al limite si poteva perdere una figlia, ma era certo inconcepibile diventare lo zimbello della comunità. Il giudizio della madre pendeva su di lei inappellabile come una condanna; intanto il padre si era chiuso nel silenzio. Negli ultimi mesi si era via via allontanato dalla realtà e stava a guardare senza muovere un dito quella figlia che tradiva la buona educazione ricevuta e quella moglie che, per la prima volta nella vita, perdeva il controllo.
Cosa mai si poteva dire di fronte a tanto?
La guerra era già finita, tuttavia i tempi in arrivo non sembravano promettere niente di buono, né per lui e la famiglia e nemmeno per quegli ideali cui si era conformato per dare un senso alla sua vita. All’improvviso tra essi e la realtà si era spalancato un baratro, che neanche con l’aiuto di Schiller e delle sue massime era in grado di superare. La figlia conosceva troppo bene la rigida mentalità dei suoi genitori, e, se anche avesse potuto, contro ogni previsione, sperare nel miracolo di un improvviso cambiamento, non fu affatto sorpresa dalla freddezza e dalla incomprensione che le rivolgevano. Era inevitabile che alla fine fosse messa di fronte alla scelta.
La sera prima della partenza andò dal padre e lo pregò di darle qualche gioiello e un po’ di monete d’oro. Non voleva essere costretta a rubare, non faceva niente di male e non voleva dare l’impressione di fuggire. Neppure aveva perso la testa, come invece credeva la madre, semplicemente non aveva altra scelta.
L’attendeva un cammino arduo e disagevole attraverso la Germania distrutta, da Lipsia rasa al suolo, attraverso l’Austria e l’Italia, fino a raggiungere quell’estremo lembo d’Europa, Tortorici, un paesino in provincia di Messina.
Un lungo mese di viaggio, più volte interrotto da contrattempi e intralci, treni che si arrestavano a metà strada, corriere che si facevano attendere per ore, anche per giorni, controlli interminabili ai confini delle zone occupate e alle frontiere. Ovunque caos e miseria, esseri affamati in cammino alla ricerca del necessario per sopravvivere, di cibo, mariti, figli, fidanzati o della patria perduta, introvabili come il tempo, i sentimenti, la memoria. Negli scompartimenti affollati, che puzzavano delle tante esalazioni umane, un silenzio tombale si alternava ad un chiacchiericcio pressoché insopportabile, valanghe di parole con cui ognuno istericamente pretendeva di difendere la propria storia, la propria disgrazia agli occhi del mondo. Quasi nessuno ascoltava l’altro, ciascuno era maledettamente avviluppato nel proprio tragico, personale destino, che lo inorgogliva quasi fosse un’onta straordinaria. Come erano ripugnanti con quegli stracci puzzolenti e quel borioso accanimento!
Più il viaggio avanzava, più si sentiva sicura di una cosa: via da qua! Da questa terra di cadaveri ambulanti, questa terra senza né colori né profumi, priva della minima scintilla di compassione e comprensione per ciò che aveva lasciato indelebili segni in sé e negli altri. Non si sorrideva, non si mostrava reciproca benevolenza, non si nutriva la comune speranza in un futuro migliore, né si tentava di capire la colpa che pesava e da cui non c’era scampo a meno di essere disposti ad affrontarla.
Finché le circostanze esterne lo permisero, annotò i suoi pensieri su un vecchio calendario del 1941, che usava come taccuino e non appena passava davanti ad un ufficio postale spediva una lettera per il sud. Evitava il contatto con gli altri e per la maggior parte del viaggio se ne stette quasi sempre da sola.
Le accadde solo una volta di chiedere a una donna con un bimbo in braccio di raccontarle la sua storia e poiché questa aveva una faccia intelligente e gentile e lei da tanto tempo non parlava più con nessuno, le disse dove era diretta e come erano andate le cose. E per la prima volta capitò che qualcuno le augurasse buona fortuna. Per la prima volta lesse negli occhi di un altro essere umano una partecipe comprensione, l’augurio sincero che le cose si risolvessero per il meglio. Quella donna, che poteva avere solo qualche anno più di lei, aveva perso il marito in guerra ed ora, insieme al suo bambino, stava raggiungendo i genitori. Le raccontò la sua storia, senza scivolare in quel tono piagnucoloso con cui la maggior parte della gente in quei giorni alimentava la propria autocommiserazione e ciò la colpì oltremodo. Le cose stavano esattamente come stavano. Si poteva solo cercare di ricavarne il meglio, che altro? disse con uno stento sorriso che la fece sembrare una donna bella e desiderabile, nonostante fosse avvolta da un pastrano militare adattato alla bell’e meglio.
