
Propongo all’attenzione dei lettori la silloge La complicità del plurale (LietoColle, 2020)

[…] “Ti guardavo la pelle scabra per capire: / si comincia dalle unghie; tutti / iniziamo a morire dalle unghie / subito vecchie, troppo dure / per essere nutrite”. Così leggiamo in questa silloge La complicità del plurale da poco edita da LietoColle, in cui Marco Bellini cela, con pudore, il suo lato più intimo e dolente. E non possiamo non ascoltare partecipi quella voce che ci spiega la malattia del padre: Ho visto come fa il cancro a prenderti / padrone, quando decide / di strapparti ai gesti. // Ho visto come riesce ad allungare la mano / e con due dita umide / farsi vento sulla fiamma.
Malattia su cui Bellini ci offre, con quest’opera in cinque tempi (La carne in prestito, Voce del Verbo, Trovarsi nel rumore della ghiaia, Del giardino scomposto, La misura di un gesto lasciato) pagine intense e tenerissime, dove riesce a trovare la misura perfetta, con una delicatezza di tratto che nulla concede alla effusione sentimentale, per raccontare con un versificare asciutto ed essenziale un lento congedo, raffigurare angosce primordiali ed evocare immagini che si incidono come reliquie nella memoria. Interessante da osservare è l’uso costante dei verbi all’infinito (suonare, trovare, scrivere, andare) quasi a giustificare il soffermarsi del pensiero intorno alla perdita che acquista un significato più ampio, di condivisone collettiva non per le sue implicazioni escatologiche, ma per i suoi effetti terreni.
Il messaggio del libro non è la concezione romantica di una fusione di amore e morte attraverso la parola poetica, ma ciascun gesto, luogo, cosa, ritratti impressionisticamente attraverso una preziosa dovizia di particolari, dicono esattamente il contrario: l’amore è ciò che resiste alla morte e la poesia è forse il modo per scandirne il senso.
[…] “Sono diversi e densi di pathos i momenti nei quali il ricordo dei gesti diviene – nelle forme dette – lo strumento di mantenimento in vita, come se le consapevolezze maturate dovessero proseguire anche senza un’esistenza a renderle praticate, quasi che le verdure dell’orto o l’odore arcaico o le cicatrici si mantenessero “a prescindere”: ecco dove si situa la grandezza della Parola/Memoria, la sua capacità assoluta di stare “sopra” e non solo consolatoriamente “accanto”, di prevalere addirittura oltre la capacità del respiro perché più lunga delle genealogie e del ripetersi delle generazioni”.
dalla Prefazione di Augusto Pivanti
Per chi voglia approfondire suggerisco di leggere la recensione al libro di Piero Marelli
https://incrocionline.wordpress.com2020/06/29/marco-bellini-la-complicità-del-plurale/
*
Dopo la carne in prestito
quando si scende dalla corsa
rimane l’onestà sulla tomba
nei fiori senza colore.
Anche le pietre
non sono che un momento.
*
A ogni figlio messo qui certo
parlare, dire delle persone
che sono state terra e pane.
Certo, mettere un appunto
nella memoria di chi viene dopo
così che un’orma piccola
trovi casa
dentro un’orma grande.
*
Alla fine il respiro
era tutta una corsa, come il fieno
in cascina per i giorni chiusi
sotto la saldatura di stagno.
Alla fine la carne
si è fermata, riverbero ultimo
storia deposta per chi resta.
Alla fine hai perso
il rumore che fa la vita.
Alla fine tutti sono usciti, tornati
alle auto, hanno ripreso la traccia
dei loro anni messi su
con i mattoni e i nomi, un elenco
che porta anche te.
Non puoi farci nulla. Questo
è il momento che scompone.
Le corde vocali non vibrano
per dire “parlatemi”.
Parlare è il verbo senza voce.
*
Tu la notasti a ottobre.
La cavalletta occupava quell’angolo
proprio dove la persiana chiusa
incontrava lo stipite tenendo l’aria
rubando qualche grado dalla cucina.
Stava lì, ogni giorno dell’inverno
la sera chiudendo, la mattina aprendo
aggrappata al legno già morto.
Non ascoltava i richiami silenziosi
dei morti, di quel riposo
che sta solo alla fine delle energie.
Senza domande resisteva
nell’immobilità. Più che vivere
semplicemente non moriva.
Semplicemente la guardavi
insistere nei giorni.
Una sera di marzo, tu eri già andato,
chiudendo si staccò.
Cambiò il profilo tutto
senza quell’involucro svuotato
che ormai era.
*
Dimmi ora,
mentre l’erba “cava” il succo
dalla terra e fa un verde nuovo,
ora che è già dopo, dimmi
se ti va di fare i conti.
Lasciamo a domani
il silenzio che hai per me
lasciamo agli altri
ciò che è sempre accaduto.
Del verbo lasciare mi sorprende
la complicità del plurale.
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Marco Bellini, nato nel 1964, vive in Brianza. Sue pubblicazioni sono: Semi di terra (LietoColle, 2007); la plaquette E in mezzo un buio veloce (Seregn de la memoria, 2010); Attraverso la tela (La Vita Felice, 2010); Sotto l’ultima pietra (La Vita Felice, 2013); La distanza delle orme@ – Poesie con CD Inserti (La Vita Felice, 2015); il libro d’artista Tra le spine (Il ragazzo innocuo, 2018). Nel 2013 è risultato vincitore con inedito nelle selezioni italiane per l’European Poetry Tournament. Sue poesie, presenti in blog e riviste di settore, hanno ottenuto riconoscimenti in diversi concorsi e tradotte in diverse lingue europee. Ha curato l’antologia poetica Muri a secco (RPlibri, 2019). Cura la rassegna di eventi sulla poesia in collaborazione con l’Associazione artistico culturale ArtEe20 di Merate (LC).
