Vi proponiamo un estratto dello splendido poemetto Abele, di Lucianna Argentino, pubblicato da Progetto Cultura nella collana “Le Gemme”, facendo seguire il link della lettura alla Radio Vaticana.
Parlami madre, raccontami ancora
del tempo nel giardino che quando lo fai
nei tuoi occhi balzano gazzelle,
si alzano in volo farfalle, ruggiscono leoni;
le tue parole cantano, mi scorrono sotto pelle
ed è sangue di luce, è nostalgia feroce
che plachi col tuo fiato profumato di nardo e di cipro;
nella tua bocca è frusciare di arbusti,
frullo d’ali, è il passo del Dio quando viveva qui.
Lei tace e guarda lontano,
sente nelle mani la rovina,
le linee aggrovigliate senza pace.
E’ una bambina accucciata
accanto ad un dolore che non comprende appieno
perché c’è nata fuori, è nata prima,
in un luogo e in un tempo in cui tutto era cosa buona
e ogni cosa aveva un nome esatto e benedetto.
Sente lo smarrimento,
la pena che è sostanza piena
di quanto la fa carne di un’assenza,
di nessun’altra carne
se vorrebbe strapparsela la costola
incarnita e dolente senza amore.
Il fianco un fosso scavato dalla separazione
– vuoto dell’incompletezza eppure campo
dove arare la riconciliazione.
Sentire le mani del Creatore
plasmarla nuova e tutta intera – di sé sola creatura
ossa delle proprie ossa
carne della propria carne –
così da poterne fare un dono
e non un vincolo né un destino,
a nulla sottomessa se non a se stessa
che spalla a spalla passeggiava con lui nel giardino.
Senza doglie nascemmo
il Dio ci fece – polvere dal suolo – come un artigiano
frutti del suo lavoro
e con noi s’è fatto padre inesperto e imprudente
a dire “non si tocca” a due bambini, in fondo.
Qui la voce le si incrina
qualcosa dentro, così come allora
continua a spezzarsi di nuovo ancora e ogni volta
in quel punto si ferma, rientra nel racconto come un’altra,
cambia voce e in lei si rinnova il travaglio
della generazione del tempo in grembo all’eterno,
l’entrata della storia nel suo corpo
attraverso la sua bocca – cisterna per la semina
e la raccolta di ogni parola e nome nuovo
fatti racconto e dunque cosa che s’avvera
passaggio dal principio divino all’inizio umano
ché nel giardino era solo nascita
e la luce rideva toccando terra.
(…)
Hanno scritto che si aprirono i vostri occhi
ma tu, madre, dici che non fu così
che si chiusero piuttosto, che non riusciste più a guardarvi
come vi guardavate prima
quando avevate l’umile trasparenza dell’acqua
la sua vita aderita all’obbedienza
e non eri di lui né da lui
ma eravate l’uno dentro l’altra
per la sola intercessione dell’amore.
Sfilati ad uno ad uno i fili del divino
inciampaste in una sapienza cieca
senza pudore vi scopriste inospitali;
perdeste la pratica semplice
che delle carezze hanno le mani.
Vi perdeste.
Fu disobbedienza, infedeltà, impazienza,
fu la naturale necessità di dubitare e una curiosità inetta
a sorprendervi nudi, a rapire il vostro sguardo.
Disorientato, impaurito divenne piccolo e parziale e vorace,
si recise la radice che lo legava al moto superluminale del cuore
e ora crede solo in ciò che tocca.
Ma era necessario, madre,
che i vostri occhi mutassero sostanza,
che la nudità si trasformasse in mistero
per il libero declinarsi di una stessa natura,
caduta nell’abisso del possesso
e vedeste le vostre impronte sulla terra
accanto alla facilità che i semi hanno di generare vita,
che arrivaste al luogo dell’io e del tu,
dentro il largo della possibilità perché
l’amore ha bisogno di un tirocinio terreno.
(…)
Nel giardino tutto si dispiegava limpido
davanti ai vostri occhi che videro il mondo
prima e dopo il tradimento, quando non ci fu più somiglianza
fra voi né intimità, quando il Dio si ritirò.
Non vi cacciò madre, il Dio andando via
portò con sé il giardino,
ci lasciò liberi di piantare noi il nostro,
con alberi a nostro piacimento,
con atomi per tutte le possibili strutture
semplici e complesse di spirito e materia,
con la fede e la speranza da imparare
e con quell’incessante appello
a risuonarci dentro: Ayekah: Dove sei?
Che il Dio non c’entra niente né col bene né col male
che in mano nostra è il loro potere e a noi il Dio
ha rimesso la possibilità della sua presenza,
che sta a noi portarlo sulla terra
dargli dimora, farne un pozzo.
Questo il compito, il mandato,
la testimonianza della difficile transitività
che non è certo che cose uguali a una terza
siano uguali tra loro.
(…)
Tu, madre, raccontavi mentre Caino intagliava animali nel legno,
li faceva per me, il fratello minore che gli era stato affidato,
cui badava quando andavamo a fare il bagno nel fiume,
per cui inventava giochi ma il capo era sempre Caino,
Caino l’eroe, il condottiero, forte e abile.
Io amavo le creature del quinto giorno
anime senza la parola, pure come è puro
non ciò che non si sporca, ma ciò che sporcandosi
mostra la propria originaria innocenza.
Respiravo la loro pace, abitavo il loro essere senza domande.
Stavo nel loro stesso spazio crudo.