Dopo che si furono salutate davanti ad una stazioncina ancora in piedi nel sud della Germania, si rese conto che aveva dimenticato di chiederle il nome.
Sarebbe stato bello avere un’ amica così.
Più si avvicinava al sud, più i pensieri si facevano leggeri e tanto più semplice e naturale le pareva guardare al futuro con fiducia. Quando, dopo lunghi controlli e interrogatori, ebbe finalmente varcata la frontiera italiana, fu assalita da un’ euforia che le diede la vertigine. I paesaggi insoliti e le città che coglieva dai finestrini sporchi del treno stimolavano la sua curiosità al punto che si accanì ad imparare nuove parole in italiano. Andava continuamente ripetendosi le frasi con cui l’avrebbe salutato, non appena fosse arrivata: E’ stato un viaggio molto faticoso, ma ora sono arrivata. Banali, semplici frasi che si caricavano però, mano a mano che se le bisbigliava tra sé, di una pienezza di significati reconditi. Frattanto la gravidanza procedeva. Era oramai al quinto mese.
Francesca o Francesco si sarebbe chiamato il bambino che lei, in quelle lunghe notti trascorse su scomode panche, cercando di spiegare a se stessa cosa in realtà la aspettava, chiamava Franziska; non aveva dubbi, sarebbe stata una bambina.
Tortorici.
La destinazione era sempre più vicina, anche se le interruzioni sembravano interminabili. Era già ottobre, ma qui, al sud, ancora estate. Accadde una volta che il treno si arrestasse in aperta campagna e dopo alcune ore di impaziente attesa fu annunciato che di riprendere il viaggio non se ne parlava nemmeno, almeno fino all’indomani mattina. In quella confusione i passeggeri erano già scesi e in quattro e quattr’otto avevano messo in piedi una festa su un campo incolto che si trovava nelle vicinanze. Da cesti e borse tirarono fuori leccornie, della cui esistenza lei non avrebbe mai immaginato. La invitarono con la massima naturalezza, addirittura la obbligarono, considerando il suo stato interessante, a mangiare e bere, finché ebbe la sensazione, nel vero senso della parola, di scoppiare. Bevve persino qualche bicchiere di vino rosso che le andò subito alla testa; sotto un cielo ottobrino, pieno di stelle, era bello sentirsi leggera come una piuma a festeggiare insieme a quella gente nient’altro che l’essere vivi.
Tortorici.
Ancora una volta dovette farsi largo tra un grappolo di gente per rimediare finalmente un posto sul traghetto cadente e affollato che l’avrebbe portata dalla terra ferma in Sicilia, che sembrava, per così dire, a un tiro di schioppo. Aveva imbucato l’ultima lettera a Napoli, vicino alla stazione, presto sarò da te. Ancora una volta salì sul treno con la sua valigia marrone e le riuscì perfino di rimediare un posto vicino al finestrino, curiosa di imprimersi nella mente il paesaggio, sollevata e segretamente inorgoglita di avere già superato così tanti ostacoli. Ma mentre lo sguardo volava oltre il finestrino, sentiva crescere dentro una particolare inquietudine, le domande si facevano largo per venire alla luce e mentre il bambino scalciava con il medesimo monotono ritmo del traghetto, si sentì che gli sussurrava: tra poco saremo arrivati, tra poco saremo a casa. Facendosi coraggio, ma lo amo tanto. Pensando a Lipsia, a quei grigi fantasmi, rigidi nel loro autoinganno, che popolavano le città tedesche distrutte, e al tempo stesso accogliendo in sé il paesaggio nuovo, respirando il mare, pensando questa è ora la mia vita, la mia vita.
Tortorici.
Come si arriva a Tortorici, da qui, per favore?
