“Editoria è conoscenza degli uomini. E la bellezza, la chiave di questo lavoro è che deve essere premiata l’intelligenza, che a sua volta proprio dal rapporto con gli uomini, oltre che dei testi, si alimenta” .
Giulio Einaudi
(La citazione è tratta dal Colloquio con Giulio Einaudi, libro imprescindibile ed emozionante curato da Severino Cesari e pubblicato da Theoria nel 1991 e da Einaudi nel 2007.
Severino Cesari non c’è più, se n’è andato mercoledì. Il suo ultimo post su Facebook è del 14 ottobre; rispondeva idealmente a quanti, tantissimi, chiedevano, aspettavano sue notizie su una bacheca che è e sarà fra le più belle, profonde e intense nella storia italiana dei social. Era ammalato, sempre di più, ed era grato, felice, solare, sempre di più. Come se dalle tantissime (troppe) sfide affrontate, alcune vinte, alcune pareggiate, traesse coraggio, grinta, amore da dare, più che riceverne. E ne riceveva tanto, da chi lo conosceva personalmente, da chi ha lavorato con lui, da chi lo seguiva su Facebook e sperava, un giorno, di poterlo abbracciare.
Abbracciare una persona speciale, gentile, generosa che aveva trovato la bellezza, la chiave del suo lavoro nel rapporto con gli uomini. Gli autori con cui ha lavorato, come editor, ricordano il percorso fatto con lui come un’esperienza che cambia non solo il romanzo oggetto delle sue cure, ma in qualche modo il senso stesso dello scrivere, del mettersi al servizio delle parole, delle storie, come lui si metteva al servizio degli scrittori.
Molti autori raccontano come fosse solito far leggere ad alta voce i testi su cui lavorare, per lasciare che loro stessi sentissero, ascoltassero il fluire delle parole, delle storie e si rendessero conto, insieme a lui, dell’accordatura necessaria.
Generoso anche in questo, nel non prevaricare con la sua voce, sempre sottile, quasi un sussurro a volte, quella dei suoi autori, mai.
Severino ci ha insegnato la cura, nel senso più ampio del termine. Dalla cura, meticolosa, magica, dei testi, al prendersi cura degli altri, ognuno importante di fronte a lui, che arrossiva e chinava il capo quando lo facevano sentire gigantesco, immenso, quale era, è e sarà.
E ci ha insegnato che l’avere cura (“più che prendersi cura”, come ha sottolineato, salutandolo per l’ultima volta, fra i tanti, tantissimi altri, Ernesto Franco), curarsi è un atto d’amore reciproco, proprio come un editor che, davanti a un libro, lavora in continuo scambio con l’autore, in un fluire di idee e di rispetto.
Da mercoledì 25 le bacheche Facebook di tantissime persone che lo hanno conosciuto, realmente oppure nella piazza che dal 2015 era diventata un po’ la sua casa, si sono riempite di messaggi, riflessioni, racconti così pieni di affetto e ammirazione da far pensare che Severino sia immortale. E forse lo è davvero; come lui stesso ha scritto la mattina dell’11 ottobre, alle 5.44, onorando ancora una volta, una delle ultime volte, quel patto di scambio di amore e cura:
Una promessa per rendere l’affetto che mi date, e al quale non sono in condizione di rispondere come vorrei: possa però tornare a ciascuno accresciuto della vostra energia, della vostra tenerezza, in una ghirlanda d’oro senza fine. Una promessa, fino a che le forze lo permetteranno, io non vi lascerò mai.
