Qualche anno fa, di ritorno da un viaggio negli Stati Uniti, ho scritto una novella ambientandola a nord della California durante il weekend del “Thanksgiving”.
Troppo breve per essere un romanzo, ho scelto di pubblicarla a puntate qui, e se vi piacerà potrete seguirla da oggi fino al 6 dicembre per 13 puntate, ogni giorno alle ore 18:00, illustrata da una mia foto. Chi – come me! – detesta leggere le cose a puntate, potrà trovare la novella per intero in formato pdf il 6 dicembre 🙂 Buona lettura!
La villa era proprio del colore che aveva immaginato senza formularne il pensiero, quando aveva letto l’annuncio sul giornale locale. Marrone scuro, opaco. Inaspettato invece il blu delle ringhiere e della palizzata. L’aveva sempre ritenuto un accostamento aggricciante, trovarlo lì gli diede un senso di sollievo. Lo stesso che provò guardando la facciata mentre girava nel vialetto: betulle bianco cenere allungavano dita nodose verso la casa ghermendola nella luce scarsa del crepuscolo. Dal parcheggio il lago non si vedeva.
Sentì profumo di zucca mentre apriva la portiera. Luci arancione dalle finestre del piano terra ci si squagliavano dentro. Dovette sollevare il trolley per non farlo strusciare sul ghiaino.Una donna in piedi all’ingresso, accanto a una scrivania a serrandina identica a quella che suo padre aveva ereditato da suo nonno, quaranta anni prima. Anche il paralume di vetro verde era lo stesso.
«Buonasera signor Harlott.» gli disse la donna con un timbro basso, piegando gli angoli della bocca in un sorriso veloce. Il suo inglese aveva un leggero accento straniero.
«Come fa a saperlo?»
«L’unico altro ospite che attendiamo per stasera è la signora Court.»
«Ah.» Non volle aggiungere altro. Era contento che la donna non gli chiedesse come stava, se aveva fatto buon viaggio, se aveva trovato neve, al passo. E soprattutto che non lo invitasse a sentirsi a casa, informandolo su come si chiamava lei, e dichiarandosi a sua disposizione per qualsiasi necessità. Non aveva detto nulla, solo tirato fuori una chiave da un cassetto, vecchia come la casa. Il portachiavi di pelle era a forma di scoiattolo, senza nessun numero.
«La accompagno in camera. Serviamo la cena presto oggi, tra un paio d’ore, in soggiorno. Può scegliere se mangiare qui o di sopra.»
«Beh non lo so… cioè… gli altri ospiti cosa fanno?»
Un altro breve sorriso «Cenano tutti qui.»
«Ok allora penso che anche io…»
«Bene. Venga.» e si avviò verso lo scalone. I gradini erano bassi, di legno scuro. La donna li saliva senza fretta.
All’improvviso gli parve di dover dire qualcosa «Cosa c’è per cena, lo sa?»
«Sì, sono io che cucino. È un risotto di zucca e castagne.»
«Ho sentito il profumo già da fuori! Una ricetta sua?» Forse stava parlando troppo.
Arrivata in cima allo scalone si volse «No, della madre di mia nonna. Di Siena.»
«Bella Siena! Ci siamo stati… io e mia moglie. Le era piaciuta da morire.» concluse in un tono più basso «Anche a me, ovviamente.» Notò sulla sinistra una sorta di veranda al centro della quale si trovava uno splendido pianoforte a coda.
«Mi fa piacere. Spero che apprezzerà la vista Signor Harlott. E gli scoiattoli.» disse aprendo una massiccia porta di noce. Rimase sulla soglia consegnandogli la chiave e un sorriso morbido, poi tornò giù.
La stanza profumava di vecchio detergente da legno di cui non sentiva l’odore da anni. Era grande, scura e semplice, sicura si sé; perfetta. Si avvicinò alla finestra larga, bordata di tende verde scuro: dava su una quercia enorme, quasi spoglia. Dietro i rami, il grigio calmo del lago.
Lasciò uscire dai polmoni un sospiro prolungato che gli diede la sensazione di essere stato in apnea fino a quel momento. Sentiva salire sul viso rivoli di vapore tiepido dal termosifone. Il silenzio spingeva nelle orecchie. Strano, il silenzio. Qui non era prevista musica e non c’erano televisori, lo diceva l’annuncio. A casa la sua radio era sempre accesa.
