La poesia del vinile

Alcune riflessioni sulla bellezza discografica

di Guido Michelone

Negli ultimissimi anni stanno uscendo, anche in Italia, diversi libri legati al vinile: di recente c’è pure un romanzo, Lacrime bianche dell’inglese Hari Kunzru, il quale narra di un misterioso collezionista alla ricerca di un disco perduto di un fantomatico cantante blues; prontamente uscito nel novembre 2018, un anno dopo l’edizione britannica, il testo fa quasi da pendant alla raccolta di racconti Vinyl, curata in parallelo da Luca Martini e Gianluca Morozzi, che lanciano la sfida (prontamente accettata) a venti loro colleghi (fra critici e romanzieri) di narrare vicende legata al vinile della propria vita, giacché, in fondo, basta un ascolto per iniziare a raccontare, come indica il sottotitolo, ‘storie di dischi che cambiano la vita’: e succede appunto a Massimo Cotto, Gianluca Morozzi, Francesca Presti e tutti gli altri presenti nella raccolta.

Ma il vinile diventa oggetto di attenzione anche da parte di studiosi come accade a Nicola Iuppariello in Vinilici in cui ‘la passione per il disco’ è illustrata attraverso ‘i negozi, i collezionisti, le fiere’, avvalendosi tra premesse e introduzioni di tre fonti autorevoli quali Renzo Arbore, Dario salvatori, Giordano Sangiorgi. Per approfondire invece il tema dal punto di vista tecnico viene prontamente tradotto dall’Inghilterra Il manuale del vinile di Matt Annisse Patrick Fuller che non attiene solo a ‘come ottenere il massimo dai tuoi dischi e dal tuo impianto’ (come avverte il sottotitolo) , ma s’impone come una guida seria (oltretutto ricchissima di belle e utili illustrazioni) alla scoperta della bellezza dell’ascolto di una tecnologia in teoria obsoleta, ma di fatto tornata a rivivere grazie a milioni di appassionati. Del resto il disco viene pure inquadrato storicamente in un lavoro sociologico sugli inizi dei primi media elettrici come L’uomo fuori di sé di Mario Costa, il quale va ‘alle origini della esternalizzazione’ nella Parigi ottocentesca mediante fotografia, telefono e appunto fonografo.

Nel leggere questi nuovi libri viene subito in mente che, per molte generazioni, l’atto maggiormente poetico verso la cultura musicale resta l’acquisto di un vinile, disco long playing a 33 giri, di quei favolosi anni Sessanta che ancor oggi stanno influenzando il panorama sonoro dell’intero globo terrestre. Per i giovani italiani, europei, giapponesi, nordamericani, durante i Sixties, recarsi in un negozio di dischi è dunque un gesto poetico in primis, ma anche un atto di fede, di intraprendenza, di libertà, di emancipazione persino quando si acquista il padellone rock o pop ‘commerciale’ e non il concept album di folk, di jazz, di psichedelica dagli espliciti intenti rivoluzionari.

In tal senso dalla lettura di questi cinque libri si può capire benissimo il mondo odierno, in cui si esprime una poesia del vinile nei confronti dei suoni registrati e più o meno fedelmente riprodotti. Oggi purtroppo si assiste alla progressiva scomparsa dei supporti fisici per la musica. È notizia dell’ottobre 2018 la chiusura di una delle maggiori fabbriche di compact disk negli Stati Uniti, segno che persino la tanto decantata tecnologia digitale sugli infrangibili dischetti color argento soffre ormai un inarrestabile declino. Chissà se un giorno, qualcuno farà dei CD un oggetto di modernariato (magari costosissimo) come ora, da circa un decennio in qua, sta accadendo con il vinile: a fronte del declino materiale della musica registrata/riprodotta (rimpiazzata, per diffusione e ascolto, soprattutto fra i giovani, dall’offerta liquida dei nuovi media), si sta attuando una piccola tenace resistenza, che passa talvolta al contrattacco. In altre parole stanno tornando di moda gli ellepì (detti anche LP) dei favolosi anni Sessanta, i migliori, quelli dove, per paradosso, tutta la musica è poetica: riconoscibili per le immagini in copertina, forse prima ancora del sound prorompente dai solchi sottilissimi (non a caso un sinonimo del vinile è anche microsolco), questi dischi vengono affettuosamente chiamati anche padelloni grazie all’inconfondibile forma e al colore nero della materia plastica utilizzata.

