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da qui
Il discorso del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è un’occasione per verificare la nostra posizione rispetto alla Nazione, agli ideali, all’impegno nella società alla quale apparteniamo. Su di lui è stato detto di tutto: prevalgono di gran lunga le note positive, ma non sono mancati sospetti e insinuazioni, a cominciare dalla sua famiglia, per finire col suo Credo. Mi pare una felice coincidenza che a un Papa che incide – a volte dolorosamente – nel tessuto della Chiesa, con le sue imprevedibili aperture, corrisponda un Presidente che parla degli altri, a tutti gli altri, attento a non escludere nessuno. Mi sembra una prima rivoluzione di formule e abitudini che hanno portato il popolo italiano a diffidare dei politici e, in genere, di qualsiasi istituzione. Confesso d’essermi commosso quasi ad ogni frase del discorso inaugurale: come se il Parlamento si accorgesse, per la prima volta, della gente che vedo intorno a me, della famiglia che stenta a tirare la carretta, dell’immigrato che quasi si vergogna di guardarti in faccia, della madre disperata per il figlio che ha perso l’ennesimo lavoro. Quel “significa”, così tante volte ripetuto, mi è sembrata l’anima stessa di un Paese in attesa di una svolta, della fine di un incubo infernale. Sergio Mattarella non potrà cambiare nulla, in quest’Italia vittima di un sistema mondiale incapace di rialzarsi, ma ha pronunciato parole che affidano a ogni uomo, a ogni donna, a ogni bambino, che sia nato o meno in questo posto, le lacrime sgorgate da un sentimento ormai quasi sconosciuto: la speranza.

Si, le sensazioni sono buone, speriamo.
si, ha commosso anche me , dopo tanto tempo, dopo troppo tempo