NOTE A PIE’ DI PAGINA DI GIORNATE ARRUFFATE

di Valentina Albi

Deve piovere.
Devono tornare a camminare scalzi.
Rendere candidi quei piedi e toglierci di mezzo.

Siamo gli ulmi eroi di un’era di solitudine.

Aspettare il silenzio, come attendere Godot.
Non ti sbagli se ti giri e guardi il passato.
Sicuramente ti arrabbierai con la tua ombra ritardataria.

Un’anima povera come un ospedale abbandonato.

Il tuo animo è troppo autistico per rompere il silenzio di quest’infame colloquio tra me e
il mio demone.
Chi si sveglia dalla realtà è perduto nel sogno.

L’universo condensato in un teatro di abbondanza in cui ogni cosa correva con l’oscurità.

Vivimi come il tuo lunedì.
Abbiamo una compatibilità di silenzi.

Credo tu abbia male ai piedi.
Tu nei miei sogni corri sempre.
C’è un buco nel cielo.
È da lì che passano gli angeli.

Una giornata muta.
Una giornata smarrita.
Non riuscire a comunicare.
Quando finirà questo monologo d’inutili questioni?
È quasi più sconcertante scoprire che la comunicazione funzioni, piuttosto che stupirsi del
contrario.
Io non so come sto, ma so che ora non avrei voglia di stare diversamente.
Io la mattina ho dei problemi con la realtà.

Non vorrei dover costantemente intimare la realtà al silenzio.
Essere situati nel punto della macchia.
C’è sempre il punto della macchia in ogni struttura organizzata.

Quando guardo il cielo attraverso le stelle, riesco solo a vedere ciò che è sparito.
Vorrei guardare il mondo negli occhi e potergli dire basta.
Una riserva di non interferenza.
È tutto troppo pieno qui.
Horror vacui. Horror plenitudinis.

Smettere di fare valige ed essere degli sfollati dei sentimenti: precari container di un
futuro potenziale.

Chi si ricorderà di te quando l’inverno tornerà ad imbalsamare le giornate?

Non l’io che veglia nella notte, ma la notte che veglia dentro l’io.

È come se il mio Dio se ne fosse andato troppo presto e mi avesse lasciato con un
motivetto triste nella testa.

Una vita a raccogliere i frantumi di vetro delle mie giornate.

Quelle volte che non convinceresti nemmeno tua madre che ce la farai, che almeno ‘sta
volta i compiti li consegnerai in tempo.

Oggi la mia vita non si abbottona.
Non si chiudono i tappi delle bottiglie,
si aprono le borse.
Come se qualcosa stesse per uscire.
Ti svegli, vuoi fare la rivoluzione.
E poi ti accorgi che qualcuno l’ha già fatta.
La vita è un gioco a somma zero.

“L’ultimo domani” sarebbe un bel libro da scrivere.
Se avessi anche solo la memoria del mio ieri.

Piove sale sulle relazioni umane
e le parole sulle labbra divengono pustole di acrimonia
che non lasciano passare il cibo tra i denti.

Erano solo sguardi senza voce,
solo gambe senza corsa,
infelicità senza lacrime.
Una mattina triste e violacea,
come quando ti dimentichi di svegliarti.
Dimenticare il proprio passato,
pur di cancellare il presente
come fosse un nemico che ti sta alle calcagna.

La gioia furiosa di una sintassi complicata.

Viviamo in uno spazio sociale senza mondo.
Vacillare. Appesi ad un dito.
Sperando che tenga.

L’orlo delle cose
Bisogna vivere sull’orlo d’ombra delle cose,
lasciarsi scorgere quel tanto che basta per non lasciarsi sopravvivere.
Guardare in tralice la pioggia che scende di sbieco,
per vedere storti un mondo che non sarà mai dritto.
Che cosa compromettiamo di noi stessi purché la realtà ci lasci in pace?
Il sole va a casa in ritardo e io non ho più tempo per pensare.
Una fabbrica di gesso:
che ricopra tutto di bianco,
che cancelli mentre scrive,
che ricominci dal nulla
mentre racconta una nuova storia.
La realtà è un gioco.
Io non gioco a nascondino però.
Bisogna nascondere il tempo.
Vorrei vedermi dal di fuori.
Il “di fuori” non è un “fuori”.
È un dentro visto dal lato sbagliato.
Anziché no.

Come svegliarsi e scoprire che ha sempre piovuto.
In quanti modi si può trattenere il respiro?

Il giardino dei santi ha le ortiche recintate.

L’Italia è un paese di gente nata postuma.

Scrivere
C’è un’ossessiva oscurità e discrezione che uno scrittore deve mantenere con sé stesso.
Non si può scrivere ovunque, comunque, quantunque.
C’è un codice da rispettare: il codice etico della sedimentazione della solitudine.
Le parole devono accatastarsi nel cervello e depositarsi.
Le parole devono fare la muffa.

Non sono io che penso.
Sono i miei pensieri che mi pensano,
che mi si agglutinano lì,
tra la fronte ed il naso
e diventano rughe.

***

Valentina Albi è nata a Verona nel 1984. Dopo aver studiato al Liceo Classico “Maffei”, ha continuato gli studi umanistici alla Facoltà di Filosofia dell’Università Statale di Milano (laureata con Lode al biennio nel 2010). Ha insegnato Lingua e Letteratura Italiana al Dartmouth College (USA) ed ha continuato gli studi a Londra con un Master in Filosofia dei Disordini Mentali. Gestisce un blog personale riguardante l’arte e la fotografia: http://valeland.wordpress.com Menzione speciale in quattro edizioni (2004/2006/2008/2014) del premio nazionale di poesia “Lorenzo Montano”, Società Letteraria di Verona, Italia. Speciale menzione della giuria per il premio internazionale di poesia “Premio Piemonte Poesia 2014”, Centro Studi Cultura e Società, Torino, Italia. Ha pubblicato “Un’apologia della Psicoanalisi” in Scintille Umanistiche, Mimesis Edizioni, 2012.

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