Aldilà dei collezionisti di album classici, jazz, pop, rock, folk, che esistono da sempre (e che solo in parte accusano, negli anni Novanta, il colpo dei CD e ora via via Napster, MP-3, AAC, EMule, iTunes e via dicendo), esiste oggi, alle soglie degli anni Venti del XXI secolo, una nuova generazione di studenti, musicisti, audiofili, melomani o semplicemente appassionati, dai quindici ai trent’anni, che si avvicina per la prima volta al vinile degli anni Sessanta (come pure a quello precedente e successivo), e lo fa in maniera entusiasta, propositiva, arricchente per lo stesso panorama artistico musicale. Il successo del ritorno del ‘vecchio’ disco a 33 giri (non senza la cotta per i singoli a 45 da parte soprattutto dei disc-jockey) risulta ormai tale che persino l’industria culturale (discografica in primis) si sta adeguando, introducendo sul mercato non solo le ristampe di album celeberrimi (sovente divenuti merce di scambio rara e preziosa), ma presentando su richiesta degli stessi musicisti (non necessariamente i sopravvissuti dell’epoca, ma anche i nuovi giovani talenti) i lavori in triplice formato: il download maggiormente richiesto, il CD ancora in auge a livello pratico-documentario e appunto il vinile per palati (o meglio orecchi) fini e sopraffini.

Ma cosa possiede di tanto affascinante un oggetto che genitori e nonni, adesso, ricordano spesso anche con la rabbia o fastidio, quando ad esempio un piccolo graffio comporta rumori, fruscii, disturbi, interruzioni, sino a gracchiare o far saltare la puntina da un solco all’altro, mortificando rovinosamente l’agognato ascolto? Il fascino principale, oltre il sound originario – ad esempio il vero Sgt. Pepper beatlesiano è il long playing, mentre il CD o il file solo una replica – consiste nel saper racchiudere in due facciate e in una copertina a forma di libro o quaderno (con tanto di busta protettiva su cui di solito vengono stampati i testi delle canzoni o pubblicizzato il catalogo della casa discografica) un intero mondo, consentendo al fruitore un’esperienza estetica, comunicativa, sociale a 360 gradi.

Tutto questo viene meno con la miniaturizzazione del compact disk (oggettino mai amato dai discofili) e addirittura scompare con la musica liquida. Il problema, dunque, è proprio questo ed è una questione ‘anche’ poetica, non solo legata all’ingresso di inedite tecnologie (e guerre di brevetti, come accade, ad esempio, con i nastri magnetici in parallelo all’aurea età vinilica): l’attuale liquidità sonora sta distruggendo non solo la dimensione ‘poetica’, ma anche quella concreta, tattile, visuale, figurativa, fisicamente integrata della stessa musica (sia pur sempre musica registrata/riprodotta), quasi tornando a una sorta di oralità primitiva, ma ora internazionalmente globalizzata. Infatti, compiendo una breve disgressione e guardando al parziale successo dei testi liquidi, nella dialettica libro/disco, è come se leggendo solo e-book, nelle case scompaiano di colpo gli scaffali delle librerie (con relative bibliotechine) sostituite da nude pareti.

Ma a cosa si andrebbe incontro? Al vuoto, come sta accadendo in alloggi ormai privi del tipico angolo della musica con impianto radio  e stereo e il mobiletto, per racchiudere 33 e 45 giri. Tornando ai libri, con il dominio assoluto dell’e-book, andrebbe irrimediabilmente perduta o non esisterebbe affatto la biblioteca personale di Don Ferrante, descritta da Alessandro Manzoni nei Promessi sposi: un capolavoro di prosa ricognitiva sulla cultura del Seicento, possibile grazie all’oggetto fisico. E, all’atto pratico, le biblioteche nelle case-museo dei grandi scrittori, talvolta integrate da raccolte di dischi (come quelle di Hemingway, Pasolini e Bufalino) potrebbero ancora esistere per le future generazioni di letterati impegnati a leggere solo su tablet e smartphone?

