
Marco Marziali torna a trovarci con questo “Preludi” (Augh! edizioni), ispirati ancora una volta a Chopin, il cui fantasma si aggira ovunque, in queste pagine. L’altro protagonista indiscusso è Sultan, il Piccolo Principe della Torre 6, che illumina l’ospedale con la sua eroica dignità nel vivere il dolore.
Diviso – o unito – tra letteratura, medicina e musica, Marziali si affaccia di frequente nel mondo dello Spirito, con sortite bibliche che lo conducono a rispondere a domande tipo “dove sei?”, prese dal colloquio di “Genesi” tra Dio e Adamo, o ad andare, come Abramo, verso se stesso, secondo la traduzione più efficace e aderente all’originale ebraico “lech lecha”.
La geografia dei luoghi – il Policlinico, il Santuario, la “collina madre”, e una casa piena di figli e di rumori – la dice lunga sull’accavallarsi di voci, gesti, accenti che rimbalzano da un mondo all’altro, creando echi che spingono a cercare improbabili armonie, a volte attinte miracolosamente, come nella musica.
È uno scavo attento a non cadere nella trappola delle cose che incidono, ma non coincidono con la nostra intuizione più profonda.
La ricerca, spesso arrancante e trafelata, s’imbatte in improvvise epifanie: “Forse il coraggio vero è lasciare che il proprio Io venga sradicato”, per ritrovarsi, senza sapere come, sulla soglia di una svolta.
Dal Vangelo, Marziali impara molto, e trae le sue conclusioni provvisorie, come quella che i lebbrosi dell’episodio celeberrimo non debbano accontentarsi di essere “curati”, ma aspirare a essere “guariti”. Così il decimo lebbroso – samaritano, of course – capisce che il virus da sradicare con urgenza non è altro che l’Io.
Di scoperta in scoperta, persino un oratorio parrocchiale può sorprendere con la proiezione de “Il cielo sopra Berlino” o del “Curato di un curato di campagna”, a dimostrazione che la profondità di vita è sempre dietro l’angolo, e chiunque può sperimentare la fortuna – la Provvidenza – d’incontrarla.
Sultan, il Piccolo Principe, ci commuove, ci “costringe” a fare il tifo perché possa farcela; ma il simbolo potente rimane quello di Chopin, l’arte che in quanto Bellezza eterna non può, al contrario dei bambini e degli uomini, morire:
“Ora lo vedo bene, quasi soffocare, che si siede comunque al piccolo pianoforte, quel Pleyel che il suo amico parigino, noto costruttore di pianoforti ai quali ha dato il suo nome, è riuscito a far arrivare in qualche modo fin lì. Quel pianoforte che poi, alla fine, nonostante all’epoca venissero bruciati i mobili insieme a tutto quanto posseduto da un malato di tubercolosi, nessuno ha osato distruggere”.
Sultan e Chopin
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