
Daniele Maria Pegorari ci invita con le sue Sei lezioni sulla crisi della modernità ad un viaggio dantesco che dall’inferno del Novecento risale alla luce della contemporaneità. Solo che qui non troviamo stelle da ammirare, ma la precaria luminosità della fabbrica dei libri, del totalitarismo della comunicazione, della contumacia dell’autore, della bulimia dell’economia del capriccio. Insomma, l’uscita dal “secolo breve” non ci ha condotto in paradiso. E qualora il benessere materiale conquistato, da qualcuno possa ancora essere considerato un paradiso, scopriamo che questo non è affatto desiderabile, se ci viene svelato come una “variante luminosa del nulla”.
Ciascuno di questi interventi è dedicato ad un termine che ci aiuta a connotare la letteratura contemporanea. La Postmodernità è appunto il termine di apertura, intesa come “messa in mora della realtà”, i cui prodromi possono già individuarsi nel secolo scorso con il Decadentisimo e il Futurismo. Oggi nell’epoca della orizzontalità social, della “fine della storia”, del passaggio dalla “costruzione” all’ “assemblaggio”, a noi resta di affidarci alla fantascienza e all’ufologia, un po’ con ironia, un po’ no. Posto che davvero alcuni generi, la letteratura distopica o il noir, snobbati solo dalla nostra pesantezza italica, offrono “un meccanismo narrativo suscettibile di trattamenti complessi e allegorici”. Dentro questa liquefazione di ogni certezza, esemplari sono Italo Calvino e Umberto Eco, il primo per la sua “sconfessione fantasmagorica e divertita di ogni storicismo”, il secondo per il suo “realismo negativo”, teso a negare come inganno ogni certezza storica ed ideologica.
Con il secondo termine, Riflessività, Pegorari ripercorre il processo di “secolarizzazione” della creazione letteraria. Da subito “la natura allegorica della letteratura, il suo rapporto, il suo parlar sempre d’altro”, pone la questione del “rapporto dialettico (e persino conflittuale) fra verità e realtà”. Ogni opera è, sia pure in chiave minore e precaria, il libro per eccellenza, il Libro Sacro. Emblematica questa volta è l’opera di Borges. All’opposto, il Positivismo, prima, applicando gli schemi teorici delle scienze esatte, e il Marxismo, successivamente, hanno inteso la letteratura come uno “specchio”, un riflesso del mondo reale. Ma è accettabile questa interpretazione univoca e deterministica della riflessività? Il valore della letteratura non sta proprio nel suo “scarto” rispetto alla realtà oggettiva? E’ proprio in questo scarto, in questa “traccia utopica di una via di fuga”, così come reinterpretata dalla Scuola di Francoforte, ovvero espressa nella “leggerezza” di Calvino, che riscopriamo la funzione più adeguata della riflessività, come “riflettere su”. Ed è, ineludibilmente, una funzione civile, in quanto “un contemporaneista non può non essere anche un sociologo della letteratura”, in quanto ogni materiale letterario “reca in sé le tracce indelebili della società.” E questa sociologia altro non è che “critica letteraria della società.”
L’autore è morto. Sembrerebbe di sì, quando nel 1921 esordisce, tra i fischi, l’opera più nota di Pirandello, I sei personaggi in cerca d’autore, che può essere considerato “il mito fondativo della postmodernità”. Di questa “contumacia” vengono descritti alcuni fenomeni sintomatici: l’anonimia; lo pseudonimo; l’eteronimia; l’autofiction; la pseudobiblìa, che sposta l’insignificanza dagli autori ai filologi (esempio di una letteratura senza autore); i collettivi. Ecco che la terza questione che pone la liquefazione della letteratura è l’Autorialità. Nella fase estrema, dunque, di questo “realismo terminale”, l’autore è diventato egli stesso un personaggio, esprimendo un vuoto sociale, anche fuori della letteratura come dimostra la diffusione del nickname virtuale, che misura “l’inadeguatezza, il conflitto identitario, l’inversione dei rapporti fra realtà e virtualità, fra storia e immaginazione.”
