
Domenico Adriano, Dove Goethe seminò violette, Il Labirinto, Roma 2015
di Rosa Salvia
Domenico Adriano è un poeta complesso, anche se le sue composizioni si offrono limpide alla lettura, perché qualcosa resta, nel fondo, di non detto, qualcosa di cui i versi hanno alzato un velo che non vuole scoprirsi per intero, qualcosa che costituisce il rovello segreto dell’occasione e dell’uomo.
Già dal titolo Dove Goethe seminò violette, si coglie il senso profondo di una poesia al contempo di abbandono e di pudore, il tentativo di rendere la sensazione in una forma immateriale, di puro suono. Una tenerezza composta, misurata informa testi di autobiografia ‘dissimulata’, dietro immagini in cui si fondono persone e cose, presente e passato, sogno e veglia, in un’atmosfera talora crepuscolare che rimanda per certi versi a Guido Gozzano.
Una poesia che nasce come colloquio supremo con le figure che si accalcano una accanto all’altra indistintamente, albero, bambina, madre, nonna, olivo quasi a richiedere al poeta il senso dell’esistere, profili d’identico rilievo, pur nella varietà. Chiamati di volta in volta a partecipare al suo lucido gioco, ora bizzarro (Mi guida nel buio un fantasmino. / “Te lo regalo, papà, te lo regalo / guarda come si illumìna”, indica / con il dito dal cesto dei suoi colmi / quattro anni una bambina. Sì, è bello / le dico è bellissimo come / s’illumina! Ma lei ha le idee / chiare: “Papà, si illumìna, / si illumìna mi piace di più!” // “E’ vero, è proprio vero: / se si illumìna, / si illumina di più.); ora bonariamente ironico (Al telefono mia madre / lo scorso aprile: “E’ impazzito sta fuori / dalla finestra e grida, gli scoppierà / il cuore! Vuole che non si tagli / il ramo dei cardellini”.); ora nostalgico (Anche il poeta Vito Riviello / e il mio amico Pasquale Rea, polveri / e luci di aria ora stanno in fondo ai mari.), evocati forse per esorcizzare paure, per rappresentare l’anelito del tutto, l’eterna aspirazione all’innocenza, la fisica ebbrezza di sentirsi vivo, di toccare, di possedere le cose belle e buone e fresche affinché la luce non ceda il passo al buio (Il pensiero di lei, il dolce pensiero. / Solo voi sapete, o miei papaveri, / la gioia di prenderla, non perderla, / di averla di perla e di castagna.)
In tal senso la struttura della raccolta chiarisce il passaggio dallo scacco esistenziale verso una ricerca cosmica e universale, di tipo simbolico-allegorico i cui referenti poetici e la scarnificazione metafisica delle immagini, nell’ambito di un background di emozionante ampiezza, riecheggiano la spinoziana visione del deus sive natura o la stessa ‘arte poetica’ di Claudio Damiani del quale Adriano condivide, anche se con toni e forme espressive diverse, l’intimo convincimento che tutti gli esseri viventi siano ‘persone’.
I contrasti agiscono potentemente sul linguaggio con ossimori, sinestesie e scontri astratto-concreto dove nuclei ragionativi sono presentati con figurazioni analogiche di ambito realistico (“Com’è veloce il tempo, / prigioniero / a Norimberga erano lunghe / le ore. Ogni notte dovevamo fare dodici carri armati.“)
L’illuminazione oltre che la descrizione, il frammentario più che il compatto, il nondefinito invece della massiccia coerenza del reale sono vie attraverso cui i versi di Domenico Adriano si spingono a cercare il limite estremo della parola, a comporre un mosaico poetico capace di superare la distanza fra realtà esterna, sensitività e coscienza in autonomi paesaggi interiori.
Un silenzioso schianto
in pieno sole
troncò alla radice
questo giovane albero:
se ne sta disteso
nel lume del suo rame.
Il vento il cupo verde –
e noi la natura
allegri inginocchiati. Siamo giunti
in questa radura
dall’ alto di un sentiero
che fecero animali
teneri e possenti, ghiotti
di spine appena nate.
(pag. 67)

Conosco bene Domenico Adriano !!! E’ mio compaesano !!! Valido poeta !!!
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Non conoscevo questo poeta, ma la tua recensione ben fatta è riuscita a incuriosirmi tanto che appena avrò due soldi (la vita da universitari fuori sede è secca) acquisterò la raccolta.
Una recensione questa che davvero “si illumina” illuminando la scrittura poetica di Adriano, elevando l’intensità della nostra fruizione estetica, facendoci desiderare di avere tra le mani il libro. E’ questo il compito di un buon critico, e Rosa Salvia ne ha tutta la stoffa, oltre che, da sensibile poeta, tutta la passione.
Grazie davvero per questi commenti così lusinghieri! fanno ancor più piacere perché il senso della scrittura è la capacità di riuscire a comunicare con il lettore. Vorrei poi aggiungere in risposta a una poetessa di valore (non amo in poesia la parola successo) come Annamaria Ferramosca che io amo scrivere solo di libri che mi convincono pienamente. Spesso quando sono al mio tavolo di lavoro smetto di leggere testi, li lascio andare per la loro strada come si fa con una persona noiosa. Non amo le stroncature, lasciamole a chi fa il ‘mestiere’ del critico.