Al tuo primo incubo io non c’ero
il vento batteva le rotte
e vele di sabbia si alzavano
come voci da una folla
e la mia tra di esse straniera
leggerissima su quella enorme ruvida pelle
che è l’assenza
Qui è il deposito delle forme
di cui non si è trovata parola
una mano invisibile accarezza le superfici
il suo tatto pare ammansirle
e invece le corrode
Di questo sudore sono fatti i nostri sogni
delle traspirazioni di materie
che decifriamo con difficoltà
ma sentiamo alla perfezione
Al tuo primo incubo io non ero
nel letto con tua madre
nella stanza accanto alla tua
ero proprio qui
nella terra che per la prima volta
hai conosciuto e benedetto
La tua paura ha mosso nembi
e strappato in ciuffi i rami d’acacia
una tua lacrima ha abbeverato
carovane di mercanti e dromedarie
coi loro cuccioli
Quando è scoccato un fulmine
ho pregato perché prima o poi
tu sappia raccontarlo
e così renderlo luce per la luce che sei
Finché io potrò
i demoni di questo nulla
si ciberanno della mia carne
e tu sarai protetta
poi ti proteggerà solo la tua libertà
che è sempre un racconto
messo per iscritto o cantato a voce alta
Benvenuta mio amore
nel mondo che contempla il silenzio
e tocca gli abissi
ma continua a confidare nell’alba
Testo e immagine di Yari Selvetella

