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da qui
Mostrare l’esistenza del bene può costare anche molto sacrificio. Alla vita definitiva, di cui parla il vangelo di Giovanni, non si accede facilmente. C’è chi la considera con approcci di tipo intellettuale, perdendosi in sofismi che giustificano incapacità e motivazioni insufficienti. Ci si lancia in discussioni senza fine, pur di non compiere l’unica scelta all’altezza della situazione: quella del gesto concreto, della prassi. Ciò non significa rinunciare alla teoria: c’è una legge scritta dentro, accessibile a tutti, dotti e analfabeti, perché altrimenti la verità sull’uomo sarebbe appannaggio di una élite. La norma interna è quella di un amore concreto, disponibile al dono radicale del corpo e della mente, aperto alla realtà superiore dello spirito. Solo in questo fare, conseguenza logica dell’essere, si attinge alla vita, che s’invera nella carne e nel sangue della propria esperienza quotidiana. Conoscere non basta: è l’eterno errore della gnosi, che individua nel sapere il criterio del bene. Ma sapere soltanto è troppo facile: è il fare che è difficile, l’azione concreta che costa sacrificio, e dimostra come il bene non sia solo un pensiero da filosofi, ma una meta conquistata con dolore. La legge interiore dell’amore non si ferma davanti agli ostacoli posti dai gusti e dal carattere, dall’accidia o dalle idiosincrasie. Gesù arriva a dire che il nemico dev’essere incluso tra i beneficiari della nostra attenzione e della nostra cura. La condizione di prossimità è l’essere uomo, non occorrono altri titoli. E di fronte a una persona bisognosa non c’è barriera che tenga: di razza, di ceto, di cultura. Si indica la strada della vita soltanto nel momento in cui si è capaci di donarla, di avere compassione dell’umanità sempre e comunque, fondamentalmente, povera. La norma del vangelo non cambia: non basta un pensiero edificante; è necessario uscire, andare con fatica e sudore incontro all’altro, portare a termine il pellegrinaggio più proficuo: quello dall’io al tu, dalla mia riva a quella del mio prossimo.

DA UNA RIVA ALL’ALTRA
Da una riva all’altra: Dio e il prossimo, approdi di uno stesso oceano d’amore e il mio cuore è “una stanca nave”, Rabby, insegnami l’amore Tu che solo parli divinamente, Tu solo puoi portare l’anima alla contemplazione di Dio come acuire il mio sguardo interiore per ritrovarlo in ogni creatura.
Come si attarda il cuore a seguire quell’invito di amare come Lui ha amato e comprendere che incontrare le creature e conversare con loro è incontrare e conversare con Dio, servire loro è servire Te, primogenito di ogni creatura.
Guardando Te, Gesù, amore incarnato, intravedo Dio, guardando gli uomoni intravedo Te, sconosciuto, celato, disseminato nell’umanità.
“O, sparpagliami Tu, Amore,
per le strade. Olio e vino
sia il mio annunzio”
“Intimius intimo meo et superius summo meo”
S. Agostino
Tra la vita dello Spirito e noi, proprio nel mezzo, e’ piantata la croce.
Avvicinarci a Dio che vuole Lui stesso arrivare a noi: il tutto attraverso un Ponte d’eccezione, la perfezione da raggiungere /che ci raggiunge. La vita per edificare la bellezza dell’arco.
la musica e lo spirito…
“Conoscere non basta”
Ma la memoria di un regalo bello può aiutare
“Rimanete nel mio amore.
Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”.
(Gv 15, 9-11)
Una memoria che opera una specie di miracolo, di ritrovare gli occhi del Bene negli occhi di qualcun altro, il profumo buono del pane spezzato ogni volta che si condivide vita e speranza. Una memoria che fa da luogo di ritrovo, parametro, almeno per chi scrive, per cui onorare quel regalo è anche cercare di mettere in pratica quell’insegnamento, quell’ amore che ci è stato insegnato. Mettersi in discussione costa, ma la sensazione di un abbraccio senza confini è di grande gioia.