Ma che bella passeggiata arrivare fin dove la città finisce, anzi finiva, e vedere che da tanto nessuno si è spinto fin qui!
Una strada sterrata tutta buche, con i ricordi di antiche asfaltature, che termina d’un tratto in una breve scarpata di un metro, un metro e mezzo; e a sinistra e davanti, a perdita d’occhio, una specie di mare disseccato, distesa d’erba di un verde pallidissimo con ampie chiazze giallastre e arbusti bassi che nella distanza s’indovinano ispidi; qua e là, beninteso, dei mucchi di macerie, ma neppure molti. A sinistra, ancora, sul ciglio della strada, la carcassa di un’auto incendiata, mentre a destra si passa lungo un casamento grigio costituito dal solo pianterreno, che pare non finire mai; porte sprangate tutte uguali, finestre chiuse con sbarre ma senza gli scuri: attraverso la polvere che ricopre i vetri si vedono uffici con arredi di lamiera e finto legno, pratiche sparpagliate sopra i tavoli, persino piatti e bicchieri non rigovernati di uno spuntino di decenni fa.
Si sta davvero bene qui, bene davvero: si respira un’altra aria.
Ma arrivando giusto al fondo dell’edificio, sullo spigolo della parete che affronta la distesa d’erba, che ci fa questa carrozzina per neonati ultimo tipo, con dentro un lenzuolo che sembra ancora serbare l’impronta di un piccolo corpo e con una copertina a soqquadro, con un lembo che pende fra le ruote fin quasi a toccare con le frange l’acqua sporca di una pozzanghera che s’allarga proprio lì sotto?
Provocazione in forma d’apologo 267
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