di Flavio Tannozzini
Manca soltanto un treno, per tornare a casa
e non sentire più
quel fischio che mi fa impazzire,
il rumore di ferraglia nella testa,
il rombo dei convogli sui binari freddi, in gallerìa,
lo stridore dei freni, che mi graffia i timpani e la faccia
al suono di sirene.
Tutto questo è nel vino, come sempre: lo so che non esiste,
e nemmeno succede,
è solo uno scherzo del pensiero.
Per arrivare a casa, manca un treno.
E non sentire più le risa acute
di persone allegre,
i tacchi alti di donne, sul selciato,
che non potrò guardare coi miei occhi chiari,
per paura di farle innamorare,
che non guarderò più con gli occhi pieni,
per timore di farle spaventare.
E non vedere tutti quei signori,
vestiti come andassero a una festa,
tanto lo so che non è mai la mia,
ma una moneta, o spicci, o quel che sia.
Un paio di cartoni e me ne vado,
vado via, da solo, al mio rifugio,
a un ripostiglio buio che sta aspettando:
un nascondiglio in mezzo alle sterpaglie
che solo io conosco
– e qualche disgraziato come me,
o un angelo che non ho mai visto,
ma canta nella notte, per farmi compagnia.
Viaggia nel buio
l’ultimo diretto per Varsavia,
veloce, come il cuore
che batte per la vodka,
o per la gioia;
feroce, come la vita che mi sbatte
la porta in faccia, ancora, sulla soglia.
Lo lascio sui binari: era l’ultimo cartone,
insieme alle sconfitte e alle paure;
ancora mi nascondo, nel controsoffitto del vagone,
tra pochi istanti varcherò il confine:
e sarà casa, e sarà ricominciare.
Se avrò fortuna
si aprirà la porta,
troverò qualcuno ad aspettare:
il volto di mio padre, le braccia di mia madre,
e forse quella figlia che non ho saputo – non ho mai potuto –
amare.


La porta del cielo si e’ aperta per te, Gregorio, sono orgogliosa di aver ricevuto il tuo abbraccio.
La casa
L’uomo solo ascolta la voce calma
con lo sguardo socchiuso, quasi un respiro
gli alitasse sul volto, un respiro amico
che risale, incredibile, dal tempo andato.
L’uomo solo ascolta la voce antica
che i suoi padri, nei tempi, hanno udita,
chiara e raccolta, una voce che come il verde
degli stagni e dei colli incupisce a sera.
L’uomo solo conosce una voce d’ombra,
carezzante, che sgorga nei toni calmi
di una polla segreta: la beve intento,
occhi chiusi, e non pare che l’abbia accanto.
È la voce che un giorno ha fermato il padre
di suo padre, e ciascuno del sangue morto.
Una voce di donna che suona segreta
sulla soglia di casa, al cadere del buio.
Cesare Pavese
Bellissima, grazie.
GREGORIO……….. Cosa dire, mi sei mancato da subito i momenti scuri e quelli pieni d’amore quando mi raccontavi della tua pupa. “Sei una persona buona” solo sfortunato nel cammino della tua breve vita. Non ti dimentichero’ CIAO.
Questi versi trafiggono il cuore, e dalla ferita sgorga il desiderio di pregare per te, Gregorio, anche se di persona non ti ho mai conosciuto.
E’ finito il tempo della stazione. E delle immagini che scorrono fuori dal finestrino, fredde, impersonali, sognanti, meschine. Senza anima. Spada e carezza. Tutto si nasconde e scade nelle grida belluine sul sagrato della Chiesa, di quelle che spaventano, puzzano di alcol già da lontano, di quelle che cercano il giusto, il fine, che chiedono senza domandare. L’ultimo rumore non sovrasta la Voce del silenzio, l’ennesimo dolore lascia un gancio per l’abbraccio.
Un pianto asciutto riecheggia, in stazione. Un binario muto prega.
L’ha ribloggato su conilcuore.
SÌ, AVRAI FORTUNA!
Chiunque può giudicare “bella” questa poesia, ma chi ha ancora negli occhi, nelle orecchie, nel naso il suo protagonista, non può non giudicarla anche vera.