Ecco un estratto de Gli inseguiti, il nuovo romanzo di Claudio Bagnasco, edito da CartaCanta,
Di nuovo lui.
Preferirebbe essere preso subito a calci e pugni piuttosto che sopportare questa intimidazione: è la seconda volta che l’uomo compare sulla passerella. E se è vero che l’altra mattina era il giorno del pagamento e lui si è presentato solo con la metà dei soldi da restituire, oggi ha semplicemente deciso di uscire di casa un po’ prima per fare una passeggiata su e giù per il porto turistico ancora vuoto di gente; non è possibile che per una distrazione gli stiano addosso così, persino nei pochi attimi di libertà che spettano anche ai carcerati, anche ai cani.
L’uomo dà la sensazione di essere indistruttibile. Non tanto perché averlo scontrato è stato come aver sbattuto contro un muro; ha qualcosa nei movimenti del corpo, negli occhi, che esprimono una determinazione assoluta. Quell’uomo, pensa Franco, o non ha dubbi o non vuole più averne.
Lo osserva rimanere lì immobile, senza nessuna intenzione di guardare altrove, di far altro. La distanza che li separa gli appare troppo esigua per potersi mettere in salvo. Gli viene in mente che la prima mattina in cui si sono incontrati c’era più freddo. Sa che se lo affrontasse sarebbe spacciato. Non gli resta che proseguire, sì, aggrapparsi a un lembo di normalità: dev’essere al cantiere alle otto e mezza, mancano pochi minuti. E così Franco ridà le spalle a Oreste e si rimette in cammino. Riacciuffa il passamano, come se a contatto con quella corda il corpo potesse prolungarglisi fino alla salvezza. Ma non si affretta, perché sa che quell’uomo potrebbe raggiungerlo da un momento all’altro, a prescindere dalla sua andatura.
Avanza. Mancano pochi metri di passerella e l’uomo non gli è ancora addosso: queste due piccole verità gli danno il coraggio di fermarsi e girarsi di nuovo indietro. Quell’uomo è sempre lì, alla medesima distanza di prima. Franco guarda negli occhi Oreste. Oreste guarda negli occhi Franco. Franco non riesce a sostenere lo sguardo di Oreste; si volta in avanti e non può far altro che andare. Si sente stremato. Intravede il cantiere. Cammina. Scorge l’asfalto quasi bianco della strada appena oltre la fine della passerella. Riconosce alcuni suoi colleghi che stanno iniziando a lavorare. Vorrebbe aumentare il passo per mettersi almeno provvisoriamente al sicuro; vorrebbe frenarlo perché si compia subito ciò che deve compiersi.
Il risultato è che non accelera né rallenta. Esce dalla passerella, percorre il tratto di strada asfaltata che taglia a perpendicolo la via polverosa del cantiere. Ha un pensiero per suo figlio: Come faccio a mettere in salvo tutt’e due, come faccio. È nella via. Un collega lo chiama per nome, lui risponde con un sorriso sgraziato. Entra nel cantiere sollevando il nastro segnaletico a strisce bianche e rosse che lo delimita. Si avvicina alla betoniera. La tocca con tutt’e due le mani. Quell’oggetto, con la sua presenza semplice, sicura, gli sembra qualcosa di bellissimo. Guarda indietro. A due metri da lui, le cosce contro il nastro segnaletico, c’è l’uomo. Franco ha la precisa sensazione che l’uomo non oltrepasserà quel limite. Allora fa un passo verso di lui, gli si piazza di fronte. Sente il proprio respiro affannoso e sa che anche l’uomo lo sta sentendo. Franco guarda l’uomo negli occhi, senza spavalderia ma neppure con soggezione: sa che né l’una né l’altra servirebbero a proteggerlo. Vorrebbe dirgli qualcosa, fargli domande precise: Chi è, perché lo sta seguendo, quando ha intenzione di agire. L’uomo acuisce lo sguardo. Franco non lo sa interpretare. L’uomo retrocede di un passo, gli dà le spalle e se ne va. Franco lo guarda allontanarsi lungo la via, il tratto di strada, la passerella, con andatura sempre identica.
Poi vede Gaetano uscire con uno scatto dal cantiere, puntare verso l’uomo. Maledetto Gaetano! Deve seguirlo. Ma sente il capocantiere fare il suo nome, affidargli una mansione, gridargli che è urgente, chiedere se abbia capito prima ancora di dargli il tempo di rispondere. Franco stringe i pugni dalla rabbia, maledetto Gaetano, allora in questa faccenda c’entri anche tu, quindi si volta per cominciare a lavorare mentre il capocantiere gli ripete in malo modo nome mansione urgenza e lui digrignando i denti rimugina: Maledetto Gaetano.
Oreste, una volta rincasato, prende dal mobiletto dei liquori la bottiglia di Sibona Tuttogrado. Si versa un bicchierino, lo beve in due sorsate, guarda l’ora, è così presto per bere che può solo vergognarsi o versarsene un altro. Se ne versa un altro. Pensa: Sto bevendo in piedi. La cosa lo fa quasi ridere. Non sa perché abbia deciso di seguire proprio quell’uomo, non gli è nemmeno simpatico. Si siede. Invece sa che, mentre erano di fronte e si guardavano, aveva su di sé anche un altro paio d’occhi.