C’e solo una corriera al giorno, a volte c’è una carrozza a cavalli. A che ora nessuno glielo sa dire con esattezza. Lo vedrà lei stessa quando arriva. Trascorre la notte in una sudicia locanda, l’unica del posto. L’oste, cercando probabilmente di fregarla, le dice il prezzo, che lei non capisce, ma non le importa e gli dà il denaro rimasto. Benché sia stanca morta, fatica ad addormentarsi. Continuamente si sveglia di soprassalto e vorrebbe accendere la luce, per scacciare gli incubi, ma nella stanza non c’è luce, soltanto una candela e ha dimenticato di chiedere i fiammiferi.
All’alba si alza e chiede un po’ d’acqua. Le portano un catino, in cui si lava alla bell’e meglio, poi si mette un vestito pulito, un po’ di rossetto rosa e perfino una goccia di profumo dietro le orecchie. Non si devono vedere le tracce del viaggio faticoso. Tutto andrà bene e se tutto va bene deve andar bene subito, dall’inizio, altrimenti può darsi che il sogno finisca in un istante e non ci sarà verso di riprenderlo.
E’ decisa, vuole essere raggiante, ma mentre cerca affannosamente di liberarsi dalla polvere e dallo sporco della strada, avverte a un tratto una titubanza che non sa spiegarsi. Come mai proprio adesso, in questo momento, quando, contrariamente ad ogni previsione, ce l’ha quasi fatta?
Prima di lasciare la locanda vorrebbe guardarsi allo specchio. Le portano un pezzo di vetro opaco che le rimanda l’immagine sfocata di una giovane donna dai capelli chiari, ben pettinati. Oggi è il 27 ottobre 1945, dice tra sé, per poter almeno tenersi stretta ad un fatto inequivocabile e non precipitare nel caos che la circonda.
Tortorici, parola magica, il cui suono esotico aveva alimentato la sua immaginazione durante tutti quei mesi, la sua primissima parola italiana, punto di fuga di tutti i suoi pensieri da quel giorno in cui, in mezzo a quei giovani corpi feriti ne era spuntato uno integro, quasi fosse un messaggero di un altro mondo. Due occhi neri, nei quali si era tuffata a capofitto come in un pozzo scuro. Chilometro dopo chilometro, la corriera avanzava annaspando lungo il monte brullo, arso da un sole impietoso e l’avvicinava alla destinazione tanto desiderata. Alla fine si fermò in una piazzetta sudicia, tra casupole di pietra grigia. Era primo pomeriggio.
Chiese in giro ma non servì a molto, poiché, sebbene si sforzasse di parlare in modo chiaro, nessuno la capiva e dovette ripetere più volte le frasi mentre tutti la guardavano con l’espressione vuota di chi non capisce. Forse anche con una leggera diffidenza che però non volle ammettere, continuando a sorridere imperterrita mentre guardava le facce di questi uomini, pensando che anche lui era uno di loro, di quel mondo di cui ora anche lei avrebbe fatto parte.
Per tutto il tempo pensò: Arrivo. Dopo tutto ciò.
Con tutto ciò si riferiva non tanto al viaggio, quanto alla sua vicenda personale. In questa parola insignificante era racchiuso tutto lo sfacelo di cui era divenuta testimone e contro cui aveva opposto la cosa più semplice e a portata di mano, l’amore. Ma in che modo avrebbe potuto spiegarlo a questa gente e in quale lingua?
Con un passaparola che si arricchiva di dettagli di tutti i generi fu scovato un uomo, un parente alla lontana, come le sembrava di aver capito, disposto a condurla a destinazione. Così si misero in viaggio e l’ultimissimo tratto, non essendoci altri mezzi, non un cavallo e nemmeno un asino o un mulo, lo fecero a piedi. L’uomo le portava la valigia e faceva strada, lei lo seguiva. Senza dire una parola avanzarono in un paesaggio arido, costellato di interminabili muretti a secco. Non avrebbe saputo dare un nome alle piante e agli alberi che crescevano qui, addirittura si sentì, mano a mano che procedevano, sempre più estranea e spaventata e il coraggio venirle meno. Allora si fece tornare in mente il giorno in cui si erano incontrati per la prima volta per convincersi che il paesaggio non fosse così estraneo, non volesse respingerla.
Dopo quasi un’ora di cammino si intravide in lontananza un piccolo podere, o meglio, una squallida casupola con a fianco una stalla che si stagliava nel cielo terso. Una smorfia sulla bocca sdentata di quella faccia bruciata dal sole le fece capire che erano arrivati alla meta.