Rumore soffuso di pneumatici sul ghiaino, di fuori. La signora Court?
Dall’interno il suono di due porte aperte e richiuse. Doveva essersi addormentato senza accorgersene. La stanza nel buio. Cercò il pulsante della lampada con la mano e accese per vedere l’ora: mancavano dieci minuti alle sei. Un po’ di sudore sul collo, il plaid era caldissimo. Fu contento che fosse troppo tardi per una doccia. Voleva scendere subito, senza avere tempo per pensare a Eileen. L’aveva sognata di nuovo, passava su un treno che non si fermava; provava a rincorrerlo ma non riusciva a muoversi.
Si lavò solo le mani, senza guardarsi allo specchio.
La sala da pranzo era tutt’uno con il soggiorno. Un caminetto incassato al centro della parete di fondo era acceso con pochi ceppi. Alla sua sinistra un tavolo apparecchiato per sette persone, con tovaglie bianche e piatti lilla; sulla destra due divani anni ’50 color tortora, con in mezzo un tavolo basso da tè, qualche poltrona, un secretaire, piantane, tappeti sopra la moquette. Sulle pareti non occupate dalle librerie solo statiche vedute ottocento. Tutto tiepido e calmo, nessuna candela, nessun orpello.
Una ragazza in piedi accanto alla finestra, con in testa un berretto da baseball blu. Talmente immobile che l’aveva notata solo nel momento in cui si era girata. Erano soli nella stanza. Gli aveva teso la mano «Angela, piacere.»
«James Harlott, piacere mio.»
«Preferisce il lei?»
«Dammi del tu, ci mancherebbe.» le aveva detto, pentendosi, mentre notava che nessun capello spuntava da sotto il suo berretto. Nessuno. Facile intuire il motivo. Possibile? Non doveva avere più di venticinque anni.
«Siamo i primi.»
«Pensavo di essere in ritardo, mi sono addormentato… tu sei qui per la prima volta?»
«Assolutamente sì. L’anno scorso ero… dentro un’altra vita, direi.» concluse con un sorriso. Poi tuffò lo sguardo nel buio della finestra, un istante prima che una figura chiara ne attraversasse la cornice.
Passato qualche secondo sentirono la porta di casa aprirsi: era un uomo sulla quarantina che entrò subito in sala da pranzo. «Sono Jeff, ciao.» disse stringendogli le mani; poi però si mise a fissare il tappeto spostandosi davanti al caminetto.
La signora della reception uscì in quel momento dalla cucina. Indossava un grembiule lunghissimo e teneva i capelli raccolti. James si rese conto solo allora che era bella. Come gli avesse letto il pensiero, la donna gli sorrise. «Tra cinque minuti porto in tavola.»
Gli ultimi tre ospiti scendevano in quel momento le scale, affrettandosi. Un uomo sulla cinquantina con i capelli rossicci e un naso un po’ schiacciato si presentò come Mike salutandoli in un gesto collettivo della mano. Una donna, che James stimò essere sulla soglia dei sessanta anni, pronunciò un ciao generale tendendo poi la mano verso la donna in grembiule: «Buonasera sono Minnie Court, lei deve essere Francesca Chimenti vero? Ci siamo parlate al telefono.»
«Piacere signora Court, mi scusi se non l’ho accolta di persona prima, ma ero in un momento critico della preparazione del risotto.»
«Che delizia! Dà le sue ricette o preferisce non rivelarle?»
«Molto volentieri, si figuri.»
«Grazie! Adoro cucinare sa?»
James trovò la signora Court piacevole, ma era preoccupato che potesse parlare troppo, essere chiassosa, invadente, fare domande a tutti.
L’ultimo ospite invece si era posizionato dietro una delle sedie, con le mani poggiate sopra lo schienale, senza aprire bocca. Era un uomo molto bello, sui quarantacinque anni, con il fisico asciutto di chi fa sport da sempre ma senza esagerare. Calcio o bicicletta, forse: la parte più solida erano gli arti inferiori, fasciati da un paio di jeans marroni di velluto a coste.
«Sedetevi prego, dove vi pare.» disse Francesca prima di sparire in cucina, rientrando dopo un minuto con una pentola fumante. La mise al centro della tavola, dove era rimasto un posto libero, e servì tutti in silenzio. Poi si sedette poggiando con garbo il tovagliolo sulle gambe. Ognuno guardava il proprio piatto, il profumo era avvolgente e con una leggera speziatura. Forse una punta di curry? Francesca versò del Chianti di sua importazione nei calici; poi prese un lungo respiro, sorrise a tutti, e infilò per prima la forchetta nel risotto.
Nessuno parlò durante il pasto, a parte per complimentarsi sul cibo, e dopo una seconda portata di carni fredde e insalata imbandita dagli inservienti di cucina, Francesca si schiarì la voce prima di parlare «Come avete letto dal mio annuncio e sul sito, qui non è prevista alcuna forma di socializzazione, e non metterò nessuna musica. Ciascuno di voi ha la sua storia, il suo motivo per aver scelto di passare qui da solo il Giorno del Ringraziamento, invece che con i propri parenti o amici, e ci sono cose che potrebbero risvegliare sentimenti dolorosi: la musica da questo punto di vista sa essere molto crudele, molto. Però» disse alzando un po’ l’intonazione della voce «se dopo il dessert non volete andare subito in camera potete restare qui. Ci dovrebbero essere delle carte da gioco nel cassetto del secretaire, e se volete sdraiarvi sui divani a leggere dei libri trovate i plaid nella cesta, là dietro. E nel ripiano basso della libreria c’è una scacchiera che ha anche il backgammon. Se invece volete andare a guardare le stelle, a destra della porta trovate lanterne a petrolio. Io resto qui a portata di voce, per un po’.» e dopo un breve sorriso si alzò da tavola ed entrò in cucina.
Così era la fine del programma, fino alla colazione dell’indomani; ed erano solo le sette e mezza. James ebbe un brivido di paura all’idea di salire di sopra, aprire la porta della sua camera e doverla vedere buia prima di fare in tempo ad accendere la luce. Se l’avesse vista così, anche dopo averla illuminata ne avrebbe continuato a sentire il sapore di nero desolato, e chissà quanto ci avrebbe messo poi a prendere sonno. Con quali sogni.
Nessuno si alzava ancora da tavola. Angela alla sua destra stava con i gomiti piantati sul tavolo e le mani giunte sotto il mento a guardare il suo bicchiere con un’espressione assorta. Anche la signora Court, che sedeva al capotavola opposto a quello di James, aveva poggiato i gomiti sul tavolo, e guardava serena i commensali. Mike alla sua destra le sorrise.
«Mi scusi» chiese poi rivolta allo sportivo «non credo di sapere il suo nome.»
«Lei è parte dell’organizzazione?»
«No, sono un’ospite, come lei. Naturalmente non c’è bisogno che me lo dica, era solo una curiosità.» aggiunse un po’ mortificata.
«Mi chiamo Samuel Olsen; non è un mistero, comunque. Neurochirurgo, Seattle.»
Minnie annuì poggiando forchetta e coltello sul lato destro del piatto, senza aggiungere altro.
«Sei freddolosa?» le chiese Angela.
«No, non molto. Perché?» le rispose con un sorriso.
«Ti va se prendiamo una di quelle lanterne e usciamo a vedere il lago?»
«Uh che bello… prendo il cappotto!»
Quando uscirono James si sentì un po’ smarrito. Angela assomigliava a sua figlia Caroline, solo più magra, ovviamente, oltre che più giovane di due o tre anni.
Non l’avrebbe chiamata l’indomani, Carrie. Le aveva telefonato prima, quando si era fermato alla stazione di benzina. Lei gliel’aveva detto per l’ultima volta «Papà, stai facendo una cosa… strana, lo capisci? Non è da te. E Jimmy e Sarah mi hanno chiesto di nuovo perché non vieni. Senti, lo so quanto sei triste, lo so che hai amato Eileen persino più di quanto hai amato la mamma, ma stare lì con degli sconosciuti, da solo… una pubblicità letta sul giornale papà! È una cosa misteriosa, strana, non sai quello che trovi. E poi è prevista neve in quella zona, tanto vale che torni indietro capito? Con quattro ore sei di nuovo in California. Papà? Ci sei ancora?»

