Sono sempre stata attratta dagli scrittori e dalle scrittrici, dal rapporto che ognuno di loro ha, più che con il libro che sta scrivendo, con la scrittura in generale. Mi incuriosisce molto capire se per loro scrivere sia un’ossessione, una necessità, un lavoro come un altro, una liberazione. Mi piacerebbe anche “spiare” la loro routine, capire se seguono uno schema, hanno un metodo o si lasciano guidare dall’ispirazione e in che modo.

Inizio questa serie di interrogat… ehm… interviste con un autore, Riccardo Gazzaniga, che seguo dal suo primo romanzo, A viso coperto, uscito nel 2013 per Einaudi Stile libero, dopo aver vinto il premio Calvino (massimo rispetto!). Il suo secondo romanzo, Non devi dirlo a nessuno, completamente diverso dal primo (il primo ambientato nel mondo degli ultrà e dei poliziotti, il secondo in un piccolo paese, Lamon, dove due fratelli imparano a essere grandi, fra paure e segreti)
e i suoi lunghi post-racconto pubblicati su Facebook e attesi dai suoi lettori, dimostrano che Riccardo Gazzaniga ha un talento naturale: prendere una storia, vera o di fantasia, sedersi accanto a te e raccontarla con garbo, competenza, passione (elementi che non sempre, e non in tutti gli scrittori, convivono).
Lo vedrete anche dalle sue risposte, che sono tutte piccoli grandi racconti sulla scrittura e sulla vita ed entrano profondamente nel “mestiere di scrivere”.
Riccardo scrive anche in viaggio di nozze, in Massachusetts
Qual è il tuo rapporto con la scrittura?
La scrittura è una parte imprescindibile della mia vita. Direi il centro. Non c’è giorno in cui non scriva o non pensi alla scrittura. La scrittura mi ha regalato alcune fra le gioie più importanti della mia esistenza, tirando fuori una parte di me per troppo tempo nascosta.
Sono una persona che tende, purtroppo, a non restare nel presente. Sono ansioso, sempre intento a programmare tutto, a temere insidie. Non sono nemmeno molto bravo a esprimere a voce le mie emozioni. Quando scrivo, invece, faccio parlare la parte di me che resta sempre nascosta. È una sorta di meditazione in cui sono insieme del tutto presente e del tutto assente, ben centrato in quel momento, ma anche perso dentro le mie parole. Qualche tempo fa ero ospite di mia madre, in montagna e lei mi vide scendere le scale, venendo giù dalla mia camera in cucina. Mi vide stranito, confuso e pensò avessi bevuto. No, non sono un alcolista anonimo che gira con la fiaschetta, ma lei pensò questo perché mi vide inebriato. Bene, quel giorno io non avevo bevuto ma scritto molto. Era per questo che stavo così, che ero ubriaco.
La scrittura mi ha aiutato a sviluppare il mio ego, a trovare fiducia, a sentirmi capace di fare anch’io qualcosa di unico, qualcosa che nessun altro può fare come lo faccio io. Non che io sia il miglior scrittore del mondo, tutt’altro! Ma ogni scrittore è unico e non riproducibile. E questa è una sensazione che ti pacifica.
Qual è la tua routine quando scrivi?
Non ho una routine particolare e nemmeno fissazioni strane. Ascolto spesso musica, quello sì, rigorosamente in inglese, perché in italiano mi sembra che mi confonda, che mi faccia accavallare le parole in testa. Rock, di solito. Ma anche country, negli ultimi due anni.
Sono metodico, nel senso che ho una scaletta scritta che seguo abbastanza rigorosamente.
Molti scrittori dicono che a un certo punto i “personaggi prendono vita e decidono loro la storia”. Manco per niente, con me. Magari i miei personaggi prendessero vita e facessero il lavoro.
Il lavoraccio è tutto mio ed è un lavoro molto distante dall’idea romantica di alcuni lettori. Non ci sono folgorazioni, non mi riverso sulla tastiera ispirato dalle muse. Si tratta di un lavoro di dedizione e costanza, fatto anche quando sei stanco e ti sembra di non andare da nessuna parte.
Non uno scatto di creatività, ma una lunghissima maratona.
Spesso io divido il mio testo in paragrafi, dunque cerco di finire il paragrafo in corso (2/3 pagine). Di norma, quando riprendo, correggo una volta o due quanto ho scritto nella precedente sessione. Non riesco però a scrivere per ore e ore di seguito. Di solito dopo 2 ore devo staccare e far riposare la testa perché la qualità del lavoro peggiora.
Hai rituali o schemi che segui?
Procedo in modo progressivo. Nel senso che parto dall’inizio e vado avanti. Non riesco a scrivere sotto-storie separate o anticipare la stesura di pezzi di trama che verranno dopo. Essendo razionale e fin troppo quadrato nella vita, lo sono anche a scrivere. Vado avanti insieme alla storia, altrimenti mi sembrerebbe di rovinarmi il divertimento e anche, in qualche modo, di essere artificioso. Scrivo per arrivare a quei punti – il climax, il finale – che mi riserveranno le maggiori emozioni anche da autore.