La liquidità dei testi scritti e dei suoni musicali cancella non solo il supporto materiale (l’oggetto fisico tangibile) ma anche la memoria storica e le relative capacità di attuare nessi logici attraverso la presenza concreta delle forme e dei contenuti che si leggono o si ascoltano, sempre tenendo in conto la sottile differenza tra il testo scritto (dove cartaceo e elettronico si equivalgono) e il suono musicale (registrato e riprodotto, diverso dalla performance concertistica, in cui risiede l’essenza della musica).

Parlando quindi di ‘bellezza discografica’, anche la sfida in musica tra liquidità e vinile contempla un margine di resistenza attiva e consiste nel riflettere, attraverso l’ascolto degli album degli anni Sessanta proprio sulla dialettica musica/politica: si sa che il vinile oggi è ancora una nicchia (a causa della messa in vendita a costi elevati di ogni singolo LP, ma la questione assume altresì contorni filosofici: di fatto, in maniera quasi spontanea (e comunque non programmata dall’industria) negli anni Sessanta, il long playng in quanto tale (più forma che contenuto) tocca i vertici della creatività in ogni campo (jazz, rock, folk, classico, blues, soul, eccetera). In un momento di forte impegno generale, dunque è semplicemente ‘poetica, la ‘musica’ degli album non solo di Bob Dylan o di Leonard Coen (poeti montalianamente ‘laureati’) ma anche quelli ad esempio dei Beatles e dei Rolling Stones,di Janis Joplin e di Jimi Hendrix, di Joan Baez e di Frank Zappa: quante volte a proposito di questa gente si parla di nuova speciale ‘poesia’ atta a sovvertire o connotare un’epoca almeno sul piano simbolico?

Ma oltre ad ascoltare vinili, cosa si può fare in concreto, per limitare il potere della musica liquida, per arginare la progressiva scomparsa dei supporti fisici, per recuperare dall’obsolescenza una cultura storica delle evoluzioni tecnologiche in questo caso legate alla musica? Partire dalla scuola, anzitutto. Superare anzitutto l’obsoleto storicismo gentiliano che vorrebbe, in ambito estetico-comunicativo, la supremazia della parola scritta su tutte le altre arti (le arti figurative pochissimo presenti, quelle performative, come musica, teatro, cinema, quasi nulle). In attesa di una vera riforma dei programmi ministeriali in senso moderno, occorrerebbe estendere a ogni istituto, dalle materne alle università, accanto alle tradizionali biblioteche o alle nuove aule computer, una sala per l’ascolto di musica acquistando, a prezzi modici, tutto ciò che, da centocinquant’anni a oggi, viene compiuto in ambito tecnico-tecnologico, insegnando ad esempio agli studenti come funziona un grammofono con i dischi in ceralacca a 78 giri oppure far loro rivivere le atmosfere, con un buon impianto hi-fi i mitici padelloni stereo di psichedelia o di free il jazz, non senza gustare anche il suono ruspante di una canzone in un 45 giri infilato nel mangianastri o azionato su una fonovaligia: sarebbe un gesto educativo, dovuto e doveroso, ma soprattutto un senso e un risvolto poetico sempre che al rapporto fra musica e poesia si voglia attribuire una connotazione fortemente positiva, come del resto l’assegnazione del Premio Nobel a Bob Dylan sta forse a dimostrare.

Cfr:

Mario Costa, L’uomo fuori di sé, Mimesis, Roma 2018.

Iuppariello Nicola, Vinilici , Zona, Arezzo 2013.

Kunzru Hari, Lacrime bianche , Il Saggiatore, Milano 2018.

Martini Luca e Morozzi Gianluca, Vinyl, Morellini, Milano 2017.

Annisse Matt eFullerPatrick Il manuale del vinile, LSWR, Milano 2018.

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