“Spendersi” è un poemetto inedito di Francesco Tontoli.
Nato a Maddaloni (CE), 58 anni, Francesco è educatore presso i Convitti Nazionali dello Stato. Si occupa di poesia contemporanea e di musica jazz fin da quando era giovane. Ha pubblicato su vari blog letterari (Neobar, Il Giardino dei Poeti, WSF, ecc. ) Attualmente cura la rubrica “Tontoleide” sulla rivista Facciunsalto.it
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SPENDERSI
I
ci sono state altre vite mie
immaginate sempre in grandi assenze
e quando le riguardo tutte in fila
le volte che mi soffermo a leggerle
vi trovo manifesti di intenzioni e confidenze
non devo essermi laureato varie volte in una
ma diventato cercatore d’oro o ferroviere
ho anche scalpellato marmo nelle cave
ho seppellito dei corpi e delle asce
e poi sono stato giardiniere del re
specializzato naturalmente in rose
in tutti questi e in altri talenti e gesti
in tutte le altre pose a pensatore
a uomo d’azione che si spende in cause
vinte o soprattutto perse non importa
in tutte quelle cose c’eri
mi correvi dentro
come proprio il significato stesso
dei significati.
.
II
la lingua eri che si apre un varco tra i denti
e percorre la fessura della bocca non ancora schiusa
così da definire l’interna percezione
di come siamo ottusi nel crederci morti
di come siamo muti nel parlare attraverso i sogni
fino a quando articoliamo con dolore le parole
la mano eri quella di un altro io in un altro dove
che non si fa e non si disfa ma tratteggia
disegna strade case interni alberi
e possibilità di essere lì trasognati
essere in quella donna che passeggia sola
nel finanziere che esce indaffarato e indugia
eri nel vedere la foglia impertinente
appiccicata all’abito autunnale
in quel bambino che fatica a tenere il passo
quel passo dell’adulto che non lo rassicura
III
eri tu come un me virato ad altro senso
che percorre un’ ulteriore strada inaccessibile
e in un amore eri
(in un amore in fondo si è)
perfino nel suo odore
in un amore pensato come mai nato
insomma eri in tutte le somme e le divisioni
che si fanno alle ascisse degli incroci
in una città vagamente ortogonale
coi semafori sempre gialli alle ordinate
dove traccheggiano sui marciapiedi
musicisti spacciatori e tirapiedi
IV
avendo avuto una vita che non vissi
nemmeno in un passato straremoto
semplicemente in quel passato trafugato
mi divenne essa stessa un accidente
e neppure un futuro benpensato avevo in mente
(un tempo incosato curvo su sè stesso non lo possedevo)
avevo dunque un presente complesso
talmente ingarbugliato e imperfetto
talmente condizionato e tale che
tutti gli altri tempi erano ridotti a un minimo
di pura e incausata sussistenza
ero stato figlio di un non ricordo qual maestro
e genitore disattento di altre domande evase
che si erano sparse per l’universo mondo
creando altri universi per corrispondenza
e solo poco diversamente orientati
diretti verso altri mondi controversi
e chiamavamo tutta questa cosa amore
come chi voglia risolvere una definizione
nel puro giocoforza di cosarla
ma seppure fossi stato dotato di malizia
non sarei riuscito a richiamarla in altro modo
mentre altri pur non chiamandola
la sentivano arrivare e ne venivano ghermiti
alcuni nel sonno altri nel loro gioco di sempre
la vita di giorno in giorno su ogni giorno avvitata
come sopra a un sovraesposto pudore
V
eccomi al dolore
si direbbe quindi quello di vivere
ma non è vero
fa male quello di essere
ed è un dolore ben più articolato
con diversi sostantivi
aggettivato e supposto come animato
un dolore luminoso fuggito dal plesso solare
con quei raggi disposti a filo spinato
costruito intorno a un edificio senza risposte
senza forma e con le finestre murate
e nel dolore tu eri
perfino lì dentro
e non eri tu il dolore
ma appunto di nuovo
il suo strano significato.

La mia condivisione è un modo per dire: grazie di questa bella “scrittura” del sentire.