Ian Rankin

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di Giorgio Gizzi

Ci sono città le cui strade – lo sanno tutti – sono lastricate di letteratura : la Lisbona di Pessoa, la Praga di Kafka e Meyrink certo, la Trieste di Svevo e Saba. Dev’esserci qualcosa nell’aria sicuramente se a ( e su ) Edimburgo hanno scritto Robert Burns, Walter Scott, Robert Louis Stevenson e più recentemente Irwin Welsch e Ian Rankin.

La città, sormontata dall’ineguagliabile mole di Castle Rock, resta sempre elegantemente defilata: è un novembre che regala giorni dal cielo ancora terso ai pochi temerari che si spingano fino a scoprire le lowlands, ed io sono fra questi. Salire sull’Arthur’s Seat e guardare Edimburgh che si dispiega da basso è emozionante: gli occhi corrono dal Firth of forth al campanile di Sant Gill, impressionati dall’infinita varietà di grigi che vanno a dispiegarvisi.

Camminare nel tessuto urbano di Edimburgo è una bella esperienza.
Una piccola insegna, discreta, poco urlata, indica l’Oxford bar, noto ai lettori del giallista Ian Rankin per essere il ritrovo preferito dell’ispettore John Rebus, un protagonista irregolare attorno a cui lo scrittore scozzese ha scritto una serie di libri che descrivono la vita nella Scozia odierna meglio di molti trattati sociologici.
Il ‘giallo’ nella sua forma migliore, più compiuta e puntuale: fateci caso, ma è tutto un fiorire scomposto ed inarrestabile di autori che si servono di questo genere letterario per raccontare il corpus sociale di un luogo, di una città. Potremmo citare la Marsiglia di Izzo, la Perpignan di Georget, ma anche la Napoli di De Giovanni e la Firenze di Vichi, solo per far capire meglio ciò di cui vado scrivendo: esiti diversi, ma ambientazioni che hanno il pregio di avvicinare alla lettura molti che dalla lettura scappano. Chiamatela, se volete, una letteratura d’evasione: non ci trovo nulla di male. Il Maigret di Simenon ti porta a passeggio per una certa Francia, Gonzalez Ledesma ti scorta per la Barcellona meno battuta, Indridason sembra conoscere così bene Reykjavik che gli chiederesti dove fermartici a dormire. E l’elenco potrebbe continuare.

Varco la porta dell’Oxford bar, negli occhi ancora la regolarità infinita ed aristocraticamente georgiana della New town di Edimburgo e quello che mi accoglie è la semplicità : niente di più. Il barista è lì a spillare una Stout in un interno che non è stato edulcorato, che non ha subito aggiustamenti e derive. Niente piatti fusion ad accompagnare le bibite, niente musica a fare da sottofondo: ci si va per passare del tempo ad ascoltare il brusio del silenzio o la voce di chi ci accompagna.
Era così prima dei libri di Rankin e rimarrà così per sempre, me lo auguro.
E’ quella semplicità a colpire. Nel nostro povero, provinciale paese, si sarebbero messi d’impegno a lustrarlo per cercare di farlo diventare una macchina acchiappaturisti: sul menù sarebbe apparso il demerara whisky preferito da Rebus, una targa d’ottone avrebbe ricordato ai passanti il link del luogo con lo scrittore più famoso di Scozia: l’avrebbero insomma cambiato; nel loro sforzo di renderlo il più caratteristico possibile per il maggior numero di persone, l’avrebbero omologato, snaturato ed offeso.
Ed invece niente di tutto ciò: in uno spazio che sa di birra e calore umano, un barman che ti si rivolge come ti conoscesse da sempre è lì a spillare le sue bionde, i giornali nell’angolo sono gli stessi su cui lui ha per primo stropicciato i suoi occhi al mattino e il sedile dello sgabello è comodo, senza essere di design. Non sto facendo l’elogio della vecchia bettola rispetto ai locali di tendenza, ma quello dell’autenticità.
I gialli di Rankin sono come il suo pub: onesti, ben messi, un plot e un’atmosfera che non svaniscono in fretta. Sono chiavi per capire la gentrification di alcuni quartieri di Edimburgo, sono passe-partout per aprire un po’ dell’anima umana e si leggono bene: non ti sembra di perdere tempo, anche se restano sempre alla portata. Avercene insomma.
Mettiamo al confronto il ciclo di John Rebus con i prodotti patinati che affollano le librerie e la rete in questo periodo dell’anno: libroidi costruiti per resistere una stagione e basta, affascinare il non lettore scalando le classifiche con la stessa velocità con cui finiranno poi nell’oblio.
Corteccia d’albero contro plastica.
Rughe d’espressione versus botox.
Jeanne Moreau contro Lady Gaga.

Un consiglio per qualche ora piacevole: prendetevi uno Scerbanenco d’annata, un Olivieri o, che so, un Piazzese. Sono i nostri Rankin e meritano di esser letti: meglio se all’Oxford bar o nella trattoria non globalizzata che ha ancora una vecchia insegna e i tavoli dove s’è seduto anche il vostro vecchio.

4 pensieri su “Ian Rankin

    1. gizzimedia

      Viaggiare leggendo è bellissimo, certo. I libri sono il modo migliore che io conosca per prolungare il viaggio e le sue suggestioni, una volta tornati a casa. Anche leggere durante il viaggio dovrebbe essere una pratica più diffusa di quanto non sia. Grazie per il tuo contributo.

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