62. L’urgenza

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da qui

Più procedevamo, più il senso del cammino si chiariva. Il consacrato riceve una chiamata, a cui è libero o meno di rispondere. Se decide di aderire, sa anche che è costretto a rinunciare al rapporto d’amore coniugale. Gli è possibile amare al modo del Signore, credendo che Dio interverrà nella sua storia personale, portando un’inattesa novità. Mi viene in mente un brano della Lettera ai Romani: per mezzo del Battesimo siamo stati sepolti con Cristo nella morte; come lui risuscitò per la potenza del Padre, anche noi siamo chiamati a camminare in una vita nuova.
La vocazione richiede la morte a un certo genere di amore, per vivere e amare in modo nuovo. E questo non avviene una volta per tutte, ma quotidianamente e dolorosamente, anche se a tratti in modo più sereno e naturale. Ammesso che si scelga di essere fedeli.
Mi convincevo sempre più che il celibato implicasse un percorso impegnativo, che cadute e infedeltà più o meno gravi ne fossero parte integrante, come fattori di maturazione. Per quel che ne capivo, l’atteggiamento della Chiesa, in tal senso, era di solito paterno: pur ribadendo l’importanza della regola, tendeva a comprendere cedimenti e debolezze.
Ma il tema restava un tabù. La norma era data per scontata, ma il modo di gestirla era lasciato al sacerdote, costretto ad arrangiarsi in proprio. Non tutti sono uguali: conoscevo consacrati che vivevano bene la loro condizione.
Il sacerdote con cui collaboravo, invece, aveva impedimenti che pesavano sul libero esprimersi della vocazione. Don Mario era stato il suo unico punto di riferimento. Chi avrebbe potuto aiutarlo, dopo la sua morte? Le autorità ecclesiastiche, forse comprensive ma lontane? I laici, non potendo comprendere uno stato per loro innaturale, chiudevano un occhio su eventuali debolezze, non offrendo né aiuto né conforto. Il fatto è che il prete, trasgredendo la regola, non trova il suo equilibrio. Si crea una spaccatura interiore, motivo di grande sofferenza. Chi ignora il problema, espone il sacerdote a un dramma che non può partecipare in tutto il suo spessore.
Non c’erano più dubbi sul perché della chiamata a sostenere il celibato, né sull’urgenza della sua attuazione.

8 pensieri su “62. L’urgenza

  1. maria grazia

    avendo tanto amato e amando ancora capisco la sofferenza del celibato le difficoltà si possono superare solo con l’aiuto di Dio Anche nel matrimonio i pericoli sono tanti non sempre tuto fila liscio come nel mio !Di questo ringrazio sempre il Signore anche se le magiori dificoltà sono al presente Coraggio!

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  2. ema

    Prima del viaggio

     Prima del viaggio si scrutano gli orari,

    le coincidenze, le soste, le pernottazioni

    e le prenotazioni ( di camere con bagno

    o doccia, a un letto o due o addirittura un flat);

    si consultano

    le guide Hachette e quelle dei musei,

    si scambiano valute, si dividono

    franchi da escudos, rubli da copechi;

    prima del viaggio si informa

    qualche amico o parente,si controllano

    valigie e passaporti, si completa

    il corredo, si acquista un supplemento

    di lamette da barba, eventualmente

    si dà un’occhiata al testamento, pura

    scaramanzia perché i disastri aerei

    in percentuale sono nulla;

    prima

    del viaggio si è tranquilli ma si sospetta che

    il saggio non si muova e che il piacere

    di ritornare costi uno sproposito.

    E poi si parte e tutto è OK e tutto

    è per il meglio e inutile.

     

    E ora che ne sarà

    del mio viaggio?

    Troppo accuratamente l’ho studiato

    senza saperne nulla. Un imprevisto

    è la sola speranza. Ma mi dicono

    che è una stoltezza dirselo.

     

     E. Montale

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  3. pam

    Anche per un laico prendere comprensione dell’altro non è sempre una passeggiata, specialmente se l’altro è un mondo “nuovo” e così differente. Penso che l’arrivo della chiamata dell’Amore ordini ogni amore e relazione, in nessun rapporto c’è il “già confezionato”, ma solo il nostro provare a evolverci nel bene; e chieda di morire al “nostro” amore, al nostro punto di vista personale ancorché in buona fede, per insegnarci, noi che siamo sarti a volte un po’ pasticcioni o inesperti, a tessere quell’ ”abito su misura”, per dirla alla Don Mario, che è la comunione con l’altro.

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  4. agnese

    Leggendo primi frasi mi è venuto al mente un’immagine: prendere una decisione di lanciarsi per volare; legati alla corda guardiamo nel vuoto insicuro con la paura (faccio bene o male?), e poi lancio; il primo momento caos e panico ( o Dio! che sto faccendo!) ma poi…si accorgiamo dalla bellezza di panorama, di libertà di volare. E adesso ormai vuoi rimanere così, volando.