Poi, a volte, tu madre, all’improvviso tacevi
e guardavi Caino che intento all’intaglio
non si accorgeva del tuo sguardo,
ma io sì e un poco m’impauriva e un poco lo invidiavo:
a me non lo avevi mai rivolto e mi chiedevo
come faceva a non sentirlo, tanto era intenso, denso
e quale pensiero tuo lo generasse, quale visione.
Mi sentivo escluso – io già l’intruso, l’aggiunto –
e avrei voluto rivelarti di quella volta in cui Caino
volle imitare il Dio, secondo quanto ci avevi raccontato;
quando impastò col fango una figura
e vi alitò sopra, una, due, tre e tante volte ancora
– mi spaventò la sua ostinazione – ma quella
non prese vita e Caino irato la calpestò,
con rabbia la distrusse.
Mi disse di non dire niente, mi minacciò.
Io non parlai. Temevo e amavo il suo cuore
– terra che non ha saputo coltivare, zolla sativa
perduta per incuria, ma
ero felice madre quando con le tue parole
rifacevi tra noi il giardino
ce lo piantavi in cuore, ci trapiantavi il sole e
il corpo snello e agile di ogni cosa fatta secondo la sua specie;
era stare ancora dentro l’alleanza, fino a quel giorno,
fino a quando Caino mi chiamò fuori dalla capanna.
(…)
Anche noi mordemmo il frutto,
perdemmo la reciprocità,
quella che hanno l’acqua e le nuvole
e fummo il balbettio di chi sa dare un nome alle cose
ma non sa farne un dialogo,
restammo dentro un silenzio ostruito,
colpevoli di disamore. Io pure,
io che di nascosto lo guardavo:
la schiena lucida di sudore china sui campi,
la figura alta e bella mentre seminava,
il volto cupo e muto intento al raccolto
solcato da ombre sterili quando offriva i suoi doni al Dio,
ma la cesta del suo cuore era vuota.
Cosa era accaduto dentro di lui e tra lui e il Dio?
Come mai era sempre scuro il suo volto?
Brunito da un sole sconosciuto e ostile
che lo teneva prigioniero nella sua siccità.
Per questo mi tremò l’intera vita quando mi chiamò,
la sua voce nel pronunciare il mio nome
risuonò come una supplica,
fu un falò che mi incendiò tutte le notti,
poi tacque.
Le parole gli ricaddero in gola
tanto si era sottratto all’andare,
perché davanti a sé aveva la sua colpa
davanti a sé c’ero io fatto cosa, intralcio.
E muto fu il suo gesto madre. Terribile.
La sua mano, quella stessa mano
che aiutava la terra a generare si alzò contro di me,
mi colpì e caddi…
Dov’è tuo fratello?
la risposta di Caino – fu quella che mi uccise.
Non c’è grido, né parola che possa con-tenermi.
Superficie di faglia il mio petto – il cuore roccia frantumata
detriti spigolosi mi scorrono nel sangue, mi graffiano
il corpo da dentro. Li raccolgo, ne metto una manciata
nella tua bocca mio Abele, soffio del mio respiro,
perché il mio cuore batta nella tua morte. Una manciata
l’affido a te Caino mio, primo vagito delle mie viscere,
per la tua erranza, pianto il mio cuore,
intero in ogni suo frammento,
sotto i tuoi piedi perché sia cammino di riconciliazione.
E resto col solo nome a battermi in petto…
Piangi madre dei viventi, piangi i tuoi figli,
piangi il colpevole e piangi l’innocente.
Le tue lacrime e il mio sangue
legati ai minerali della terra divengono i cardini
di questa che d’ora in poi sarà per sempre soglia.
Caino avrà terra e discendenza nella carne
ma io avrò la discendenza in spirito dei giusti e degli innocenti.
Sarò colui che non spezza la canna infranta,
non spegne il lucignolo fumante; sarò dei miti e dei pazienti.
Sarò l’essere acerbo che di sé dice
l’imprecisa misura, senza traccia di gesso,
a occhio il taglio perfetto.
Sarò nella lingua del mammifero che lecca via la placenta
e nell’artiglio che la difende.
Sarò nell’occhio al microscopio e nella malattia sconfitta;
nell’equazione risolta; nella lotta del poeta con la parola
e nel verso perfetto; nello sguardo del pittore;
nell’orecchio del musicista.
Sarò nel volo dell’uccello per il nido e la nidiata;
nel granello di sabbia dentro la conchiglia
e nella bellezza della perla; nelle branchie e nei polmoni.
(…)
Sarò il custode e il segno sulla fronte di Caino
– così tu in eterno mi torni fratello, nella mia ferita ti battezzi,
nella mia morte ti reincarni a nuova vita.
Non l’ha creata il Dio la morte.
Arrivò all’ora sesta,
la ingoiammo e quella ci vomitò nel mondo
per un’altra vita nel primogenito
di quelli che risorgono dai morti.
Ora comprendo madre,
attraverso l’oscura chiarità della morte vedo
che all’origine è il dono, l’amore, non il peccato.
Il peccato è la disattenzione, l’indifferenza;
è perdere l’immagine e la somiglianza.
Il male è lo schianto tra il nome e la cosa.
Stammi accanto madre, stringimi le mani, raccontami ancora
di quanto è bello il mondo, di quanto bene è gravido
dell’amore che lo fa degno, di noi – verità che impara a camminare.
Parlami madre che quando lo fai nei tuoi occhi guizzano pesci,
ardono i fuochi del deserto, zampilla l’acqua delle sorgenti…
Lei tace e guarda lontano
vede sub specie aeternitatis
il tempo come un bambino che gioca
sulle ginocchia di Dio e
sente nelle mani la rinascita.
***
[Qui il link della lettura della Radio Vaticana]

