Frammenti di Cinema # 26

In pieno lockdown a causa del covid-19 non sarebbe stato sbagliato dedicare un frammento di cinema alla produzione, per altro molto ricca, di film su virus e pandemie varie. Ho pensato, invece, di spostare lo sguardo su uno dei sentimenti che animano questo triste periodo di reclusione sociale. Ecco, in questi giorni abbiamo imparato a convivere con la paura. Dunque, ci occuperemo di film cha (mi) hanno fatto paura. E pare, che in questo modo, si riesca ad esorcizzarla, se non a scacciare. Esorcizzare, sì. Cominciamo subito. La mia più grande paura è di non riuscire più a controllare il corpo. Da qualche parte, credo, esistano energie e forze che non sappiamo ancora spiegare razionalmente ma che potrebbero essere rilevate avendo strumenti tecnologici adeguati. Queste energie, niente di paranormale, comunque, per esempio, esistenti nella mente, giacciono sopite e guai a scatenarle. Sarà questo il motivo per cui L’esorcista (1973) di William Friedkin mi ha letteralmente terrorizzato. Ed è l’unico film che non rivedrei una seconda volta.


Poi, ci sono le paure infantili; anch’esse, penso, sospese tra ragione e inconscio. Mi è rimasto impresso come una vera e propria icona di paura il fantasma di Belfagor, il fantasma del Louvre dell’omonima seria televisiva francese (uscita nel 1965, in Italia arrivò nei primi anni ’70). In questo caso, credo si trattasse di una paura elementare, legata alla figura dell’ ‘uomo nero’. Ed, infatti, allora avevo paura anche di Zorro, che è senz’altro una figura positiva, un eroe infantile addirittura. Il mito di Belfagor è stato riproposto nel 2001 da un film di Jean-Paul Salomé, con Sophie Marceau. Il risultato, però, è stato molto deludente, sia sotto il profilo artistico, che, soprattutto, sotto quello della paura. A conferma che non basta un fantasma per provocare l’effetto. Il meccanismo scatta se e come le immagini, i suoni e le parole si mettono in rapporto con il nostro mondo interiore più buio e nascosto. La paura è una corda che unisce questi due livelli di conoscenza, ciò che è palese e ciò che è inguardabile, come l’assassina di Profondo Rosso (1975) di Dario Argento, il cui volto è riflesso in uno specchio che il protagonista incrocia senza vederlo, pur registrandolo inconsciamente.

Non è un caso che sia partito da ricordi infantili. L’infanzia e i bambini sono prediletti dalla paura. Forse, per questo, chi intende suonare questa corda sa che deve raggiungere e toccare quella stagione remota, che rimane dentro ciascuno di noi fino alla fine. L’elenco dei film sarebbe lunghissimo. Continuo, appositamente, a inseguire i miei ricordi. C’è un film che è rimasto al fondo della mia memoria come fosco e minaccioso. L’ho rivisto da adulto e mi è apparso ordinario. E’ Girolimoni, il mostro di Roma (1972) di Damiano Damiani, con Nino Manfredi. Non a caso è la storia Gino Girolimoni, accusato ingiustamente dell’uccisione di alcuni bambini nel 1927. Ricordo che allora, dopo averlo visto con mio padre, avevo il terrore che rapissero mia sorella. Il personaggio, però, che incarna la maschera e le azioni del male assoluto fonte del sentimento più netto e puro della paura, è il dottor Cordelier, versione francese di Mr. Hyde, nel film di Jean Renoir, Il testamento del mostro (film per la televisione del 1959). Ancora una volta, rivedendolo, trovo una conferma alle cose dette sopra. Le vittime predilette delle sue malefatte sono i deboli e gli indifesi, tra questi, principalmente, i bambini. Se confronto Cordelier con Joker di Joaquin Poenix, il confronto non regge affatto, tanto il primo è terrificante e inquietante quanto il secondo è seducente e rassicurante.

Un altro film, infine, non ha fatto dormire un mio amico, anch’egli cinefilo, ed è Zombi (1978) di George A. Romero. Ciò che rende spaventoso gli zombi non è tanto il loro passo macabro e l’orrore del cannibalismo. Quello che più impaurisce è la potenza dilagante della furia famelica dentro un contesto completamente normale e ordinario. Tutto il film, infatti, è ambientato dentro un centro commerciale, nel quale i sopravvissuti sono assediati e resistono armati. L’idea dell’ambientazione è geniale. Allora in Italia di ipermercati non ve ne erano ancora. Oggi l’immagine è diventata topica. Come vengono definiti, infatti, i loro assidui e coatti frequentatori? Zombi, appunto. Siamo così ritornati alla nostra drammatica attualità. Anche oggi siamo insediati, resistiamo senza armi, usciamo solo per andare a fare la spesa in un supermercato. Speriamo di uscire presto da questo incubo. E respirare una boccata d’aria fresca. Ma attenti al sequel.

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