Vita vel regula, di Domenico Lombardini

*

Solo ora ci si accorge

di essere contamina(n)ti

*

Quando la polis si approssima al bios

e la polis e il bios sfumano

l’una nell’altro e divengono

immagini speculari, ricambiabili

ecco che la polis si riduce allo spasimo di durata,

alla feroce, liminale volontà animale

di aggiungere un attimo

ancora un attimo prima dell’ultimo accesso di tosse.

*

L’intromissione del chirurgo stamani

è stata davvero intollerabile: le sue mani

rimestavano impunemente nelle mie interiora

di cui conosco la norma restituita dalla Scienza,

della quale non ho però nessuna contezza, che non sia disordine.

Si è intromesso così tanto in me, da giungere ad afferrarmi di dentro

impugnandomi alla colonna vertebrale e innalzandomi come uno stendardo.

Mi scosse screanzatamente ridestandomi dal torpore cui indugiano sempre ferinamente.

Ricordo distintamente il suo furore, la sua allegria luciferina e la sua gridata ingiunzione Vivi!

in limine dell’immagine sfocata.

*

Si vive nella sporcizia, nella promiscuità.

Il vigore fugge i suoli isteriliti dall’ordine,

dai passi ben cadenzati con cui si vorrebbero normale

le intemperanze di una vita che non può non essere

trasbordante e intemperante, sporca e promiscua.

*

I rimedi della nonna spopolano tra i disperanti della Salute:

bicarbonato di sodio in succo di limone

bevande calde pretese biocide

acribiose composizioni di nutrienti i cui effetti

documentati doviziosamente dalla Scienza

promettono di donarci salute e longevità.

Non c’è consenso tra i medici-aruspici

se la Salute verrà alfine dagli ebrei

o da qualche preparato galenico.

*

Per Stefania

Anche qui, in alto

un refolo, una bava di vento.

È lo stesso – ricordi?

che ti lasciavi alle spalle

rincasando dal lavoro

con lo stesso sorriso

incurante delle tue,

delle nostre paure.

Eppure intrepido, ché nella vita mancava

tanto, ma c’era – avremmo appreso poi –

segretamente tutto.

Oppure è soltanto il desiderio del mare

a visitarmi nella mia cattività

con una fame d’aria e di altezze:

come ieri, il tanto che manca

lascia indenne il tutto che rimane.

*

Per Davide

I tuoi furori, il tuo idealismo

solo un poco temprati

dall’istinto dell’intelligenza, che è empirismo

non credo ti abbiano nuociuto né beneficiato.

Tutto nel tuo tratto sembra adusato

alla conservazione di uno status quo,

che sebbene ti abbia radicato nella vita

dalla stessa ti ha in parte oscuramente alienato.

Di ciò che hai perso hai sovrabbondato

nel sorriso indulgente a un ottimismo ammirevole

per gli uomini, la politica, la volontà.

Per sopravvivere al vuoto – il tuo, il mio –

hai dovuto sdoppiarti facendoti eteroclito

di sperimentalismo rigoroso del tuo lavoro

e slancio ideale delle scienze dello spirito.

E la creazione ex nihilo hai voluto inoculare

nella materia aspra, refrattaria della Necessità.

*

La fatica della routine – faticosa

per il peso della ripetizione –

è addolcita dalla prevedibilità

degli atti, dall’insuperabile favore

accordato all’atteso nell’insicurezza.

E questo tuo volto è dolce

perché consueto

come dolce è l’accomodare le cose

in un precisissimo modo,

sempre il medesimo, come secondo istruzioni,

quasi che vita sia regola.

*

Si sente tutto, a distanza di centinaia di metri:

il cane abbaia, l’automobile si accende,

la voce parla. E il bip cadenzato della cassa

del supermercato è il bip-bip sincopato

dei respiratori attaccati alle persone

in rianimazione, che a viva forza spingono

aria dentro polmoni renitenti alla vita.

*

Questa attesa

che essuda oleosa dalle pareti

trova spazi, forami tra cose e persone

come morbo che trasuda,

è un dolore che consuma

ché sempre si rinnova,

e secondo una progressione

cresce, decuplica, centuplica:

autopoiesi del dolore.

*

Ti voglio sorprendere con la sfacciataggine della verità:

ché la beatitudine, propria delle amine salve,

corrisponde a una vita eternamente uguale perché beata

(le anime dannate sono eternamente desideranti)

e beata perché eternamente uguale

(quanto è dolorosa la sferza del desiderio).

Dal dolore siamo erraticamente sospinti qua e là,

in cerca di qualcosa che possa individuarci,

renderci concretamente individui.

La desiderabilità universalmente riconosciuta d’essere individui

è la propaganda di un Io che finge di esistere.

*

Alcuni consigliano empiastri sulle ulcere già secche

dei morti. La cosmetica post-mortem è tanto commendevole,

quanto lo sarebbe se i morti risuscitassero, allorché

uscendo dalle fosse fuggendo la morte si lasciassero dietro

e ancora addosso il fetente odore della putrefazione.

*

L’estispicina è l’unica pratica prognostica

unanimemente riconosciuta tra i medici.

Questi, non potendo intervenire sulla morte franca

si limitano a farsene acclaratori postumi

nonché imbonitori vendendola a prezzo di terrore.

Certificare la franchezza della morte non è cosa da tutti

e non basta inferirla dal fetore o altri segni esteriori:

la semeiotica della morte è polisemica, si sa,

e molti sono i morti che non sanno di esserlo.

È vero: la vita intride di sé la carne

imprimendovi il suo marchio di sicura caducità,

mortificando i vivi, ma pochi se ne avvedono in tempo.

Il medico-augure col suo memento vivi

ci reca questo servigio: abituarci alla vita da morti.

*

La città, con le parole, cerca di intontirsi pur di non aver paura.

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