D’annunzio?

di Riccardo Ferrazzi


Ogni volta che torno a Firenze c’è uno spunto nuovo, affascinante, totalizzante che mi aspetta. Stavolta è uno spunto dannunziano. E già mi par di ascoltare la solita storia: uff! D’Annunzio! Quel parlar forbito e saccente, quella voglia di stupire a tutti i costi, quegli estetismi a un tanto al chilo!

Un momento: fermi tutti. D’Annunzio è anche questo, come no? Ma non solo questo.

Prendete una qualunque raccolta di poesie dei vostri preferiti: Montale, Quasimodo, Ungaretti. Oppure Neruda, T.S. Eliot, Dylan Thomas. Diciamo la verità: per ogni lirica stupenda ce ne sono venti dozzinali. Perbacco: è la stessa percentuale di D’Annunzio. E le raccolte? Ungaretti vive per l’eternità sulle liriche del “Porto sepolto”, Montale sugli “Ossi di seppia”, D’Annunzio sull’”Alcyone”. E allora?

D’Annunzio cercava a tutti i costi lo scandalo, la trasgressione fine a se stessa? Capirai: dopo quel che avevano combinato Verlaine e Rimbaud, per far parlare di sé qualcosa bisognava inventare, e lasciare la moglie per la Duse era robetta, cavalcare nudo sulla spiaggia e porcherie varie erano pubblicità.

Quel che conta è più complicato. Chi ha provato a scrivere un sonetto sa quanto è difficile rispettare la regola dei quattordici endecasillabi rimati riuscendo a esprimere quel che volevi dire. Il più delle volte si finisce per dire tutt’altro. D’Annunzio sembra non aver mai avuto problemi di questo genere. La poesia che vi invito a leggere ha una forma metrica complicata (notate, per esempio, l’ultimo verso di ogni strofa rimato o assonante al mezzo con il terzultimo verso), eppure il tono, il senso, l’atmosfera, sono coerenti e compatti. Viene da pensare che ogni singola parola sia l’unica possibile, il mot juste, come diceva Flaubert.

Sarà per questo, perché è così difficile, problematico, riuscire a dire in rima e metro ciò che si vuol dire, sarà per questo che ormai si fa poesia soltanto in versi sciolti, possibimente pochi, senza musicalità, senza atmosfera, lasciando il sospetto che una lirica sia una specie di aforisma con qualche “a capo” prima che finisca la riga?   

Spero proprio di no. Ma nel frattempo (mentre ci pensiamo, mentre ci facciamo un’opinione) vi invito a ripercorrere questi versi, a lasciarvi andare alla loro atmosfera incantata.

E mi domando: che senso ha – per esempio – riscoprire Pascoli (in odio al tonitruante Carducci), se poi rifiutiamo di gustare un gioiello come questo, suggerito a un poeta da una passeggiata vespertina, lungo un fiumiciattolo quasi ignoto, nella periferia di una città magica come Firenze?

LUNGO L’AFFRICO NELLA SERA DI GIUGNO DOPO LA PIOGGIA.

Grazia del ciel, come soavemente
ti miri ne la terra abbeverata,
anima fatta bella dal suo pianto!
O in mille e mille specchi sorridente
grazia, che da la nuvola sei nata
come la voluttà nasce dal pianto,
musica nel mio canto
ora t’effondi, che non è fugace,
per me trasfigurata in alta pace
a chi l’ascolti.

Nascente Luna, in cielo esigua come
il sopracciglio de la giovinetta
e la midolla de la nova canna,
sì che il più lieve ramo ti nasconde
e l’occhio mio, se ti smarrisce, a pena
ti ritrova, pe’l sogno che l’appanna,
Luna, il rio che s’avvalla
senza parola erboso anche ti vide;
e per ogni fil d’erba ti sorride,
solo a te sola.

O nere e bianche rondini, tra notte
e alba, tra vespro e notte, o bianche e nere
ospiti lungo l’Affrico notturno!
Volan elle sì basso che la molle
erba sfioran coi petti, e dal piacere
il loro volo sembra fatto azzurro.
Sopra non ha susurro
l’arbore grande, se ben trema sempre.
Non tesse il volo intorno a le mie tempie
fresche ghirlande?

E non promette ogni lor breve grido
un ben che forse il cuore ignora e forse
indovina se udendo ne trasale?
S’attardan quasi immemori del nido,
e sul margine dove son trascorse
par si prolunghi il fremito dell’ale.
Tutta la terra pare
argilla offerta all’opera d’amore,
un nunzio il grido, e il vespero che muore
un’alba certa.

Un pensiero su “D’annunzio?

  1. sparz

    caro Riccardo, non potrei essere più d’accordo con te. D’annunzio, accanto alle sue varie nefandezze, ha scritto cose pregevoli, non solo la Pioggia nel pineto, certo la più nota (e meritatamente), ma altre, Undulna, questa che tu bene citi, e altre. Grazie!

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *