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da qui
Era l’ultimo giorno dell’anno: mi alzai prima dell’alba, come al solito, per riflettere e pregare.
Mi trovavo di fronte alla selva di domande a cui l’ultima e-mail mi chiedeva di rispondere in modo scrupoloso. Mi sentivo a disagio, in questi casi: il lavoro su me stesso, in atto da tempo, m’isolava dal caos di sentimenti e sensazioni che bollivano dentro come lava e che lasciavo cadere, senza dargli peso. Ma adesso ero qui, nel silenzio più completo, costretto a guardarmi fino in fondo, senza scuse, privato dell’ultima difesa, la cortina di fumo della volontà, capace di nascondere le falle più o meno consapevoli e profonde. Non potevo più procedere fingendo che la nebbia calata nel cuore fosse ancora un fenomeno atmosferico caduco: mi sarei schiantato, prima o poi, contro il muro di chi ero veramente, al di là delle apparenze. Presi il testo stampato e cominciai a esaminare i quesiti ad uno ad uno: che cosa cercavo in una donna? Cosa mi attraeva? Quali atteggiamenti, in lei, mi sarebbero piaciuti? Pensavo che avrebbe riempito la mia vita? Quali interessi avrei voluto condividere? Cosa m’avrebbe fatto bene, potendo contare sulla sua presenza? Mi accorsi, a poco a poco, che il ghiaccio si scioglieva; lasciandomi guidare da Gesù, rispondevo in maniera puntuale e tutto convergeva in una sola direzione: ascolto, accoglienza, tenerezza, tutto quello che m’era mancato dal giorno fatidico del parto, quando i medici dovettero strapparmi, per chissà quanto tempo, al calore di mia madre; provai l’angoscia di restare solo, abbandonato da chi, per statuto naturale, ti ama e ti protegge, in balia di sconosciuti che ti girano e rigirano in cerca di qualcosa che non sai e che forse non sanno neanche loro. Compresi che fu questa paura a trasformarmi nel conquistatore deciso a riprendersi l’amore negato troppo presto e mai ricuperato, a contatto con chi non si risparmiava, ma falliva nell’unico punto che contasse: la tenerezza confidente, l’accettazione senza condizioni. Decisi d’essere, da allora, un cacciatore di fantasmi, un poeta maledetto in grado d’accendere gli spiriti più fiacchi, e soprattutto i corpi, per poi farli bruciare in un incendio che non lascia scampo. Vidi con chiarezza la struttura che m’aveva accompagnato e che avevo combattuto eroicamente, senza neanche sapere cosa fosse. L’ultimo giorno dell’anno fu il primo di una vita nuova. Dovevo dirlo subito a chi aveva resistito fino allora, per chissà quale miracolo.

L’attesa e’ un miracolo di amore e totale condivisione.
Matilde dove sei? Ho avvertito quaggiù
tra la cravatta e il cuore, più su
una certa malinconia intercostale
era che tu all’improvviso non c’eri.
Mi e` mancata la luce della tua energia
e ho guardato divorando la speranza,
guardato il vuoto che e`senza di te una casa
non restano che tragiche finestre.
Da tanto e` imbronciato il tetto ascolta
cadere antiche piogge sfogliate,
piume, quanto la notte ha catturato:
e cosi` ti aspetto come una casa deserta
e tornerai a trovarmi e ad abitarmi.
Altrimenti mi fanno male le finestre.
Pablo Neruda
Mi manca tanto la tenerezza di Roberto ma so che abbiamo la tenerezza delSignore che ha mandato Gesù per darcela
GIOVEDI’ SANTO
“Ho desiderato ardentemente di mangiare
questa pasqua con voi”
“Apri la tua bocca la voglio riempire”
Signore Gesù, Pane di Dio, fiore di frumento, ” ci insegni che anche ricevere è divino e il lasciarsi amare non meno divino che amare”, fa che l’anima mia si dilati nel grande desiderarti e si renda capace di accogliere:
“ciò che l’occhio non vede, che l’orecchio non ode e di cui il cuore umano non ha esperienza”. (S.Agostino)
NULLA PIU’ COME PRIMA
“L’ultimo giorno dell’anno” si incastona “Nell’ultima cena” di questo giovedì santo,
dove tutti i gesti dell’oggi si fanno eterni.
“ascolto, accoglienza, tenerezza”
“Abbiamo fame di tenerezza, in un mondo dove tutto abbonda siamo poveri di questo sentimento che è come una carezza… per il nostro cuore abbiamo bisogno di questi piccoli gesti che ci fanno stare bene, la tenerezza è un amore disinteressato e generoso, che non chiede nient’altro che essere compreso e apprezzato”.
..è quello che serve a tutti noi, in una terra dove siamo così interdipendenti che la vita di uno diventa battito o ferita nel cuore di un altro. Abbiamo bisogno di una carezza rosa che ci avvicini a Dio, che chiude il tempo dei sassolini contro la finestra per aprire la vita nuova del cesto di pane lasciato liberamente davanti alla porta o di una mano silenziosamente tesa.
@ d. Fabrizio
ULTIMA CENA:
“Pescatori trasformati in sacerdoti” (don Pozza)
Fabrizio trasformato in pescatore di uomini e in sacerdote che alza il calice di Sangue e chiama Dio nel “nascondiglio del pane”.
L’Amore “fissandoti ti amò” più che altri.
Auguri.
L’ultimo sarà il primo ad iniziare. Sì, bisogna resistere, risorgere!
Buona Pasqua a Don Fabrizio e a tutti Voi cari amici.
Quanto costano queste risposte? Il prezzo è alto, specialmente se a combattere si è da soli; soffrire in silenzio, ricucire ferite di sempre riscoprendole ogni volta e cercando di far luce in quel groviglio di abbracci ricevuti, estranei e familiari, di balie attente e soffocanti, amorevoli e dolci dei silenzi infiniti dell’alba materna; abbracci donati, nobili e creativi, fra carezze e diffidenze taglienti. Tutto scritto, in sessantasette pagine, espresso in pezzi di cuore che in diciassette mesi si sono scomposti e ricomposti, fra nebbie e preghiere, attraversando bui disperati, alla ricerca insistente di risposte, continuando con amore a cercarle lassù, dove un guardastelle non smette e non si stanca mai di cercare, perché sa che soltanto lì potrà trovarle. Risposte soprattutto per quelle domande più nascoste e più difficili da far emergere, da tirar fuori, con le quali sfidarsi e confrontarsi.
Dovevo dirlo subito….
Bello pensare e condividere ciò che abbiamo di importante, le luci, i pensieri, ciò a cui arriviamo, per grazia, per tenacia, con chi è stato posto, in un disegno superiore, accanto a noi. Li inviò a due a due, verso ogni Emmaus, per affrontare domande, cammino, fatica. E scoprire il Signore nello spezzare il pane.