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  5. robysda

    Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
    questa morte che ci accompagna
    dal mattino alla sera, insonne,
    sorda, come un vecchio rimorso
    o un vizio assurdo. I tuoi occhi
    saranno una vana parola,
    un grido taciuto, un silenzio.
    Così li vedi ogni mattina
    quando su te sola ti pieghi
    nello specchio. O cara speranza,
    quel giorno sapremo anche noi
    che sei la vita e sei il nulla

    Per tutti la morte ha uno sguardo.
    Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
    Sarà come smettere un vizio,
    come vedere nello specchio
    riemergere un viso morto,
    come ascoltare un labbro chiuso.
    Scenderemo nel gorgo muti

    C. Pavese

    In riferimento all’omelia di ieri.
    La morte del dolore, la bellezza degli occhi di Dio.
    L’urgenza.

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  6. F

    Una pagina delle più difficili e provocatorie dell’intero “Diario” che chiama a riflettere sulla vocazione sacerdotale, sia da parte del prete che non può certo entrare nel dilemma: “se scegliere di essere fedele” o meno, che parrebbe tanto un vizio di forma nell’ eccellenza di una vocazione così sublime, quanto da parte di “atteggiamenti della chiesa a comprendere cedimenti e debolezze” che sembrerebbe porre in atto quel bellissimo detto di d.Tonino Bello “deponenti il peccatore”, ma non, “crocifiggenti il peccato”, oppure “lasciare il sacerdote ad “arrangiarsi in proprio”, in un ” percorso dove cadute più o meno gravi ne fossero parte integrante” come non fosse un affare ecclesiale considerare tematiche così complesse e delicate, ed ancora per i laici, che sembrino “chiudere un occhio su eventuali debolezze”, che parrebbe tanto, in sintesi, la configurazione di una chiesa ormai remota al momento socio-culturale, un Corpo Mistico martoriato in cui ogni membro è estraneo all’altro in percorsi alternativi alla santità.
    Credo che tutto questo argomentare si porti a risvegliare la coscienza collettiva di chiesa e rompere il silenzio su un tema ancora tabù che si è risolto per secoli con “sine caste, tamen caute” ( se non castamente almeno con cautela).
    Alla luce di questa demistificante pagina, caduta ogni riserva, e poichè “il celibato non è un dogma ma una norma disciplinare” viene alla mente il pensiero che è stato per secoli la proposta di Paolo “melius est enim nubere, quam uri” ( meglio è sposarsi che ardere) ma questo verrebbe a spegnere il carisma del celibato che consacra, per il rango che gli compete, “all’unico e sommo amore di Cristo”.
    Amare è l’asse portante di “questo amare a modo del Signore in un’ inattesa novità” nell’intensa preghiera, secondo il consiglio del Maestro, di “pregare sempre senza stancarsi mai”:
    “Ero così stolto da ignorare che sta scritto: nessuno può essere casto, se Tu non lo concedi. E Tu certamente me l’avresti dato, certo, se con pianto dell’anima ti avessi pregato”. (S.Agostino)

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  7. pmartucci

    Quanto è difficile ascoltare e comprendere la voce dell’altro, i suoi dubbi, quando le difficoltà grandi sembrano solo le nostre. Si fatica ad avvicinarsi a linguaggi e logiche, strettoie, salite ancor più quando lambiscono le nostre ombre, o toccano paletti, idee, schemi. L’anima profonda del dialogo tocca proprio il nostro accogliere una alterità che ci interpella, oltre ogni nostra difesa, che ci lascia magari domande, aperte ma illuminate.

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  8. robysda

    La malinconia si lascia apprezzare in tante sfumature, leggendo questo post; ce ne sono un paio che mi colpiscono maggiormente: per ordine di lettura, la prima, quando il brano dice che il sacerdote è costretto ad arrangiarsi in proprio, la seconda, se vuoi legata alla precedente, quando ragguaglia sull’incapacità dei laici a dispensare qualche parola di sostegno più opportuna e adeguata al contesto. In entrambi i casi un velo di solitudine è un altro abito che va a vestire il sacerdote, cucito con fili di egoismo sottile di cui nemmeno i sarti, forse, ne conoscono la consistenza. E’ chiara, dunque, l’urgenza, di rompere il tabù e non abbandonare chi si trova a vivere queste lacerazioni soltanto con i mezzi propri, non sempre sufficienti. Il coraggio di porre davanti allo specchio del mondo una ferita così grande andrebbe rafforzato, se non altro per la sincerità con la quale ci si scarnifica, senza mezzi termini, in virtù di una fedeltà alla volontà del Signore. Chiara è anche l’urgenza di imparare il dialogo, l’amicizia, quella vera, quella che sa parlare o tacere al momento giusto, che non sparla, che consiglia senza ricerca di potere, che a volte si infuria e ribatte e magari si incaglia su posizioni sbagliate ma trasparenti, che quando tende la mano lo fa senza paura, perché in quella mano trova soltanto sincerità. Urgente, dunque, sostenere il celibato, i mezzi scelti per attuarlo, quando ormai sembra tutto irreversibile, quando anche la luna sembra voltarsi per spegnere la luce, urgente quel sorriso. che aspetta e quello che va.

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