
le Parole censurate e le conseguenze nella vita. Intelligenza, libertà e verità sono inseparabili. Ripartiamo da qui.
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le Parole censurate e le conseguenze nella vita. Intelligenza, libertà e verità sono inseparabili. Ripartiamo da qui.
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Una bella idea, è fondamentale potersi esprimersi liberamente in un momento in cui imperversano pressioni censorie molto preoccupanti.
Grazie.
Liberi di scegliere e camminare nella verità…da ciò la nostra vita…
Condivido trattarsi totalmente di una questione di forma (o sensazione) e di sostanza.
A mio parere non c’è molto altro da aggiungere, se non che a far la differenza è il punto di vista di chi pronuncia le parole, non di chi le riceve. Ad esempio, per chi non può sentire, non credo faccia molta differenza essere definito “sordo” o “non udente” (se fosse rivolto a me troverei il secondo appellativo piuttosto stucchevole). E’ chi pronuncia quel “sordo” a determinare la normalità del termine o a renderlo simile a un’offesa.
La differenza, cioè, la fa la presenza e il grado di amore che sappiamo esprimere e dimostrare e che inevitabilmente si percepisce anche, o soprattutto quando pronunciamo le nostre parole: meno è presente l’amore e più diventa importante la forma del nostro linguaggio; più ce n’è e più si può badare alla sola sostanza.
Questa differenza può essere applicata al modo di pronunciare termini come handicappato, negro, cieco, zingaro, immigrato, ciccione, ma anche al declinare o meno “maschile e femminile”, “padre e madre”, “marito e moglie”, ecc.
Se chi parla esprime tutto il suo amore per il genere umano, senza discriminazioni e differenze, sarà difficile accorgersi se lo abbia definito con la sola parola “uomini” oppure con i termini “uomini e donne”. Ma se a parlare è un reazionario conservatore, dovrebbe essere naturale da parte di tutti pretendere che le donne abbiano identica dignità di citazione.
Anche in ambito cattolico, io penso che per chi pratichi abitualmente il perdono non abbia molta importanza stabilire se la famosa parabola sia “del figliol prodigo” o “del padre misericordioso”; e per chi ama veramente Dio, che differenza può fare recitare il “Padre nostro” dicendo “non ci indurre in tentazione” o “non abbandonarci alla tentazione”.
In questo senso, se la interpreto correttamente, mi piace la frase di PIO PAPI: “Liberi di scegliere e camminare nella verità… da ciò la nostra vita”.
Condivido molto meno, anche questa volta, il riportare questi concetti nell’ambito di una persecuzione crescente, di un “rischiare grosso” (!?), dell’imperversare di “pressioni censorie molto preoccupanti”.
E’ certamente vero che, oggigiorno, troppi si arroghino il diritto di giudicare e sentenziare, anche in virtù del moltiplicarsi di social pulpiti virtuali; tuttavia mi pare eccessivo sentirsi minacciati da fantomatici poteri forti, concepiti per mettere a tacere e omologare al pensiero unico.
Poi, se mi sbaglio – cosa che lascio sempre possibile, ma per moderazione non per relativismo – vorrei mi si raccontassero i fatti, i nomi e i cognomi di autori e vittime di “persecuzioni” e “censure” subite su questi temi. A meno che non sia una questione di fede.