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Solo ora ci si accorge
di essere contamina(n)ti
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Quando la polis si approssima al bios
e la polis e il bios sfumano
l’una nell’altro e divengono
immagini speculari, ricambiabili
ecco che la polis si riduce allo spasimo di durata,
alla feroce, liminale volontà animale
di aggiungere un attimo
ancora un attimo prima dell’ultimo accesso di tosse.
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L’intromissione del chirurgo stamani
è stata davvero intollerabile: le sue mani
rimestavano impunemente nelle mie interiora
di cui conosco la norma restituita dalla Scienza,
della quale non ho però nessuna contezza, che non sia disordine.
Si è intromesso così tanto in me, da giungere ad afferrarmi di dentro
impugnandomi alla colonna vertebrale e innalzandomi come uno stendardo.
Mi scosse screanzatamente ridestandomi dal torpore cui indugiano sempre ferinamente.
Ricordo distintamente il suo furore, la sua allegria luciferina e la sua gridata ingiunzione Vivi!
in limine dell’immagine sfocata.
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Si vive nella sporcizia, nella promiscuità.
Il vigore fugge i suoli isteriliti dall’ordine,
dai passi ben cadenzati con cui si vorrebbero normale
le intemperanze di una vita che non può non essere
trasbordante e intemperante, sporca e promiscua.
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I rimedi della nonna spopolano tra i disperanti della Salute:
bicarbonato di sodio in succo di limone
bevande calde pretese biocide
acribiose composizioni di nutrienti i cui effetti
documentati doviziosamente dalla Scienza
promettono di donarci salute e longevità.
Non c’è consenso tra i medici-aruspici
se la Salute verrà alfine dagli ebrei
o da qualche preparato galenico.
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Per Stefania
Anche qui, in alto
un refolo, una bava di vento.
È lo stesso – ricordi?
che ti lasciavi alle spalle
rincasando dal lavoro
con lo stesso sorriso
incurante delle tue,
delle nostre paure.
Eppure intrepido, ché nella vita mancava
tanto, ma c’era – avremmo appreso poi –
segretamente tutto.
Oppure è soltanto il desiderio del mare
a visitarmi nella mia cattività
con una fame d’aria e di altezze:
come ieri, il tanto che manca
lascia indenne il tutto che rimane.
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Per Davide
I tuoi furori, il tuo idealismo
solo un poco temprati
dall’istinto dell’intelligenza, che è empirismo
non credo ti abbiano nuociuto né beneficiato.
Tutto nel tuo tratto sembra adusato
alla conservazione di uno status quo,
che sebbene ti abbia radicato nella vita
dalla stessa ti ha in parte oscuramente alienato.
Di ciò che hai perso hai sovrabbondato
nel sorriso indulgente a un ottimismo ammirevole
per gli uomini, la politica, la volontà.
Per sopravvivere al vuoto – il tuo, il mio –
hai dovuto sdoppiarti facendoti eteroclito
di sperimentalismo rigoroso del tuo lavoro
e slancio ideale delle scienze dello spirito.
E la creazione ex nihilo hai voluto inoculare
nella materia aspra, refrattaria della Necessità.
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La fatica della routine – faticosa
per il peso della ripetizione –
è addolcita dalla prevedibilità
degli atti, dall’insuperabile favore
accordato all’atteso nell’insicurezza.
E questo tuo volto è dolce
perché consueto
come dolce è l’accomodare le cose
in un precisissimo modo,
sempre il medesimo, come secondo istruzioni,
quasi che vita sia regola.
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Si sente tutto, a distanza di centinaia di metri:
il cane abbaia, l’automobile si accende,
la voce parla. E il bip cadenzato della cassa
del supermercato è il bip-bip sincopato
dei respiratori attaccati alle persone
in rianimazione, che a viva forza spingono
aria dentro polmoni renitenti alla vita.
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Questa attesa
che essuda oleosa dalle pareti
trova spazi, forami tra cose e persone
come morbo che trasuda,
è un dolore che consuma
ché sempre si rinnova,
e secondo una progressione
cresce, decuplica, centuplica:
autopoiesi del dolore.
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Ti voglio sorprendere con la sfacciataggine della verità:
ché la beatitudine, propria delle amine salve,
corrisponde a una vita eternamente uguale perché beata
(le anime dannate sono eternamente desideranti)
e beata perché eternamente uguale
(quanto è dolorosa la sferza del desiderio).
Dal dolore siamo erraticamente sospinti qua e là,
in cerca di qualcosa che possa individuarci,
renderci concretamente individui.
La desiderabilità universalmente riconosciuta d’essere individui
è la propaganda di un Io che finge di esistere.
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Alcuni consigliano empiastri sulle ulcere già secche
dei morti. La cosmetica post-mortem è tanto commendevole,
quanto lo sarebbe se i morti risuscitassero, allorché
uscendo dalle fosse fuggendo la morte si lasciassero dietro
e ancora addosso il fetente odore della putrefazione.
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L’estispicina è l’unica pratica prognostica
unanimemente riconosciuta tra i medici.
Questi, non potendo intervenire sulla morte franca
si limitano a farsene acclaratori postumi
nonché imbonitori vendendola a prezzo di terrore.
Certificare la franchezza della morte non è cosa da tutti
e non basta inferirla dal fetore o altri segni esteriori:
la semeiotica della morte è polisemica, si sa,
e molti sono i morti che non sanno di esserlo.
È vero: la vita intride di sé la carne
imprimendovi il suo marchio di sicura caducità,
mortificando i vivi, ma pochi se ne avvedono in tempo.
Il medico-augure col suo memento vivi
ci reca questo servigio: abituarci alla vita da morti.
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La città, con le parole, cerca di intontirsi pur di non aver paura.

“Se non ritornerete come bambini…”.