La nota Dei

da qui

di Sabrina Trane

Sul finire del Rinascimento, durante la Settimana Santa, viene presentato nella Cappella Sistina un nuovo Miserere, del compositore Gregorio Allegri.
Le luci si spengono, cala il silenzio ed i cantori, divisi in due cori, cominciano ad intonare le note del componimento.
Il pubblico rimane incantato, qualcuno piange, altri chiudono gli occhi e si lasciano trasportare, come rapiti in estasi.


Il successo è immenso, tanto che negli anni a seguire si fa a gara per prenotare un posto in quello che viene chiamato “Ufficio delle Tenebre”, la liturgia che si svolgeva nel Triduo Pasquale.
E per due secoli, personaggi noti e meno noti si sono succeduti a Roma, per assistere all’ormai leggendario Miserere, cercando di carpirne ogni sfumatura per inciderla nella memoria perché, a meno di non tonare in quel luogo nel tempo quaresimale, non lo avrebbero più potuto ascoltare.
Si, perché il Papa, considerata l’eccezionalità di quel brano, impedì la sua fuoriuscita dalla Cappella Sistina, pena la scomunica.
Fino a quando un giovanissimo Mozart, in viaggio a Roma con il padre, riuscì a trascrivere la partitura a orecchio, dopo aver assistito all’esecuzione.
Leopoldo descrive con timore e orgoglio l’impresa del proprio pargolo, in una lettera alla moglie, e presto tutta Roma viene a conoscenza della faccenda, incluso Urbano VIII, il Papa allora regnante. Che però, lungi dall’adirarsi, trovò la questione divertente, tanto da convincersi che era tempo di ritirare l’anatema.
E finalmente il prezioso componimento fece il giro dell’Europa, e con quale zelo i cantori delle corti si misero all’opera, ma…che delusione!
La partitura era in definitiva scarna, e il risultato lontanissimo dalla sublimità che rapiva chiunque assistesse alla rappresentazione.
Possibile che il Papa avesse messo in atto un inganno? Anche questa ipotesi fu considerata. Ma no, era assurdo, e infatti la causa era un’altra: l’arte segreta, tramandata oralmente di generazione in generazione, che i cantori della Cappella Sistina utilizzavano con sapiente maestria. Trillo, mordente, appoggiatura, insomma, abbellimenti usati con incomparabile destrezza, che trasfiguravano in modo unico e irripetibile la partitura musicale.
Morale della favola: in nessun altro luogo era possibile eseguire, ed ascoltare, quella musica celestiale, se non nel cuore della cristianità.
Questo Goethe, con la sua sensibilità estetica, lo intuì perfettamente. Quell’alchimia di arti e spirito aveva infatti toccato profondamente il suo cuore, tanto che proprio lui, aspramente anticattolico, scrisse: «Nelle funzioni papali, segnatamente nella Cappella Sistina, tutto ciò che nei riti cattolici riesce di solito urtante avviene in una cornice di straordinario buon gusto e di perfetta dignità; e così può essere solo lì, dove da secoli le arti stanno a disposizione».

Molti autori si sono cimentati in trascrizioni del Miserere di Allegri, dopo che fu messo in circolazione, tra cui Mendhelsson.
Nella sua trasposizione compare un DO sovracuto, che è rimasto presente nella versione moderna, nata da un miscuglio di queste diverse partiture.
Ma quella Nota Dei, presente nella versione originale interpretata dai maestri della Cappella Sistina, così capace di rovesciare i cuori con la sua sublime bellezza, rimarrà sepolta per sempre nella memoria della storia.

4 pensieri su “La nota Dei

  1. giorgio stella

    Grazie Sabrina Trane! La coautrice assieme a Fabrizio Centofanti del ‘piccolo MANUALE di SPIRITUALITA’, libro che vale x tutta la vita a cui spesso ricorro e che consiglio a tutti di averne una copia.

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