Di questa contumacia, identificata perfettamente da un personaggio come Zeno Cosini di Svevo, la misura è l’Interesse, meglio il conflitto tra due ordini di interesse: quello venale e quello cognitivo. E’ dunque evidente che se l’autore tende a diventare un personaggio, la letteratura diventa un “un segmento industriale.” Lungo questa linea produttiva la filiera del libro-prodotto surclassa quella della lettura. Scompaiono gli editori-umanisti, le collane e i direttori di collana diventano inutili. Acquista centralità l’agente letterario, l’editor, il distributore, il libraio (capace di creare eventi), tutti soggetti che agiscono appunto sulla filiera del prodotto, senza alcun interesse cognitivo per la lettura in sé. In ultima istanza, con qualche importante eccezione come Adelphi, il packaging prevale sul testo, rendendo obsoleto persino il libro elettronico, in quanto appunto privo di confezione materiale, e dunque di fatto inesistente, in quanto inservibile dentro una letteratura che si è spettacolarizzata.
Ed ha perso Sincerità. La letteratura liquida ha capovolto il rapporto fra realtà e finzione. “Così belli che sembrano finti”, con questa folgorazione linguistica Achille Campanile coglieva questa mimesi, “è bello il vero in quanto sembra finto; è bello il finto in quanto sembra vero”. Il mondo ha perduto la sua innocenza, benché si tratti di una mistificazione molto barocca, poco contemporanea. La letteratura di consumo, anche detta di genere, che non è di serie B, come ha saputo dimostrare Umberto Eco, esprime al meglio questa ambiguità, nell’obiettivo di “conferire lo stigma della novità a oggetti che pure rispondono a desideri stereotipati”. Pertanto dentro l’acquario iperrealistico delle identità, la letteratura che riuscirà a non affogare sarà quella capace di riscoprire il valore dell’autenticità, riaffermando la centralità del testo, cosicché “lo scrittore può autenticamente parlare, anziché essere parlato“. Questa è ormai divenuta una forma di Resistenza.
Siamo quindi arrivati alla fine del viaggio. L’uomo contemporaneo fa l’esperienza della “fine della totalità sostituita dalla complessità”, di fronte alla quale, come il protagonista di Novecento di Alessandro Baricco, si può rimanere smarriti, tramortiti. Di questa complessità è paradigma il Jazz “in perfetto equilibrio tra ricerca e godibilità, fra compostezza e disordine, fra classicità e postmodernità.” Se la comunicazione è forma liquida del totalitarismo, la letteratura deve resistere contro il tentativo di ridurla “entro i confini della comunicazione, cioè della mera trasmissione di contenuti già disponibili.” Dobbiamo rifiutare il mero ruolo di spettatori per divenire “soggetti criticamente capaci di intervenire sulla realtà.” Riuscire a muoverci a nostro agio nella liquidità moderna ma senza farci trasportare. “Questo dovrebbe fare la letteratura: non descrivere ciò che abbiamo sotto gli occhi (…), piuttosto (…) catturare ciò che invisibile e tramutarlo in esperienza da narrare.”
Il viaggio nella liquidità del ventesimo secolo si è concluso. Non siamo tornati a casa come Ulisse, ma abbiamo seguito il sole “là dove esso deve ancora arrivare”. Ed è stato una discesa all’inferno dalla quale siamo usciti vivi. “Tocca riconoscere l’inferno come condizione ineludibile (…) per resistere alla tirannia delle sue incarnazioni storiche.”

Inusuale la strana forza che coniuga e divide allo stesso tempo l’aire stesso di codesta postmodernità dispersa e disperata. Gli stessi critici ‘laureati’, e ce ne sono parecchi, spiegano e non spiegano come stanno le cose ed i lettori, seguendoli, diventano essi stessi dispersi e disperati. D’altra parte è impossibile trovare, alla svelta, una qualche soluzione perché manca, per l’appunto, la soluzione di continuità da cui ripartire. Attendere non è possibile poiché la velocità, a misura degli eventi, viaggia, come sappiamo, in fibra ottica e cioè verso l’infinito, a meno che non incappi in uno di quei paurosissimi buchi neri siderali. I filosofi, da parte loro, sono lì che riflettono ancora, tranne Popper che, con flebile voce, ci chiama dal trapassato con in mano un tremulo lucore.