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Mostrare l’esistenza del bene può costare anche molto sacrificio. Continua a leggere
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Mostrare l’esistenza del bene può costare anche molto sacrificio. Continua a leggere
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E’ una specie di Muro occidentale: i lastroni in pietra sono quelli, ma molto più recenti, lisci; esiste forse una copia di ogni cosa, un luogo dove sia possibile specchiarsi in una giovinezza ritrovata, un volto senza rughe, una pelle di bambino, dove le forze ritornino come per miracolo, per un sogno che rigenera, un’utopia che fa ricominciare? Continua a leggere
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Amerigo è in preda al panico: catapultatosi fuori dalla macchina, cerca di farsi largo tra la folla assiepata intorno al corpo di Cosimo. Riesce a stento a vederne il volto pallido, il rivolo di sangue che scorre dalla tempia verso il grigio scuro dell’asfalto. Gli occhi si affrettano come animali braccati fra l’edicola, la folla e l’uomo steso in terra. Nel cicaleccio, s’indovina ogni tanto una parola: incosciente, distratto, limite di velocità, ambulanza, polizia. Continua a leggere
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Antonio è un povero malato, con madre malata. Ha una faccia tonda, denti malconci e capelli ogni volta un po’ più radi. Cammina barcollando, come portando un peso: l’atto semplice di esistere per lui è una fatica insostenibile. Saluta con venerazione, come si fa in un luogo sacro, mentre non è che l’ufficio parrocchiale. Farfuglia quando parla, si mangia le parole, quasi a scusarsi per una violazione di proprietà privata. Cerco di metterlo a suo agio, di convincerlo a lasciarsi andare, ma lui è inchiodato alla forma del rispetto, balbetta della mamma inferma, delle difficoltà per sopravvivere, delle gambe e dei piedi che non vanno. Antonio è l’altra faccia del mondo, la sconfitta nascosta dietro l’efficienza delle storie produttive. Gli faccio un gesto conciliante, per trasmettergli un senso di confidenza fraterna, inutilmente: mi tende la mano dall’altro emisfero della vita, sa del suo destino di memoria vivente del nostro fallimento, della nostra illusione di farcela comunque.
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Verrà il giorno: la Bibbia è attraversata dalla profezia, come la vita dall’abitudine e la rassegnazione. La differenza tra Dio e noi è che lui non cede alla corrente, non registra fiaccamente le sconfitte quotidiane, imprecando al destino. Il profeta parla a nome di un Dio carsico, invisibile, che si fa strada anche quando appare, allo sguardo, un deserto inospitale. Da che ne sono consapevole non temo più nulla, anche se tutto mi ferisce. E’ il paradosso inestricabile che si annuncia ogni mattina. Verrà il giorno: è sempre rovente, terribile, incendiario. Dio nessuno lo ha mai visto: abbaglia come il sole; attraverso il grigio delle nuvole ci si illude di coglierne la forma, di inquadrarlo in un sistema. Ma prima o poi si riaffaccia col volto sconvolgente, la presenza mozzafiato. Verrà il giorno in cui piangerò di gioia, perché le ali si scioglieranno finalmente a contatto col suo fuoco.
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L’abbiamo visto tutti. L’hanno commentato scrittori e specialisti, casalinghe, baristi, professori. Secondo me, c’è poco da dire. La fine della civiltà, l’inizio della giungla. Ammazzare come si offre un caffè, un gesto che non desta sentimenti, solo un filo di curiosità. Ci si passa sopra, fra tante cose a cui pensare. Affari di vario genere. Affari tuoi, affari miei. Affarinculu.
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Darei il Nobel per la pace ai poveri che non prendono le armi. A chi non ha da mangiare e muore in silenzio, nell’indifferenza generale. Che l’Accademia scelga tra i fantasmi nascosti negli angoli oscuri della storia, tra le voci che vorrebbero urlare e invece osservano mute la mano del passante. Rabbrividisco pensando alla consegna del premio prestigioso: mi tornano alla mente le mani tese dei mendicanti della terra, le richieste timide, querule, aggressive, la voce potente della fame che scardina il mondo dalle fondamenta. Nessuno se ne accorge, distratto dal rumore dell’aspirapolvere, del phon, del forno a microonde. Dal rumore assordante del potere armato del denaro.
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La malattia è il centro del mondo. Ti costruisci un presente, nonostante le difficoltà, lotti con tenacia per edificare con materiali affidabili, poi arriva il responso e ti smentisce senza appello. La ribellione è inevitabile. Chi parla della fede non può dimenticare Giobbe o Qoelet, il quale dichiara senza mezzi termini: “Odio la vita”, e alla fine della lettura proclamiamo: “Parola di Dio”. La Scrittura conosce lo sprofondare nell’abisso, la bestemmia violenta. Guai a coloro che vivono o annunciano una fede sempre uguale, un cammino senza scosse: non hanno a che vedere con la storia del popolo di Dio. La verità è nel combattimento logorante, quello che Giacobbe sostenne una notte intera sulle rive dello Jabbok. La sorpresa è che l’angelo ti lascia vincere: per questo non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele. Allora, al centro del mondo, non ci sarà più il male, ma la strana e geniale musica di Dio.
Mozart a Praga –Tredici rondò su Praga
(Traduzione di Sergio Corduas)
(Mozart v Praze. T?ináct rondeaux o Praze, 1951)
I
Kdybych na flétnu um? hrát,
tak jako umím verše s rýmy!
[…]
Ah, se il flauto io sapessi suonare
come so fare i versi in rima!
La parola? Che vuoi che esprima
per colei che ha voglia di danzare
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