di Stefanie Golisch
Nella mia città natia, l’ultimo era una donna
chiamata Hunde-Martha che viveva con i
suoi cani non si sapeva dove. A volte, nel
pomeriggio, si andava alla sua ricerca, ma
il luogo non fu mai trovato. A Monza,
l’ultimo è un uomo di età incerta, piccolo,
scuro, peloso, vestito casualmente. Non so
nulla di lui, così come allora non sapevo
nulla di lei. Gli ultimi non hanno una storia
da raccontare. Ci sono e poi non ci sono più
e quando ci si accorge, non c’è nessuno a
cui chiedere delle loro sorti. All’improvviso
manca qualcosa che non si sa, ma è destino
che ci si dimentichi presto di chi abita il
mondo senza contare le ore


Angelo, si chiamava l’ultimo degli ultimi ad Ocotepèc.
gli ultimi sono sempre i più poveri e i poveri sono stai sempre disprezzati dagli uomini perché non possiedono, non profumano, non sono eleganti; sono così nudi da mettere paura. Per questo hanno le ricchezze della sottrazione che piacciono a Dio,
Nel mio paese: Bruno. Sempre in bicicleta, sempre con una sorisa impacciiata. Morto per accidente.
Grazzie di ricorarmi, Steffi.