
Amen
Quando sei morta stavamo
in una casa vecchia. L’ascensore non c’era. C’era spazio
da vendere per pianerottoli e scale.
Dunque non t’è toccato di passare
di spalla in spalla per angoli e fessure,
d’essere calcolata a spanne, raddrizzata
nel senso degli stipiti. Sparire
era più lento e facile quando tu sei sparita.
Parecchie volte, dopo, mi è sembrata
una bella fortuna.
Eppure, se ci pensi, in poche cose
c’è meno dignità che nella morte,
meno bellezza. Scendi a pianterreno
come ti pare, porta o tubo, infìlati
dove capita, scatola di scarpe
o cassa d’imballaggio, orizzontale
o verticale, sola o in compagnia,
liberaci dall’estetica e così sia.
Giovanni Raboni, Amen, da “Cadenza d’inganno” (1957-74). Parti di requiem, in Nell’ora della cenere, Milano, Corriere della Sera, 2008, p. 53.

“Liberaci dal male“ anche quando vorremmo dire:”liberaci dal dolore”.
I pensieri si scompongono nel flusso del dolore, resta la vaga consapevolezza di una libertà sovrumana, oltre la soglia di un ordine apparente.
Mi piace.
I versi più belli, da toccare e sentire concreti accanto:
“Dunque non t’è toccato di passare
di spalla in spalla per angoli e fessure,
d’essere calcolata a spanne, raddrizzata
nel senso degli stipiti. Sparire
era più lento e facile quando tu sei sparita.”
Una dolorosa semplicità