Riccardo Gazzaniga in Sardegna, in una casa senza riscaldamento, che scrive e partecipa a mille concorsi.
Come capisci che da un’idea, un’intuizione potrebbe nascere un romanzo?
Di solito io parto con delle immagini o delle singole scene. Non tutte sono buone. La mente è come un setaccio e quello che rimane e non scorre via, di solito, è interessante. Non serve segnarlo, spesso, o scriverselo. Sopravvive lo stesso.
Poi ci lavoro sopra, con la mente. A volte la sera a letto, a volte in piscina mentre nuoto, o quando vado in scooter o guido la macchina. Mi costruisco dei film su quell’immagine, mi faccio domande, inizio a raccontarmi una storia.
Per A viso coperto, per esempio, la scena di partenza fu un conflitto tra un poliziotto e un tifoso che erano stati amici e si trovavano a scontrarsi all’ingresso dello stadio. Uno dei due rimaneva a terra, forse morto. Da quella scena ho iniziato a pensare a una storia che poi si è ingigantita coinvolgendo una dozzina di personaggi, ciascuno nato per declinare alla sua maniera l’appartenenza al mondo della polizia o degli ultrà.
Per Non devi dirlo a nessuno avevo in mente questi due bambini, ispirati a me e mio fratello, in un paese di montagna. Quello di mia nonna, per la precisione: Lamon. Dalla loro mansarda i bimbi guardavano il bosco. E il bosco guardava loro. Ho iniziato a chiedermi chi ci fosse, nel bosco. Cosa volesse da loro. Perché volesse far loro del male. Ammesso che fosse lui, a volerlo, e non altri. Poi un maestro delle elementari mi ha fatto leggere un ricerca affidata ai bambini su una leggenda delle montagne venete e boom, ecco l’idea buona con cui mescolare il tutto. Da lì, srotolandolo il mio film mentale, è nato l’impianto narrativo del romanzo.
Chiuso il file definitivo (per te) a chi lo invii?
Il fatto è che per me non esiste un file definitivo, mai. Sto sempre pensando a come rendere migliore il libro, dove siano le debolezze e come sistemarle. Se potessi correggerei anche i miei libri editi. Diciamo che la prima lettrice è mia moglie Daniela. Lei è stata quella che, anni fa, mi ha convinto che dai racconti potevo scrivere un romanzo. Quando scrivo penso a lei, voglio che sia felice, quandolegge il mio romanzo. È il mio lettore-tipo. Se piace a lei, io sono già felice e, di norma, è buono. Mi offre spesso consigli decisivi per rendere l’incastro migliore. Dopo di lei poi ci sono il mio agente Stefano Tettamanti e la miaeditor Rosella Postorino. Poi, se arrivo all’editing ufficiale del libro, altri lettori di volta in volta diversi per avere pareri tecnicamente “utili”. Quando ho scritto A viso coperto ho chiesto il parere di un collega di lavoro e quello di un’altra scrittrice, per Nondevi dirlo a nessuno quello di amici del paese dove l’ho ambientato, per essere certo che le mie percezioni “da scrittore” dell’ambiente non fossero distorte o troppo distanti da quelle di chi, in quell’ambiente, viveva davvero. Mi preme molto essere onesto, rispetto al prodotto che offrirò ai lettori.

La dedica sul primo romanzo, da lasciare al maestro Stephen King
Puoi mandarmi una foto che rappresenti lo “scrittore che c’è in te”?
Te ne mando 3. La prima risale a quando non avevo pubblicato nulla e partecipavo a mille concorsi. Mi portavo quel computer gigante anche in Sardegna, dove lavorava mia moglie, e scrivevo in una casa gigantesca e senza riscaldamento.
La seconda mi mostra mentre scrivo di sera, su una veranda del Massachusetts, in viaggio di nozze, cercando di trattenere quanto vedevo e provavo in quel mondo così nuovo.
La terza è una dedica che scrivo sul mio primo romanzo. La dedica è in inglese, lunga e prolissa. È diretta a Stephen King, cui – il giorno di quella foto – ho lasciato il mio romanzo. Non in mano, purtroppo. L’ho poggiato sotto il cancello della sua villa di Bangor, nel Maine.
Non penso lo abbia mai letto, magari sarà finito nella spazzatura, ma è stato importante per me.
Un modo per ringraziarlo di quanto mi ha dato, da lettore e da scrittore.
E io ringrazio Riccardo Gazzaniga, da lettrice a scrittore.

Che bella idea Francesca!