Ecco, adesso era il momento.
Ecco, adesso era qua.
Ecco che adesso erano di fronte, desiderosi di trovare negli occhi dell’altro la conferma che era stato giusto impegnare tutte le loro energie per piegare la realtà al loro volere. Fino ad ora essa si era mostrata obbediente; d’ora in poi avrebbe fatto di tutto per prendere di nuovo il sopravvento.
Ecco le pietre.
Ed ecco lui, così come lo ricordava nell’ospedale e così come adesso, nella cruda realtà dell’oggi, le stava invece davanti. Un contadino senza campi né bestie, che non possedeva nulla se non questa casa, più simile a una stalla e un fondo pietroso che non produceva niente che si potesse vendere per ricavare l’indispensabile per vivere. Senza acqua e con una vecchia, la madre, che non la capiva, quando le rivolgeva la parola. Non che questa donna le fosse propriamente ostile, piuttosto erano talmente diverse nel loro modo di essere da non riuscire ad intendersi, come un uccello e un pesce.
Era un bel guaio, cosa si poteva fare se non vivere semplicemente alla giornata? Come sarebbe andata in futuro, nessuno lo poteva dire.
Frattanto la gravidanza procedeva ed era giunto il momento di prendere le necessarie precauzioni. Ma prima dovevano sposarsi e il matrimonio costava caro e denaro non ne avevano. Allora un giorno si recarono dal vecchio parroco del paese, il quale, con un misto di compassione e disprezzo, impartì loro una flebile benedizione.
Agli occhi del mondo erano ora marito e moglie. E benché quel giorno ci fosse così poco da festeggiare e lei avesse ricevuto in regalo soltanto un mazzo di fiori di campo che lui aveva raccolto lungo il sentiero, furono felici quando la sera, coricandosi l’uno accanto all’altra, parlarono del futuro.
Di giorno lottavano con tutta l’energia in corpo per rendere dignitoso il presente, ma di notte erano davvero quella coppia di amanti che lei si era immaginata per tutta la durata del suo lungo viaggio, così come un pittore pensa a un quadro che ha in mente di realizzare. Senza alcun sforzo trovavano in questi momenti, all’interno della lingua comune, un’altra lingua, che apparteneva soltanto a loro e sulla quale le mille difficoltà del vivere non avevano alcun peso. Passarono così le ultime settimane prima della nascita del loro figlio. Fu un tempo sospeso, inospitale, in attesa di un evento che avrebbe costituito un fatto irrevocabile, le cui conseguenze li avrebbero costretti a ripensare da zero tutta la loro vita.
Dopo si vedrà.
Dopo.
Ma eccolo qua, quel dopo. Nacque la bambina, cosa che rendeva la situazione ancora più difficile. Ora la miseria generale si mostrava nella sua forma più miserabile e prepotente; con tutta la buona volontà le era infatti quasi impossibile provvedere alla bambina, come si doveva a un neonato. Mancava il necessario ed era difficile se non impossibile intravedere cambiamenti nel prossimo futuro. Una mattina lui la prese per mano, poiché era ancora troppo debole per le conseguenze di un parto avvenuto in condizioni così ostili che le impedivano di sbrigare le faccende, e la accompagnò alla finestra: dietro la casa aveva piantato un noce per la sua bambina. Questo gesto grandioso e impotente fece spiccare il volo al suo cuore che non poté far altro che amarlo senza riserva.
Un giorno si fece coraggio e scrisse ai genitori, ma non ricevette mai risposta. Magari la lettera era andata persa, magari avevano voluto definitivamente rompere con lei, magari erano già morti, chi poteva saperlo? Gli disse che avrebbe potuto fare come gli altri uomini del villaggio, andare in città a cercare lavoro, di stare tranquillo, che a lei andava bene così, che sarebbe senz’altro riuscita a cavarsela, ma lui non si fidava, non voleva lasciarla sola con quella donna imprevedibile che era sua madre.
Il suo sogno era una capra.
Ma dove prendere il denaro? Ci rimuginarono tanto, ma ogni volta quando credevano di essere vicini alla soluzione, spuntava sempre qualcosa all’orizzonte, un problema nuovo e inatteso e tutto quello che era stato deciso prima, a un tratto non valeva più.
Passarono così i primi mesi dalla nascita della bambina, che, a dispetto di tutte le avversità cresceva bene ed era sorprendentemente sana. Soltanto lei non riusciva a rimettersi in piedi. Per quanto si sforzasse di controllarsi, per quanto tentasse di mantenere inalterata la fiducia che alla fine si sarebbe trovata la via d’uscita da quella situazione disperata, le forze fisiche venivano meno di giorno in giorno e poiché non riusciva a svolgere i suoi compiti, né a sostenere il marito nella lotta quotidiana per la sopravvivenza, di cui lui aveva bisogno, la assalì il senso di colpa per come erano andate le cose.
Eppure non si pentì mai di ciò che aveva fatto e quando lui alla sera tornava a casa con qualche uova e un mucchietto di farina, lei inventava di punto in bianco una parola nuova, una trovata sorprendente, giusto per vederlo ridere un po’. Di questa vita dura e ingrata lui non aveva colpa, non è colpa tua, gli sussurrava all’orecchio e, per tranquillizzarlo, aggiungeva che lei era felice nonostante tutto. In quei momenti lui si sentiva inerme di fronte a lei e con tutta la sua buona volontà, non riusciva a dirle nemmeno una parola.
Una volta, mentre sistemava la casa, le capitò in mano il vecchio calendario sul quale aveva annotato i pensieri durante il lungo viaggio verso il sud e tra i suoi fogli trovò un pezzo di carta ingiallito, oramai quasi dimenticato: qui è mezzanotte. Ebbe un sussulto, senza volerlo, poiché all’improvviso le tornò in mente come tutto era cominciato. Quello che allora, nell’ospedale, non aveva capito, da dove le fosse giunta questa frase apparentemente incomprensibile, lo comprese soltanto quel giorno, ma comprese anche che ora non le sarebbe più servito saperlo e così, invece di sprofondarsi nella lettura di quelle annotazioni, guardò fuori dalla finestra come se avesse ancora un senso imprimersi nella mente il paesaggio estraneo in tutti i suoi dettagli.
Quando venne l’estate e l’impietoso sole si apprestava a bruciare per bene l’intera isola e tutti i suoi abitanti, le sue condizioni di salute si aggravarono velocemente. Quel clima mortale che avrebbe tolto il respiro a un sano, il suo corpo debilitato non riuscì a reggerlo. Della bambina si prendeva cura come poteva la nonna, mentre lui andava a lavorare qua e là come bracciante. Ma per quanto il loro vivere quotidiano si facesse sempre più difficile, la notte si ritrovavano in un mondo nascosto che apparteneva a loro soltanto, un mondo intatto che faceva sembrare il giorno un brutto sogno e la realtà, quella vera, appariva invece racchiusa proprio in quelle ore, quando nella tenebra più completa si avvicinavano l’uno all’altra come due che sono riusciti a valicare ogni confine esistente.
Gli confidò che le sarebbe piaciuto suonare il piano ancora una volta, poiché solo nell’ultimo periodo sentiva di aver improvvisamente capito quello che fino ad allora era stato un mero esercizio di dita e si vergognarono l’un l’altro dell’impossibilità di realizzare questo desiderio.
Morì in una torrida giornata d’agosto e poiché non c’era denaro per un funerale vero e proprio, fu sepolta ai margini del camposanto, in una fossa comune. Impossibilitato ad accudire da solo la figlioletta, a malincuore ne autorizzò l’adozione a Palermo.
Tortorici.
A volte, quando rifletteva su come erano andate le cose, quando, come bestie sanguinarie, i sensi di colpa lo assalivano e lei gli mancava tanto da sentirsi stringere il cuore, ripeteva il nome del suo maledetto paese, cercando di evocare quell’incanto che lei doveva avere percepito e che le aveva dato la forza di accettare imperterrita il suo destino senza lagnarsi. Non gli riuscì però mai completamente di ritrovarla in quel suono, che in un certo senso racchiudeva tutto il suo essere, e allora poteva accadere che di colpo restasse impietrito davanti all’indifferenza con cui la realtà si sbarazzava dei sogni degli uomini come se fossero soltanto polvere fastidiosa nelle loro alte stanze.

Traduzione di Adelmina Albini
La foto è di Edourad Boubat

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